Grazie Benedetto!/L’Arcivescovo racconta la figura del Papa Emerito…Fratello e Padre
L’INTERVISTA/Mons. D’Ambrosio: “ci riconsegna una Chiesa con qualche crepa in meno”.
BENEDETTO XVI: IL CORAGGIO DI AMARE L’UOMO.
“È stato veramente umile lavoratore nella vigna del Signore”/ “Ci ha insegnato la fede come presenza di Dio nella nostra storia”.
Con la grandezza della piena libertà interiore e l’umiltà che lo contraddistingue, ha iniziato in questi giorni a sperimentare il nascondimento, nell’amore silenzioso e orante per Cristo e la Chiesa. Benedetto XVI, constatata la sua evidente fragilità fisica, ha ormai rinunciato a continuare il suo ministero petrino, anteponendo a se stesso l’amore per la Chiesa.
Abbiamo chiesto all’Arcivescovo mons. Domenico D’Ambrosio alcune considerazioni, senza trascurare i ricordi personali, sulla straordinaria figura di colui che ha fatto “parlare la Parola” e con fermezza ha traghettato in acque “mosse” la Chiesa del Concilio Vaticano II.
Eccellenza, si può spiegare la scelta del Papa nel contesto di una spiritualità e di uno stile ecclesiali già espressi all’inizio del ministero affermando di essere semplicemente “umile lavoratore nella vigna del Signore”?
A posteriori, considerando questo gesto incredibilmente umile, possiamo affermare che Benedetto XVI si è dimostrato effettivamente “umile lavoratore nella vigna del Signore”. Ritengo, comunque, che la scelta del Papa rientri nel suo stile di silenzio, di umiltà, di nascondimento, ma anche di somma fedeltà a ciò che il Signore affida a Pietro.
Egli deve essere il garante della forza, della roccia che è la Chiesa, nonostante le debolezze e le sue incrinature, come egli stesso ha esplicitamente sostenuto. Pertanto, proprio con questo gesto d’umiltà, egli ha comunicato a tutti: “Voglio amare questa Chiesa, voglio che cresca, viva e sia forte nel trambusto del mondo moderno; non ho le forze per affrontare una tale fatica, ma voglio bene alla Chiesa, e lei, non io, deve andare avanti”.
Oltre alla vivissima partecipazione dei fedeli, l’opinione pubblica, che agli inizi era stata condizionata in qualche modo dalla freddezza di alcuni, ha accolto con profonda ammirazione la sua rinuncia.
Al di là dalla prevedibile forte emozione per la conclusione del pontificato e per i momenti finali, ritengo che la freddezza di alcuni nascesse da pregiudizi o preconcetti nei confronti di questo “arcigno difensore della Fede” e dal Prefetto della Congregazione del Sant’Uffizio.
Oggi, invece, occorre rendersi conto che mai un Papa è entrato così profondamente nel “mondo” e nella cultura contemporanea con chiarezza d’idee e di mete, per inserirne i semi della fede cristiana. Mai un Papa ha dialogato così tanto e ai massimi livelli del pensiero contemporaneo, poiché conosceva profondamente sia le diverse componenti culturali della società quanto i contenuti della fede che annunziava.
Ora è chiaro che, con l’assenza di questa figura che ha spalancato le porte della Chiesa con la cultura e con le varie realtà soprattutto mediante il dialogo, quasi tutti ci sentiamo in qualche modo un po’ più poveri. Anche se, nella fede, sappiamo che questa povertà è vinta dallo Spirito, che sceglierà il nuovo Papa.
La profonda cultura di Benedetto XVI si sarebbe potuta rivelare addirittura un limite al dialogo. Si può, invece, affermare che proprio nell’attuale società “liquida”, essa ha costituito un chiaro riferimento per i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà?
È proprio la sicurezza offerta dalla sua solida cultura a non costituire una barriera, per cui, scardinati i preconcetti iniziali, questo Papa è indubbiamente riuscito a realizzare un fecondo dialogo con il mondo, e si è potuto constatare che quanto proclamava era veramente quello che Gesù ha affidato a Pietro: “Conferma i tuoi fratelli nella fede”.
Ci siamo resi conto di avere una fede garantita, sicura; abbiamo sperimentato quanto la sua fede è stata capace di aprire, come il vecchio scriba, dal tesoro della Chiesa cose nuove e cose antiche, ovvero abbia mo scoperto le sue letture, le sue interpretazioni capaci di tirar fuori una ricchezza che creava, l’ho sperimentato personalmente, un entusiasmo, un’attenzione, un desiderio di accogliere, di sapere, per dare ragione, anche noi cristiani, della fede e quindi di un dialogo con il mondo che non è chiusura, non è una resa a esso, ma annuncio consapevole e sicuro della nostra fede. Proprio questa consapevolezza e questa certezza, è il dono offerto a noi cristiani.
Può sottolineare un motivo di vivo apprezzamento per il ministero petrino di Benedetto XVI?
Ha dato forza e novità di espressioni alla nostra fede.
Quale modello di Chiesa Benedetto XVI ha trovato e quale Chiesa lascia?
Egli ha trovato la Chiesa segnata dal lungo ministero di Giovanni Paolo II, una Chiesa dialogante, aperta al mondo, che non si rintana ma che cerca l’uomo. E ritengo che egli abbia continuato su questo modello, sottolineando in particolare lo spessore culturale e l’attenzione per l’uomo di oggi. Ci lascia una Chiesa più sicura in quello che annunzia, perché ancora più in grado d’incontrare la persona e di dialogare con la società.
Nel cinquantesimo del Concilio, Benedetto XVI ha indetto l’Anno della Fede: l’urgenza di riscoprire e rendere più significativa la nostra adesione a Cristo può essere considerata il suo principale messaggio?
Ritengo proprio di sì. Credo che il suo sia stato un ministero nel quale ci ha riproposto la fede in Gesù Cristo, la fede come presenza di Dio nella nostra storia, di cui siamo protagonisti e consapevoli, dando alla nostra fede una sicurezza in più, per cui possiamo andare avanti, dialogare con tutti. In qualche modo siamo più rinforzati nel vivere l’esperienza cristiana, nell’annunziarla, nel testimoniarla senza arroccamenti, in un costante incontro con tutte le culture e con tutte le religioni.

















