Pubblicato in: Sab, Apr 13th, 2013

Spiagge del Salento: se la costa si sbriciola

I recenti crolli di Torre Sant’Andra riesumano un problema mai risolto…

A colloquio con Giuseppe Piccioli Resta, Docente di Geografia all’Unisalento.

“LE COSTRUZIONI A RIVA ACCELERANO IL PROCESSO DISGREGATIVO DELLE ONDE DEL MARE”.

DISTRUTTIVI COME LE CAVALLETTE/Boero diceva a buon diritto che avremmo dovuto costruire a 3 km dalle coste. Manca l’idea di un benessere a lungo termine da garantire anche alle generazioni future”.

Un mare che avanza senza sosta, inesorabile, mostran­do al mondo l’inarrestabile forza della natura. Dopo i due eclatanti crolli costieri avvenuti a Torre Sant’Andrea il mese scorso, però, che hanno posto a repen­taglio una delle località più ammirate e amate da salentini e turisti, qualco­sa nella consapevolezza delle persone sembra essere cambiata. È dunque il momento di una riflessione approfondi­ta e scientifica: è la natura ad attaccare l’uomo, o si difende oggi dagli attacchi subiti negli anni dalla civiltà umana? A spiegarci queste dinamiche il prof. Giuseppe Piccioli Resta, docente di ge­ografia presso l’Università del Salento.

Quali sono i fattori che influiscono maggiormente sull’erosione co­stiera, in Italia e in particolare nel Salento?

Anzitutto dobbiamo premettere che stiamo parlando di fenomeni impron­tati sulla scala temporale-geologica, per cui noi vediamo soltanto una pic­cola porzione di questo fenomeno di modellamento delle coste, che consiste in alcuni casi in un loro avanzamento, talvolta in un arretramento. Le coste, al pari di qualunque altro elemento del pianeta terra, costituiscono dunque un ambiente dinamico, anche se noi ci arroghiamo il diritto di considerarlo statico e di comportarci come se fosse realmente così. Pensiamo che la spiag­gia sia immutabile, mentre cambia aspetto in pochissimo tempo.

Non c’è dunque un motivo specifi­co che ha determinato una repenti­na accelerazione dei processi ero­sivi lungo le coste salentine?

Il fenomeno dell’erosione di cui si parla negli ultimi anni sta investendo tutte le coste del mondo, scendendo nel dettaglio quelle mediterranee, italiane e nello specifico pugliesi. Emerge un indiscusso arretramento delle coste ad opera delle forze del mare, attive da sempre, sin da quando sulla terra è sta­ta presente l’acqua. Con il nostro ope­rato abbiamo però ovviamente permes­so al mare di accelerare i suoi processi disgregativi. Ad esempio, costruendo dove non avremmo dovuto, come è ac­caduto in buona parte del territorio di Porto Cesareo, ma anche sulle marine leccesi nell’adriatico.

In che modo la costruzione di case influisce sull’erosione?

La pressione degli edifici fa si che le fondamenta rocciose sottostanti siano spinte verso il mare, subendo una più veloce disgregazione. Un altro grave errore ricorrente è costruire sulle dune. L’ambiente marino è costituito da un sistema complesso e interdipendente formato da spiaggia, duna e retroduna. Alcune specie vegetali hanno il loro habitat naturale nelle zone dunali, e la loro sopravvivenza è fortemente com­promessa dagli interventi umani.

Come conciliare la custodia dell’ambiente con le esigenze del turismo, una delle principali fonti di guadagno del Tacco d’Italia?

In realtà stiamo attuando un can­nibalismo delle nostre stesse risorse, distrutte per un’immagine turistica da cartolina che il turista non trova più quando viene qui. Ci dobbiamo chie­dere che sviluppo vogliamo, e se quello intrapreso è sviluppo o involuzione. Te­niamo conto che dalle indagini di diver­se università italiane si è visto che nel corso dei decenni le coste sono prima avanzate e poi arretrate. Da indagini archeologiche di tipo indiretto si è visto invece che strutture costruite a ridosso della linea di costa adriatica sono sta­te trovate un metro e mezzo sotto il li­vello mare, quindi c’è un avanzamento del mare sulla terra ferma: è come se l’Italia stesse lentamente sprofondan­do sott’acqua dal versante adriatico. Come se non bastasse anche noi abbia­mo accelerato questi processi erosivi, che ora si ritorcono contro di noi.

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