Pubblicato in: Ven, Mag 8th, 2015

Giovani e Futuro/Quanti talenti riposti in un cassetto…

Il sociologo Gigi Spedicato analizza la situazione dei giovani italiani alla vigilia del loro ingresso in società. 

spedicato

Prof. Spedicato, quanto è diffici­le per i giovani d’oggi entrare a far parte del­la società?

L’espressione “entrare in società” ha molti significati diversi. Si “entra in società” solo quando si di­venta autonomi dalla propria famiglia formandone un’al­tra, oppure quando si conqui­sta l’indipendenza economica. Oppure, ancora, quando il legame sociale del gruppo dei pari si apre alla scoperta del mondo, ed all’insorgere del bisogno di entrarci, in questo mondo. Entrare a far parte della propria società è sempre stato difficile per ogni genera­zione, perché si è trattato in ogni tempo di un processo di scoperta e di messa alla prova. Nonostante gli adulti abbiano oggi l’impressione che le di­stanze tra essi e i loro figli si­ano aumentate, questo ingres­so in nessuna epoca umana è stato una passeggiata, ed ha sempre comportato conflitti e lacerazioni.

Il panorama lavorativo offre poche possibilità, anche in vista del futuro. Come dovrebbero com­portarsi i ragazzi che guar­dano al proprio domani?

I percorsi verso il lavoro si sono frantumati in una miriade di sentieri individuali, da quan­do il lavoro si è scomposto su abilità e competenze sempre più specializzate, sempre meno riconducibili a mansioni stan­dardizzate. Posso elencare alcune caratteristiche che aiu­tano. Sembra banale dirlo, ma occorre conoscere almeno altre due lingue oltre all’italiano, e magari imparare a usare bene anche questa nostra lingua, che vedo assai maltrattata ed impoverita anche in studenti e laureati dei corsi magistrali. E poi è importante essere pesci a proprio agio nel mare della Rete, capire come e dove otte­nere le informazioni sui lavori e sulle opportunità, saperle cercare e sfruttare oltre che es­sere intellettualmente mobili e curiosi e tenersi costantemente aggiornati.

Meglio portare a termine gli studi, sperando di po­ter contare su una laurea o cercare di lavorare da subito? La laurea può an­cora essere considerata un ascensore sociale?

I dati Istat su questo sono impietosi: nel nostro Paese, ai fini del successo una laurea conta meno del cosiddetto “ca­pitale sociale” garantito dalla famiglia, vale a dire dal net­work di relazioni che essa può mettere in campo nella ricerca e sfruttamento delle opportunità. L’ascensore sociale si è fermato: le professioni libe­rali tendono sempre di più ad autoriprodursi di genitore in figlio, e dopo la riforma della dirigenza della Pubblica Am­ministrazione, avviata con ben altre intenzioni da Bassanini negli anni ’90, anche l’acces­so ai livelli alti della burocra­zia pubblica e para-pubblica è sempre di più il frutto di questo “capitale relazionale”, come dimostrano gli ormai numerosi casi di “figli eccellenti” subito cooptati a questi livelli.

Quanto e cosa fa lo Stato italiano per facilitare l’in­serimento dei giovani nel­la società?

Quello che è stato fatto fi­nora ha portato la disoccupa­zione giovanile al 43%, come mostra un recente dato Istat. Il piano ambizioso e dall’af­fascinante nome di “Garanzia Giovani” non è stato sinora in grado di produrre che pochi ingressi nel mondo del lavo­ro, peraltro della durata di sei mesi e pagati per un massimo di 500 euro al mese. Per quel che si è visto sinora, neppure il Jobs Act, che io chiamerei semplicemente Legge sul Lavo­ro, non è stato in grado di in­vertire il trend di crescita del­la disoccupazione giovanile e neppure di quella degli adulti, sempre a guardare i dati Istat. L’apparato produttivo italiano sembra essersi rassegnato ad essere competitivo solo in virtù di bassi salari: e pazienza che questi salari da vergogna siano riverniciati dalla pseudo-modernità dell’uso dell’inglese. È di pochi giorni fa la notizia del call center di Taranto che retribuisce, si fa per dire, gli addetti con paghe inferiori ai dieci euro al giorno, mentre in Germania il salario minimo è fissato per legge a 8,50 euro all’ora. Eppure non sembra che la competitività del sistema tedesco sia stata azzoppata da retribuzioni dignitose.

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È vero che questa situa­zione politica ed econo­mica spinge sempre più giovani all’estero?

Il paradosso del sistema formativo italiano è che esso, nonostante anni di tagli lineari a scuola e Università, funziona ancora piuttosto bene, infatti produciamo tecnici e laureati di ottimo livello, ma poi li spin­giamo ad andarsene per l’asso­luta mancanza di opportunità di lavoro. Il Sistema sanitario inglese cerca infermieri italiani perché li giudica tra i migliori al mondo. Un medico appena laureato, in Inghilterra guada­gna quanto un dirigente medi­co italiano a metà carriera. Se in Italia al giovane specializ­zato posso solo offrire i turni notturni nelle Guardie mediche o il tirocinio semi-gratuito nei Pronto Soccorso degli ospe­dali, perché un bravo laureato non dovrebbe andarsene?.

I ragazzi del Salento sono spinti sempre più verso il nord. Cosa si può fare per invertire questa tendenza, in modo da valorizzare il nostro territorio?

Vedo, in Salento come al­trove, un grande fermento di idee, di innovazione non solo tecnologica, che investe tan­ti giovani. Vedo anche, però, aree vaste di disillusione, di frustrazione per talenti messi nel cassetto, per competenze non sfruttate e che appassi­scono col passare del tempo. C’è una impressionante afasia della politica sul tema del la­voro, quasi esso scottasse, fos­se un tabù: quando se ne par­la, ascolto discorsi di lunare lontananza dalla realtà, con i verbi invariabilmente declinati al futuro. E invece servirebbe­ro un deciso snellimento della burocrazia, trovare fondi per cofinanziare i progetti europei, sollecitare l’innovazione so­ciale, sfruttare le opportunità offerte dalla diffusione ormai prossima della banda larga. Insomma: servono coraggio e voglia di cambiamento.

L’Università del Salento come opera per i ragazzi che si affacciano nella so­cietà?

L’Università fa quel che può, con le risorse che ha come incubatori, spin-off e parteci­pazione ai progetti. Spesso ho però l’impressione di un muo­versi seguendo tante linee di intervento, ma senza una preci­sa strategia che non sia contri­buire al rafforzamento di quel­la che io chiamo “l’ideologia dell’eccellenza”, fatta di enfasi e spesso di retorica sulle storie individuali di successo e sul bi­nomio capacità-autoimprendi­torialità, che viene presentato come invariabilmente vincen­te. In realtà, noto una assoluta mancanza di attitudine e di di­sponibilità alla valutazione dei risultati sul medio-lungo pe­riodo. Quanti spin-off reggono l’impatto col mercato? Quante esperienze di autoimprendi­torialità si sviluppano poi in aziende non assistite? Ecco, a queste domande dovrebbe rispondere la valutazione delle politiche pubbliche, comprese le politiche educative e forma­tive. Ma questo è proprio ciò che manca, e dunque anche noi procediamo a vista.

Considerando ciò che è stato fatto e che si potreb­be fare, bisogna essere ottimisti o pessimisti in vista del futuro?

Un grande italiano, Anto­nio Gramsci, parlò di ottimi­smo della volontà e pessimi­smo della ragione. Non riesco a trovare una risposta migliore della sua a questa domanda.

 Giovanni Mangiullo

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