Spiagge del Salento: se la costa si sbriciola
I recenti crolli di Torre Sant’Andra riesumano un problema mai risolto…
A colloquio con Giuseppe Piccioli Resta, Docente di Geografia all’Unisalento.
“LE COSTRUZIONI A RIVA ACCELERANO IL PROCESSO DISGREGATIVO DELLE ONDE DEL MARE”.
DISTRUTTIVI COME LE CAVALLETTE/ “Boero diceva a buon diritto che avremmo dovuto costruire a 3 km dalle coste. Manca l’idea di un benessere a lungo termine da garantire anche alle generazioni future”.
Un mare che avanza senza sosta, inesorabile, mostrando al mondo l’inarrestabile forza della natura. Dopo i due eclatanti crolli costieri avvenuti a Torre Sant’Andrea il mese scorso, però, che hanno posto a repentaglio una delle località più ammirate e amate da salentini e turisti, qualcosa nella consapevolezza delle persone sembra essere cambiata. È dunque il momento di una riflessione approfondita e scientifica: è la natura ad attaccare l’uomo, o si difende oggi dagli attacchi subiti negli anni dalla civiltà umana? A spiegarci queste dinamiche il prof. Giuseppe Piccioli Resta, docente di geografia presso l’Università del Salento.
Quali sono i fattori che influiscono maggiormente sull’erosione costiera, in Italia e in particolare nel Salento?
Anzitutto dobbiamo premettere che stiamo parlando di fenomeni improntati sulla scala temporale-geologica, per cui noi vediamo soltanto una piccola porzione di questo fenomeno di modellamento delle coste, che consiste in alcuni casi in un loro avanzamento, talvolta in un arretramento. Le coste, al pari di qualunque altro elemento del pianeta terra, costituiscono dunque un ambiente dinamico, anche se noi ci arroghiamo il diritto di considerarlo statico e di comportarci come se fosse realmente così. Pensiamo che la spiaggia sia immutabile, mentre cambia aspetto in pochissimo tempo.
Non c’è dunque un motivo specifico che ha determinato una repentina accelerazione dei processi erosivi lungo le coste salentine?
Il fenomeno dell’erosione di cui si parla negli ultimi anni sta investendo tutte le coste del mondo, scendendo nel dettaglio quelle mediterranee, italiane e nello specifico pugliesi. Emerge un indiscusso arretramento delle coste ad opera delle forze del mare, attive da sempre, sin da quando sulla terra è stata presente l’acqua. Con il nostro operato abbiamo però ovviamente permesso al mare di accelerare i suoi processi disgregativi. Ad esempio, costruendo dove non avremmo dovuto, come è accaduto in buona parte del territorio di Porto Cesareo, ma anche sulle marine leccesi nell’adriatico.
In che modo la costruzione di case influisce sull’erosione?
La pressione degli edifici fa si che le fondamenta rocciose sottostanti siano spinte verso il mare, subendo una più veloce disgregazione. Un altro grave errore ricorrente è costruire sulle dune. L’ambiente marino è costituito da un sistema complesso e interdipendente formato da spiaggia, duna e retroduna. Alcune specie vegetali hanno il loro habitat naturale nelle zone dunali, e la loro sopravvivenza è fortemente compromessa dagli interventi umani.
Come conciliare la custodia dell’ambiente con le esigenze del turismo, una delle principali fonti di guadagno del Tacco d’Italia?
In realtà stiamo attuando un cannibalismo delle nostre stesse risorse, distrutte per un’immagine turistica da cartolina che il turista non trova più quando viene qui. Ci dobbiamo chiedere che sviluppo vogliamo, e se quello intrapreso è sviluppo o involuzione. Teniamo conto che dalle indagini di diverse università italiane si è visto che nel corso dei decenni le coste sono prima avanzate e poi arretrate. Da indagini archeologiche di tipo indiretto si è visto invece che strutture costruite a ridosso della linea di costa adriatica sono state trovate un metro e mezzo sotto il livello mare, quindi c’è un avanzamento del mare sulla terra ferma: è come se l’Italia stesse lentamente sprofondando sott’acqua dal versante adriatico. Come se non bastasse anche noi abbiamo accelerato questi processi erosivi, che ora si ritorcono contro di noi.















