I giorni te lu Riu/Tra Culto Mariano e gite fuoriporta
SURBO
La Parrocchia Santa Maria del Popolo di Surbo, guidata da don Fernando Capone, vive nel giorno di Pasquetta un momento di preparazione spirituale dei festeggiamenti per la Madonna di Loreto che si tengono Martedì 2 Aprile. Infatti la comunità parrocchiale è impegnata dalla Domenica di Pasqua al Martedì di festa in un triduo di preghiera.
E. Z.
ARNESANO
I riti della Pasquetta, ad Arnesano, si intrecciano con il culto della Madonna di Montevergine, molto diffuso nel Salento, in quella che una volta era chiamata Terra d’Otranto.
La chiesetta di Montevergine, è situata ad est del paese, in aperta campagna, a ridosso della vecchia via che portava da Lecce a Taranto e, da qui, a Napoli. La prima notizia sulla costruzione della chiesa, ad opera di un certo Orazio Renzo, si ritrova in un inventario notarile del 26 marzo 1635, mentre la data del 1714, che si legge sul pilastro esterno a sinistra entrando in chiesa, sembra riferirsi a lavori di restauro terminati in quell’anno. (Cfr. Luigi Russo, Montevergine di Arnesano, Deltaedit 2008).
Nella chiesa, al di sopra dell’altare maggiore, campeggia un affresco in cornice ovale, della Madonna di Montevergine, che richiama l’immagine della Vergine custodita e venerata nell’omonima abbazia edificata sul monte Partenio ad Avellino. Ai piedi dell’altare, nella parte destra, vi è “uno scarabattolo di legno con una statua della Madonna di Montevergine a mezzo busto”, come si legge nel resoconto della Santa Visita fatta da mons. Gennaro Trama, Vescovo della Diocesi di Lecce, nel giugno 1912.
Il culto della Madonna di Montevergine era diffuso tra i cittadini di Arnesano e tra quelli dei paesi limitrofi già molto prima del 1876, anno in cui papa Pio IX concedeva indulgenze per un periodo di sette anni a chi si fosse recato nella chiesa il lunedì dell’Angelo.
Fino agli anni Ottanta del secolo scorso, nella domenica delle Palme, la statua della Madonna di Montevergine era portata in processione dalla Chiesa matrice a quella fuori dal paese, dove rimaneva per tutta la settimana Santa. Il lunedì dell’Angelo, i fedeli si recavano in pellegrinaggio a Montevergine, assistevano alla Santa Messa e a mezzogiorno, dopo i fuochi d’artificio, si dava inizio allu “riu” tra le vecchie cave di tufo, in parte recuperate e riconvertite ad uliveto.
Formaggi, “puddhicasci” (trecce o canestri di pasta dolce o salata cotta al forno, con al centro un uovo sodo), cicorie agresti con carne di maiale, “cocule” (impasto di ricotta fresca, formaggio piccante, uova, pane grattugiato, prezzemolo e pepe, in brodo di verdure), focacce rustiche, taralli al pepe, “unguli” (fave verdi), il tutto accompagnato dal robusto vino rosso dei vigneti del paese, erano le portate obbligate del pranzo all’aperto.
Il pomeriggio trascorreva tra i giochi all’aperto dei più piccoli e l’attesa per l’entusiasmante cuccagna, che appassionava grandi e piccini. Poi, prima del tramonto, in processione, si riportava la statua della Madonna nella Chiesa parrocchiale. Da qualche anno, cuccagna a parte, tutto si svolge nella stessa giornata di Pasquetta.
O, meglio, si è svolto, perché quest’anno una tradizione lunga almeno 150 anni rischia di non essere rispettata e non certo per colpa dei cittadini di Arnesano. Il sito di Montevergine e quindi anche la chiesa, è proprietà privata. Il comitato organizzatore dei festeggiamenti ha chiesto agli attuali proprietari di avere accesso alla chiesa e agli spazi ad essa antistanti, ma a tutt’oggi, non ha ottenuto risposta. Evidentemente, il sentimento religioso popolare, la tradizione e il diritto consuetudinario non sono degni di considerazione e di rispetto.
Tonio Solazzo
MONTERONI
Il Lunedì dell’Angelo nella tradizione di Monteroni è il giorno dedicato alla festa della Madonna di S. Fili; come in altri luoghi in Terra d’Otranto anche qui si è forse voluto legare la memoria della Vergine Maria alla solennità della Resurrezione del Signore. Da questa relazione (sebbene il dibattito sull’etimologia del termine Fili sia ben vivo tra gli studiosi) deriverebbe il titolo di S. Fili, genitivo latino di Filius: dunque il dialettale Matonna te Santu Filj starebbe per Madonna del Santo Figlio.
L’antica cappella attestata sin dal XVI secolo, demolita nel 1970, custodiva in un affresco bizantineggiante l’icona della Madonna di Costantinopoli. Ancora oggi l’affresco è offerto al culto dei fedeli nell’ampia chiesa, edificata alcuni anni orsono, essendo stato recuperato prima dell’improvvido abbattimento del vetusto tempietto grazie all’intervento del compianto parroco don Carmelo Martino.
Fino al 1970 la festa di S. Fili era l’occasione per un giorno spensierato da trascorrere nei pressi del santuario. I giovani si riversavano nei campi e consumavano abbondanti colazioni ai piedi dei maestosi olivi secolari era quello il luogo in cui nel gioco potevano incontrare e corteggiare da lontano le coetanee rigorosamente ben scortate dalle madri o da altre familiari guardinghe e solerti nell’evitare incontri inopportuni; i padri e gli adulti, piuttosto, coglievano l’occasione della fiera per comperare attrezzi agricoli e animali dai mercanti i quali accorrevano in gran numero ad animare il mercato che si teneva nelle prime ore del mattino.
Dopo gli acquisti compratori e negozianti si riversavano nelle osterie, estemporaneamente allestite presso alcuni frantoi che si affacciavano sulla strada, per perfezionare i contratti con abbondanti libagioni di vino rosso accompagnate dai tipici piatti di stagione, fave e cacio pecorino fresco, involtini di trippa, taralli e uova.
I festeggiamenti religiosi avevano inizio all’alba con la traslazione del simulacro della Vergine dalla Chiesa Madre e si svolgevano presso la cappella rurale con la celebrazione di alcune messe al mattino.
Nel pomeriggio proseguiva il pellegrinaggio dei fedeli i quali erano accolti sulla soglia del piccolo tempio da un sacerdote che con un pennellino intinto nell’olio benedetto tracciava loro un segno di croce sulla fronte. Il vespro preannunciando il tramonto segnalava la fine della sagra, mogi e stanchi si rientrava a casa nel cuore si serbava l’attesa di un altro troppo lontano giorno di festa.
Gialma Carlà


















