I Pastori Leccesi Cittadini Onorari
Dall’Archivio Storico Diocesano…
In occasione del duplice giubileo del Nostro amato Vescovo mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, 50 anni dalla ordinazione sacerdotale e 25 dall’investitura vescovile, tra le tante considerazioni una di quelle che affiora più spontaneamente, e che meriterebbe approfondimento, è il rapporto che il Pastore ha intessuto (e che di conseguenza si è venuto a creare) con la realtà circostante, sia cittadina che diocesana. Da questo punto di vista la documentazione archivistica non può aiutarci, vista la “contemporaneità” dei fatti, ma è possibile ugualmente dare un contributo in questo senso volgendo lo sguardo al passato come è logico che si faccia da parte di un Archivio Storico quale è quello dell’Arcidiocesi di Lecce. Circa i presuli del tempo che fu, solo due di essi, per lo meno sulla base delle testimonianze documentarie esistenti, ebbero il privilegio di ricevere la testimonianza più alta dello stretto legame con la città di Lecce, cioè la cittadinanza onoraria: mons. Gennaro Trama nel 1925 e mons. Francesco Minerva nel 1979. Circa il primo (Fondo Trama, Busta XXIV, Fascicolo n. 19) la documentazione è molto scarna e asciutta e si limita alla comunicazione al Presule, da parte del Commissario Prefettizio, dell’avvenuto conferimento della cittadinanza onoraria leccese, alla quale mons. Trama risponde con una lettera di ringraziamento, stima e riconoscenza, nei confronti dell’Alto Funzionario Governativo altrettanto stringata e formale.
Vescovi Trama e Minerva
Di ben altra portata è la documentazione disponibile circa la medesima investitura ottenuta da mons. Minerva (Fondo Minerva, Busta XIV, Fascicolo non numerato) sia da un punto di vista meramente quantitativo che, soprattutto, qualitativo. Abbiamo, nell’ordine, il testo del discorso tenuto dal Sindaco dell’epoca (dott. Salvatore Meleleo), il testo del ringraziamento di mons. Minerva, la cronaca della cerimonia pubblicata sulle colonne di questo giornale a cura del compianto prof. Michele Paone (i primi due in forma dattiloscritta, l’ultimo invece è manoscritto). Ovviamente per motivi di spazio non analizzeremo i tre documenti in dettaglio, piuttosto cercheremo di cogliere ed estrapolare da essi gli elementi principali nei quali sia possibile rintracciare le motivazioni e i meriti che giustifichino l’attribuzione della cittadinanza onoraria, inevitabilmente visti e filtrati attraverso gli occhi, la sensibilità e il ruolo istituzionale e pubblico degli scriventi. La cerimonia, molto semplice, si è svolta il 18 marzo 1979 (anniversario del Suo ingresso in Lecce, avvenuto esattamente 28 anni prima) nella saletta consiliare del Municipio. Significativamente il Sindaco aveva invitato il Presule a prendere posto dietro al gonfalone del Comune.
