I Crocifissi di Terra d’Otranto e le “mani d’oro” di Vespasiano Genuino
Ricognizione/Una interessante interpretazione dell’iconografia sacra del ‘500 e del ‘600. Eventi storici e devozioni post-Tridentine nei simulacri dello scultore gallipolino.
Crocifisso, Chiesa Matrice, Squinzano (Le)
Nel panorama culturale del Cinquecento e Seicento vengono fuori personalità artistiche d’eccezione, eventi storici e testimonianze della sensibilità devozionale del Salento post-Tridentino. Lo asserisce pure la recente pubblicazione “Vespasiano Genuino. Il restauro e la musealizzazione del Crocifisso di San Francesco della Scarpa”, a cura di Raffaele Casciaro (Torino 2014) che offre un valido contributo per la conoscenza del grande scultore e l’opportunità di ricostruire, attraverso la testimonianza degli oggetti d’arte diffusi nel territorio, l’attività sua e dei numerosi artisti operanti nella terra d’Otranto. Partendo dalla ricognizione sul territorio e dalla consultazione di fonti documentarie si può delineare, come sostiene Maria Chiara De Santis, la personalità di Vespasiano Genuino scultore, imprenditore, soggetto politico nella Città di Gallipoli e uomo di fede che per scelta spirituale divenne terziario dell’ordine francescano, artista legato all’ambiente monastico.
Crocifisso, Chiesa di Santa Maria del Popolo, Surbo (Le)
La fervida attività di scultore del “magistro Genuino” (Gallipoli 1552 – ivi 1637) si inserisce nella sensibilità devota della Controriforma, rispondendo alle istanze di decoro promosse dal Clero, in ottemperanza ai decreti conciliari. Diviene impellente, presso le botteghe artistiche napoletane e del Salento, la richiesta di statue devozionali, di crocifissi, di pasos, di flagellati, di immagini di pietà necessarie all’edificazione spirituale dei fedeli. A questo repertorio si informa tutta l’attività dell’artista. Nella bottega gallipolina a conduzione familiare, che la tradizione vuole nei pressi della Chiesa dedicata alla Madonna del Canneto, Vespasiano Genuino, con l’aiuto dei figli Giovanni Bernardino e Andrea, di Francesco e Orazio, divenuti monaci cappuccini, realizza numerosi crocifissi conformi alla spiritualità francescana che dal porto di Gallipoli raggiungono la terra di Bari, la Spagna e, attraverso la via dell’olio, anche l’Inghilterra.
Crocifisso, Basilica del Rosario, Lecce
Nelle chiese e negli oratori del Salento sono presenti almeno trenta crocifissi attribuibili con ragione allo scultore. Il Corpus dell’opera genuiniana è costituito, secondo i due studiosi Casciaro e De Santis, dai manufatti dei crocifissi custoditi a Campi, a Squinzano, a Surbo, a Galatina, a Monteroni, a Nardò, a Gallipoli, a Lecce, a Salve, a Tricase, a Manduria, a Martina Franca e a Rutigliano. La sacra effige monteronese, presenta cifre stilistiche del Maestro relative alla tecnica di intaglio, alla sensibilità anatomica ed espressiva, ad un accentuato naturalismo. Comparata alle altre sculture di riferimento, esprime una evoluzione stilistica più matura, vicina alle soluzioni formali del Crocifisso sicuramente autografo di Santa Maria del Popolo di Surbo o a quelle del Crocifisso dell’Incoronata di Nardò. Raffinate qualità stilistiche sono evidenti nella sinuosità elegante e dinamica del corpo, nella inedita posizione ad X delle braccia, nella posizione avvitata del busto, nel lento franare del corpo sugli arti inferiori.
Crocifisso, Chiesa dei Cappuccini, Rutigliano (Ba)
La scultura manifesta suggestioni michelangiolesche, espresse nella possente muscolatura e nella solenne composizione, ed esprime sicuri richiami all’ambiente artistico napoletano, aperto alle sollecitazioni manieristiche introdotte dal pittore senese Marco Pino, autore del dipinto della Crocifissione conservato nella Chiesa di San Giacomo degli spagnoli, Napoli 1571. Riferimenti ed emozioni caravaggesche possono leggersi nella trattazione naturalistica del volto di Cristo. Sono inoltre da considerare i contributi culturali dell’arte ispanica, drammatica, ricca di pathos, presenti a Gallipoli con la dominazione spagnola.
Pino Marco, Crocifissione e Santi, Chiesa S.Giacomo degli Spagnoli, Napoli
Il periodo di esecuzione della statua è riferibile alla fine della seconda decade del Seicento. La presenza del crocifisso ligneo all’interno della parrocchiale di Monteroni è attestata da fonti dirette manoscritte, la Santa Visita “Oppide Montoroni Visitatio. Die V mesi Xbrj 1625”. Nel Corpus Ecclesiae il Vescovo Scipione Spina può vedere l’imponente scultura: “visitavimus Crucifixum magnum ligneum bene ornatum”. Il simulacro di Cristo in croce, di grandi dimensioni, pende in corrispondenza dell’arco mediano della Chiesa secondo le indicazioni post conciliari. La Visita Pastorale “Acta secundaVisitationis Oppidi Montoroni” del Vescovo napoletano Aloisio Pappacoda, 7 giugno 1642, conferma la presenza del simulacro nel Corpus Ecclesiae: “Adest architrabes cum suo Crucifixo recenti grandiore”.
Crocifisso, Chiesa Matrice, Monteroni di Lecce (Le)
La Visita del Vescovo Pappacoda, 9 giugno 1653, e la Visita effettuata dal Visitatore Delegato Giuseppe Pandolfus, 23 gennaio 1655, confermano la stessa collocazione. Le Visite Pastorali del 19 maggio 1655 e del 12 giugno 1660 attestano una nuova collocazione del Crocifisso nel transetto destro della Chiesa, sull’altare un tempo dedicato alla Natività della Vergine, tale cambiamento risponde ad esigenze di ammodernamento. Le fonti citate non forniscono notizie relative al nome dell’artefice o al periodo di esecuzione della scultura; non sono ancora conosciuti atti notarili legati alla commissione del prezioso manufatto. Una spiegazione convincente, ricollega la produzione devota dei crocifissi lignei alla committenza francescana intenta a promuovere la devozione per la Passione, come sostiene Maria Chiara De Santis. Gli oggetti artistici venivano realizzati con la raccolta di pubbliche offerte e questo giustifica il mancato ricorso ad Atti notarili ufficiali, presenti invece nelle commissioni del Crocifisso di Surbo (1610) e del Cristo alla colonna del Carmine di Lecce (1618), richiesti da committenti privati. La sopravvivenza degli antichi simulacri d’arte conservati nelle chiese è assicurata dal valore simbolico che la comunità cittadina ha attribuito loro nel tempo, proiettando in un luogo metaforico, religioso e poetico, eventi, prodigi e sentimenti di fede.
Antonella Vacca





















