I Vescovi e la Città/Da Minerva a Ruppi passando per Mincuzzi
Parlare del ruolo dei vescovi di Lecce dagli anni Cinquanta ad oggi si può fare a patto che si prendano come punti di partenza due eventi da cui non si può prescindere: il Congresso Eucaristico del 1956 e la venuta nella nostra terra di Giovanni Paolo II nel 1994. Nel primo evento la chiesa leccese era guidata da mons. Francesco Minerva, che completò il suo mandato trentennale nel 1981, nel secondo evento avevamo mons. Cosmo Francesco Ruppi che nel 1988 aveva, a sua volta, sostituto mons. Michele Mincuzzi, barese di origine e molto amico di Aldo Moro. Quindi ci è stato donato mons. Domenico D’Ambrosio che, nel 2009, prese il posto vacante a Piazza Duomo. Minerva, Mincuzzi, Ruppi: lo stesso ruolo e tre modelli ecclesiali diversi ma non opposti. Io ho frequentato mons. Minerva soprattutto per il mio compito dapprima di presidente dei giovani di Azione Cattolica della Parrocchia di Fulgenzio e poi per il mio ruolo di responsabile regionale del Movimento Studenti di A. C.
Mons. Minerva
Il vescovo di cui parlo, pur nella sua forte coerenza, non disdegnava battute rasserenanti e atteggiamenti quasi scherzosi. Ricordo che più volte, prima che noi andassimo via dall’Episcopio, egli ci chiamava e diceva: “Ecco una lacrima” e ci dava delle monete cartacee che spesso noi investivamo nell’acquisto di un nuovo pallone o delle maglie di calcio per la squadra dell’associazione parrocchiale. Ma non ho mai visto mons. Minerva, che era stato anche docente, essere agitato o preoccupato. Ogni incontro con lui ci dava tranquillità. Tra l’altro egli fu l’ultimo vescovo di Lecce perché poi, con la costituzione dell’archidiocesi, egli divenne, naturalmente, il primo arcivescovo. Diverso il rapporto con mons. Mincuzzi. La sua sensibilità sociale e la sua cultura politica, lo rendeva molto più vicino ai giovani cattolici che attendevano dalla Chiesa anche segnali in quei settori. Cosa che avvenne, tanto che nel gennaio dell’1989, quando il vescovo dovette lasciare per limiti di età; Fulvio De Giorgi pubblicò, in una collana diretta da me e con un mia breve premessa e un suo importante saggio, le pastorali, piene di sollecitazioni religiose e sociali, svolte da Mincuzzi nella messa crismale, Lo sostituì mons. Cosmo Francesco Ruppi che gestì il proprio ruolo sino al 2009, anch’egli con fervore di iniziative e di innovazioni anche nell’assetto logistico dell’Arcidiocesi.
Mons. Mincuzzi e Mons. Ruppi
Infine è venuto tra noi mons. Domenico D’Ambrosio, l’attuale Arcivescovo, che gestisce senza clamori, ma con sicura efficacia, il suo ruolo importante e decisivo per la chiesa leccese. Il nostro Arcivescovo non trascura nessun soggetto a lui affidato dalla Chiesa. Egli va spesso a trovare chi vive la propria fede in clausura, ma c’è di più: va a trovare coloro che stanno scontando, in privazione di libertà, errori compiuti che li hanno portati nelle carceri. Un piccolo episodio casuale e banale mi ha toccato e mi fatto conoscere l’umiltà dell’arcivescovo. Era una domenica, verso le 12, Io ero andato a piedi ad una farmacia non lontana da Piazza Duomo per comprare delle medicine. Nel tornare, seguendo le stradette che uniscono il centro storico al Corso principale, vidi una macchina non sfarzosa che veniva in senso opposto al mio. Non potevo fare a meno, come tutti facciamo in quelle occasioni, di guardare chi fosse il guidatore. Rimasi allibito quando vidi che era il nostro arcivescovo che tornava da solo, guidando, da qualche visita in parrocchie limitrofe. La mia prima perplessità fu sciolta dal fatto che fu lui, dall’interno dell’auto, a salutarmi con la mano. Io scappai a casa per dirlo a Marisa, mia moglie, e parlargli dell’umiltà cristiana di questo arcivescovo a cui la Chiesa della Diocesi deve e può, senza piaggeria, essere grata per la saggezza e l’umanità da sempre dimostrate
Giovanni Invitto

















