Giovani e Futuro/Quanti talenti riposti in un cassetto…
Il sociologo Gigi Spedicato analizza la situazione dei giovani italiani alla vigilia del loro ingresso in società.
Prof. Spedicato, quanto è difficile per i giovani d’oggi entrare a far parte della società?
L’espressione “entrare in società” ha molti significati diversi. Si “entra in società” solo quando si diventa autonomi dalla propria famiglia formandone un’altra, oppure quando si conquista l’indipendenza economica. Oppure, ancora, quando il legame sociale del gruppo dei pari si apre alla scoperta del mondo, ed all’insorgere del bisogno di entrarci, in questo mondo. Entrare a far parte della propria società è sempre stato difficile per ogni generazione, perché si è trattato in ogni tempo di un processo di scoperta e di messa alla prova. Nonostante gli adulti abbiano oggi l’impressione che le distanze tra essi e i loro figli siano aumentate, questo ingresso in nessuna epoca umana è stato una passeggiata, ed ha sempre comportato conflitti e lacerazioni.
Il panorama lavorativo offre poche possibilità, anche in vista del futuro. Come dovrebbero comportarsi i ragazzi che guardano al proprio domani?
I percorsi verso il lavoro si sono frantumati in una miriade di sentieri individuali, da quando il lavoro si è scomposto su abilità e competenze sempre più specializzate, sempre meno riconducibili a mansioni standardizzate. Posso elencare alcune caratteristiche che aiutano. Sembra banale dirlo, ma occorre conoscere almeno altre due lingue oltre all’italiano, e magari imparare a usare bene anche questa nostra lingua, che vedo assai maltrattata ed impoverita anche in studenti e laureati dei corsi magistrali. E poi è importante essere pesci a proprio agio nel mare della Rete, capire come e dove ottenere le informazioni sui lavori e sulle opportunità, saperle cercare e sfruttare oltre che essere intellettualmente mobili e curiosi e tenersi costantemente aggiornati.
Meglio portare a termine gli studi, sperando di poter contare su una laurea o cercare di lavorare da subito? La laurea può ancora essere considerata un ascensore sociale?
I dati Istat su questo sono impietosi: nel nostro Paese, ai fini del successo una laurea conta meno del cosiddetto “capitale sociale” garantito dalla famiglia, vale a dire dal network di relazioni che essa può mettere in campo nella ricerca e sfruttamento delle opportunità. L’ascensore sociale si è fermato: le professioni liberali tendono sempre di più ad autoriprodursi di genitore in figlio, e dopo la riforma della dirigenza della Pubblica Amministrazione, avviata con ben altre intenzioni da Bassanini negli anni ’90, anche l’accesso ai livelli alti della burocrazia pubblica e para-pubblica è sempre di più il frutto di questo “capitale relazionale”, come dimostrano gli ormai numerosi casi di “figli eccellenti” subito cooptati a questi livelli.
Quanto e cosa fa lo Stato italiano per facilitare l’inserimento dei giovani nella società?
Quello che è stato fatto finora ha portato la disoccupazione giovanile al 43%, come mostra un recente dato Istat. Il piano ambizioso e dall’affascinante nome di “Garanzia Giovani” non è stato sinora in grado di produrre che pochi ingressi nel mondo del lavoro, peraltro della durata di sei mesi e pagati per un massimo di 500 euro al mese. Per quel che si è visto sinora, neppure il Jobs Act, che io chiamerei semplicemente Legge sul Lavoro, non è stato in grado di invertire il trend di crescita della disoccupazione giovanile e neppure di quella degli adulti, sempre a guardare i dati Istat. L’apparato produttivo italiano sembra essersi rassegnato ad essere competitivo solo in virtù di bassi salari: e pazienza che questi salari da vergogna siano riverniciati dalla pseudo-modernità dell’uso dell’inglese. È di pochi giorni fa la notizia del call center di Taranto che retribuisce, si fa per dire, gli addetti con paghe inferiori ai dieci euro al giorno, mentre in Germania il salario minimo è fissato per legge a 8,50 euro all’ora. Eppure non sembra che la competitività del sistema tedesco sia stata azzoppata da retribuzioni dignitose.
È vero che questa situazione politica ed economica spinge sempre più giovani all’estero?
Il paradosso del sistema formativo italiano è che esso, nonostante anni di tagli lineari a scuola e Università, funziona ancora piuttosto bene, infatti produciamo tecnici e laureati di ottimo livello, ma poi li spingiamo ad andarsene per l’assoluta mancanza di opportunità di lavoro. Il Sistema sanitario inglese cerca infermieri italiani perché li giudica tra i migliori al mondo. Un medico appena laureato, in Inghilterra guadagna quanto un dirigente medico italiano a metà carriera. Se in Italia al giovane specializzato posso solo offrire i turni notturni nelle Guardie mediche o il tirocinio semi-gratuito nei Pronto Soccorso degli ospedali, perché un bravo laureato non dovrebbe andarsene?.
I ragazzi del Salento sono spinti sempre più verso il nord. Cosa si può fare per invertire questa tendenza, in modo da valorizzare il nostro territorio?
Vedo, in Salento come altrove, un grande fermento di idee, di innovazione non solo tecnologica, che investe tanti giovani. Vedo anche, però, aree vaste di disillusione, di frustrazione per talenti messi nel cassetto, per competenze non sfruttate e che appassiscono col passare del tempo. C’è una impressionante afasia della politica sul tema del lavoro, quasi esso scottasse, fosse un tabù: quando se ne parla, ascolto discorsi di lunare lontananza dalla realtà, con i verbi invariabilmente declinati al futuro. E invece servirebbero un deciso snellimento della burocrazia, trovare fondi per cofinanziare i progetti europei, sollecitare l’innovazione sociale, sfruttare le opportunità offerte dalla diffusione ormai prossima della banda larga. Insomma: servono coraggio e voglia di cambiamento.
L’Università del Salento come opera per i ragazzi che si affacciano nella società?
L’Università fa quel che può, con le risorse che ha come incubatori, spin-off e partecipazione ai progetti. Spesso ho però l’impressione di un muoversi seguendo tante linee di intervento, ma senza una precisa strategia che non sia contribuire al rafforzamento di quella che io chiamo “l’ideologia dell’eccellenza”, fatta di enfasi e spesso di retorica sulle storie individuali di successo e sul binomio capacità-autoimprenditorialità, che viene presentato come invariabilmente vincente. In realtà, noto una assoluta mancanza di attitudine e di disponibilità alla valutazione dei risultati sul medio-lungo periodo. Quanti spin-off reggono l’impatto col mercato? Quante esperienze di autoimprenditorialità si sviluppano poi in aziende non assistite? Ecco, a queste domande dovrebbe rispondere la valutazione delle politiche pubbliche, comprese le politiche educative e formative. Ma questo è proprio ciò che manca, e dunque anche noi procediamo a vista.
Considerando ciò che è stato fatto e che si potrebbe fare, bisogna essere ottimisti o pessimisti in vista del futuro?
Un grande italiano, Antonio Gramsci, parlò di ottimismo della volontà e pessimismo della ragione. Non riesco a trovare una risposta migliore della sua a questa domanda.
Giovanni Mangiullo

