Dott. Salvatore Meleleo
Il Primo Cittadino, dopo aver rivolto un vibrante indirizzo di omaggio al Presule, si è soffermato a considerare la portata del suo ministero apostolico, i cui riflessi sul piano sociale trovarono concreta attuazione nella “edificazione delle nuove chiese nei quartieri periferici della città ed erezione delle parrocchie urbane”. E continua, esplicando meglio il concetto “le chiese sono sorte laddove c’era solo campagna e dove c’erano tratturi: a San Guido, a San Pio, a Santa Rosa, a San Sabino” realtà nelle quali “la Chiesa è un nucleo intorno al quale si sviluppa un tessuto, una comunità […] aiutando tutti a sentirsi più legati, più solidali, più stretti gli uni agli altri”. E non dimentica “le opere di promozione umana, volte a lenire i problemi e le sofferenze della cittadinanza, soprattutto dei meno abbienti e degli emarginati”. L’ultima considerazione, ma non per questo la meno importante, riguarda il riconoscimento al Presule di “aver saputo afferrare la realtà cittadina in tutti i suoi aspetti, in tutta la sua problematica, sviscerandola, affrontandola, intervenendo anche con decisione, a richiamare tutti ai loro doveri, fatti di altruismo, di generosità, di dedizione, di impegno”. La chiosa ideale di tutto l’intervento del Sindaco, quasi un tirare le somme è data “dalla constatazione che in trent’anni (in realtà 28 come specificato in precedenza, N. d. A.) di permanenza a Lecce Ella ha dato un impulso indimenticabile, segnando un solco nel quale si sono riversati rivoli di iniziative umanitarie e sociali, che hanno creato un fiume di attivismo e di altruismo. Basta per tutti il ricordo del glorioso Congresso Eucaristico del 1956 che richiamò su Lecce l’attenzione dell’Italia e del mondo cattolico”. Mons. Minerva, visibilmente commosso, si rivolge al Sindaco e ai presenti, richiamando primariamente il suo primo saluto alla città mentre si accingeva a prender possesso della sede di S. Oronzo (“vengo a te Lecce gentile e fedele”). Poi sottolinea come Egli abbia “amato, servito, lavorato, nella gioia e nella sofferenza anche, per la crescita di questa Chiesa Diocesana e lo sviluppo umano di questa diletta città e diocesi”. Prosegue il concetto evidenziando come “in tutti questi anni la città di Lecce è cresciuta in territorio e popolazione e si è sviluppata civilmente ed ecclesialmente”, anche grazie al XV Congresso Eucaristico nazionale del 1956, che da un lato “ha fatto conoscere Lecce, segnando un decisivo incremento del turismo, dall’altro ha dato pure impulso allo sviluppo cittadino nella zona “Fondone” divenuta nella sua sistemazione urbanistica la “Piazza dei Trecentomila”(conosciuta altresì come “Piazza Mazzini”) nel Congresso e poi centro cittadino della Lecce degli ultimi anni”.
Prof. Michele Paone
Per rispondere allo sviluppo territoriale e demografico “sono state create in Lecce ben 15 nuove parrocchie (in aggiunta alle 9 esistenti al mio ingresso).” “Le continue iniziative religiose e pastorali […] hanno tenuto desto, oltre la religiosità e la moralità, il senso civico”. E prosegue affermando che “abbiamo amato sempre più questa città, che sentivamo ancora più nostra col susseguirsi degli anni; […] ci siamo sforzati di lavorare con tenacia, superando anche ostacoli e incomprensioni, pur di […] vedere crescere materialmente e ancor più spiritualmente questa diletta Lecce e Diocesi. Pastore e Padre di questa città ne diveniamo oggi anche figlio, per sentirla maggiormente nostra ed ancor più amarla”. Ancora più significativa la chiosa finale: “L’augurio sincero e fervido che questa nostra Lecce “vivat, crescat, floreat”. Volendo tirare le fila del discorso e dare una conclusione degna a questa trattazione, sintetizzandone, al contempo il senso e la portata, useremo le parole che il prof. Michele Paone riporta, tra le altre, nella porzione dell’intero articolo pubblicato sull’Ora del Salento, intitolata “Significato di una cittadinanza”, e cioè “nessun onore è più grande di quello di chiamare, col nome di Figlio, chi è nato fuori dalla comunità nella quale viene ammesso, perché come non vi è per una città tributo di omaggio più grande che attribuire la sua maternità a chi ella vuole riconoscere figlio, così non v’è più grande soddisfazione, per il neo-cittadino, dell’essere ricevuto, per amore e con amore, in comunione di quelli ai quali egli ha servito e serve con sapienza e con fede […] motivazione sintetica ed estremamente pregnante che si lega al motto episcopale: Nulla sapientia sine fide!”.
Giacomo Cominotti




















