Pubblicato in: Ven, Feb 1st, 2013

Il Carcere visto da fuori/Storie vere di ex detenuti

LA STORIA/1

TRE ANNI DIETRO LE SBARRE: UN MARCHIO INDELEBILE

300 EURO AL MESE/Per me è stato un motivo per non tornare a rubare perché ho scoperto che il vero rispetto da parte degli altri ce l’hai quando mostri il tuo impegno, quando ti comporti da persona per bene.

Piccoli furti da poche lire e la collaborazione a qualche truffa, gli hanno fruttato ben 3 anni e 4 mesi di reclusione. È così che inizia l’esperienza in carcere per V., 46enne leccese doc, come si definisce lui. V. non è sposato, tanti amori ma mai quello giusto e così era abituato a proiettarsi in un futuro solitario e in un presente in cui non aveva niente da perdere. I suoi furti, per quanto mettessero in luce un evidente stato di bisogno economico, erano soprattutto legati all’aspetto psicologico del sentirsi giovane: “rubavo soprattutto per togliermi degli sfizi.

Ho preso motorini, cellulari e qualche volta ho rubato in vecchie case di campagna, ma non era per necessità. Lo facevo perché per compiere dei furti bisogna essere soprattutto furbi e agili e il riuscire a rubare qualcosa mi faceva sentire giovane”. Le sue azioni, però, non sono passate inosservate agli occhi degli inquirenti che nel 2003, dopo averlo beccato con le mani nel sacco, lo condussero pressola Casa Circondarialedi Borgo San Nicola.

Di certo c’è che, anche una persona tendenzialmente solitaria come V., non intende ripetere l’esperienza del carcere. A segnare la sua storia tra quelle mura c’è stata sicuramente la convivenza, che può risultare molto difficile. Nei primi tempi divideva la cella con un ragazzo straniero: un tipo un po’ strano, magrissimo e decisamente taciturno, abituato ad esprimersi attraverso una mimica che, alle volte, appariva alquanto bizzarra.

 “All’inizio fu difficile conviverci, ma poi mi ci sono affezionato come ad un fratello. Durante le lunghe ore di chiacchierate, il nostro argomento principale erano i sogni fatti durante la notte. O meglio, io glieli raccontavo, ma non sono sicuro mi capisse”. In fondo, in quello straniero un po’ “bizzarro” V. aveva trovato un compagno di viaggio col quale sfogarsi e sentire meno pesante il lento scorrere del tempo.

“Il periodo in cui sono stato io in carcere, il problema del sovraffollamento non era grave come negli ultimi anni: non c’erano dei grossi problemi di spazio e si riusciva a convivere tranquillamente. Purtroppo però – continua l’ex detenuto – non c’erano nemmeno le attività extra che, da quanto mi hanno detto, ora vengono organizzate all’interno del carcere. Non pretendo che il carcere diventi un albergo con campi sportivi e quant’altro, ma sicuramente avrei vissuto più serenamente i momenti difficili della detenzione se mi avessero dato qualche lavoro da fare, qualche laboratorio da frequentare”.

I tre anni trascorsi dietro le sbarre sono marchiati a fuoco nella mente di V. Lui è pienamente cosciente di aver meritato la pena, quello che non riesce tuttora a capire è la solitudine in cui vengono lasciati i carcerati, soprattutto dopo aver scontato la pena. Soli nella detenzione, soli soprattutto dopo, quanto sono chiamati a rifarsi una vita.

Nel 2006 l’uscita, con 45 giorni di anticipo, grazie all’indulto. Ricorda il senso di smarrimento fuori dal carcere e gli si rompe la voce mentre ci racconta le sensazioni di quei momenti: “Sono uscito con due ‘buste de le munnizze’ in mano. E ho capito che da quel momento avrei sofferto più di quando ero in carcere perché se sei solo nel mondo e sbagli, fuori non c’è nessuno ad aspettarti. Non è come per i mafiosi… quelli da soli non lo sono mai!”.

E continua. “Avevo una casa lasciatami in eredità da mio padre, ma non ci volevo tornare perché era vuota e mi sarei sentito ancora più solo. Ho vissuto per due settimane per strada, ho dormito in stazione e sulle panchine”. Poi, però, fortunatamente per V. le cose sono iniziate a cambiare. Un assistente sociale gli ha proposto di entrare a far parte di una cooperativa: 300 euro al mese per pulire i giardini… troppi pochi per sopravvivere, ma abbastanza per restituire la dignità di cui lui stesso si era privato. “Per me – dice V. – è stato un motivo per non tornare a rubare perché ho scoperto che il vero rispetto da parte degli altri ce l’hai quando mostri il tuo impegno, quando ti comporti da persona per bene”.

Pages: 1 2 3 4

Lascia un commento

XHTML: You can use these html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

 

Gli articoli più letti