I cardinali Antonio Bacci e Pericle Felici/Due latinisti in un ricordo
Si susseguirono solo per caso o, come si scrive da un credente, per disposizione divina. Erano entrambi Cardinali e l’uno dopo l’altro a dieci anni di distanza presiedettero a Lecce decennale e ventennale del XV Congresso Eucaristico Nazionale, quivi celebrato a cavallo tra aprile e maggio ’56. Li legava però a doppio nodo l’amore e la perizia della lingua di Virgilio e di Orazio.
Fossero venuti tra noi un decennio innanzi, si sarebbe detto invitati dall’insigne latinista nostro Pastore mons. Alberto Costa, amatore e cultore di fama del latino idioma. Dell’uno e dell’altro Porporato ricorderemo soltanto un significativo e – diciamo pure – piccante episodio di vita. Antonio Bacci, già segretario dei Brevi apostolici, fu tra noi nel cennato decennale che si concluse l’8 maggio del ’66, quando in Cattedrale, a Pontificale ultimato, recitò la supplica di Bartolo Longo. A pomeriggio si svolse la commemorativa processione eucaristica.
Ma il presule di allora, mons. Francesco Minerva, lo stesso del Congresso Nazionale, non fece fatica ad accorgersi che l’anziano Cardinale presidente non ce l’avrebbe fatta a sorreggere l’Ostensorio da Piazza Duomo a Porta Rudiae, dove lo attendeva il carro trionfale sul quale avrebbe potuto sostare in ginocchio davanti alle Sacre Specie.
Per cui raggiunse in macchina la basilica del Rosario da dove il percorso fino al carro diventava insignificante. Frattanto il Comando della Regione Militare di Napoli era stato precedentemente informato del Congresso in oggetto, che pur essendo diocesano, comportava gli onori sovrani per il SS. Sacramento, ma non era stata prevista la tarda età del Porporato, che legato Pontificio non era.
Per cui quando la vettura del Card. Bacci iniziò il breve percorso, il giovane capitano che comandava il reparto di onore (con Musica, Bandiera e Inno nazionale) si trovò in imbarazzo sul da fare, non distinguendo e concedendo al Porporato quanto non gli spettava di fatto non essendo Legato.
Di certo c’è una sola considerazione da fare: che anche dai periti la distinzione non fu notata. Del Cardinale Pericle Felici, che tutti ricordiamo perché impareggiabile unico segretario del Concilio Vaticano II, facciamo un solo ricordo; ma di certo per una questione più importante. Lui, peraltro a noi legato come ponente nel processo apostolico della Serva di Dio Luigia Mazzotta, fu tra l’altro Cardinale Protodiacono al tempo dell’elezione di Giovanni Paolo I e II e quindi a Lui spettava proclamarli.
L’Eminentissimo conosceva il latino in grado sommo e si prese la licenza di dispensarsi dal complemento di denominazione, quando il 26 agosto del 78 e il successivo 16 ottobre, annunciò al mondo il neo eletto Papa dalla Loggia del Maderno, senza servirsi della classica formula del nome in accusativo. Però un’ora dopo, entrambe le volte, la segretaria di Stato a mezzo dell’Osservatore Romano lo corresse, senza poter correggere la registrazione di quanto annunziato.
Per cui, in occasione della beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, la cerimonia che inaugurava la mostra in suo onore, si aprì con l’ascolto delle storiche parole del Cardinale Felici, e la correzione non valse più. Perché contra factum non valet argumentum. Tuttavia le Normae Quaedam di Benedetto XVI emanate prima di fine febbraio ultimo scorso, precisarono che il Cardinale Protodiacono nell’annunciare il nome del nuovo Papa doveva usare l’accusativo e non il genitivo. Così il Cardinale Jean-Louis Tauran dovette pronunciare le seguenti parole: Qui sibi nomen imposuit Franciscum. E al dire di tutti furono le uniche che si compresero chiaramente in quella uggiosa serata romana del 13 marzo.
Oronzo De Simone
















