Pubblicato in: Ven, Feb 1st, 2013

Il Carcere visto da fuori/Storie vere di ex detenuti

LA STORIA/2

IL DOLORE PIÙ GRANDE: L’ASSENZA DALLA SALA PARTO

AVEVA GIÀ UN ANNO/Quella bambina fu la lezione di vita più efficace mai avuta. Da allora rigai dritto per un bel po’ fino alla scorsa estate quando, a causa della mia irascibilità, fui coinvolto in una rissa in cui un uomo finì in ospedale.

 

Si definisce “figlio d’arte”, invece, P. 29enne della provincia di Lecce. Lui che, così giovane, in carcere c’è stato già due volte, fino a qualche anno fa si vantava di essere una nuova leva della malavita. “Però – precisa – non sono un detenuto di serie A, non ho mai commesso reati gravi, non ho mai ucciso nessuno.

Di errori ne ho fatti tanti, ma non per questo ritengo di essere un cattivo ragazzo. Credo solo che ci siano situazioni della vita che ti portano a sbagliare, ci sono contesti familiari che non sono in grado di insegnarti la differenza tra giusto e sbagliato”.

Tre anni fa ha dovuto scontare un anno e mezzo di carcere per un furto commesso con un compagno di avventura. Una bravata costata cara al giovane che al momento dell’arresto aveva soli 26 anni ma già una grossa responsabilità sulle sue spalle. Non è stato necessario chiedere spiegazioni e, senza nascondere l’emozione, P. ci racconta la sua esperienza: “Ho sbagliato, lo ammetto, ma me ne sono reso conto troppo tardi e oramai non potevo cancellare quello che era stato.

Quando mi hanno arrestato, la mia ragazza era incinta al quinto mese e per me la sofferenza più grande fu quella di non poter essere accanto a lei al momento del parto. – racconta P. – Quando mia madre mi disse che ero diventato padre, ebbi un crollo: mai prima avevo provato la sensazione del senso di colpa, mai prima avevo pianto così tanto.

Fu in quel momento che presi coscienza di quanto caro avessi pagato la mia bravata: non solo non ho visto nascere mia figlia, ma ho perso per sempre i primi momenti della sua vita. Quando l’ho conosciuta aveva un anno, troppo piccola per capire la mia figura ma credo avvertisse già un senso di distacco, di estraneità.

Quella bambina fu la lezione di vita più efficace che io abbia mai avuto. Da allora rigai dritto per un bel po’ fino alla scorsa estate quando, a causa della mia irascibilità, fui coinvolto in una rissa in cui un uomo finì in ospedale. Per quel reato, trascorsi altri novanta giorni in carcere”.

Quanto alle condizioni di detenzione, P. dice: “Credo che chi non sia mai stato in carcere abbia una percezione del tutto errata. Non è un posto degradato dal punto di vista strutturale: certo, non si sta benissimo, ma lo stato d’animo è legato più alla sofferenza morale, a quel continuo pensare a chi ci aspetta fuori. Io, sono stato fortunato; dividevo la cella con altri due detenuti, ma riuscì ad istaurare un buon rapporto con loro.

Sembra poco, ma quando si trascorrono circa venti ore in quattro mura, sapere di avere qualcuno con cui parlare è un gran sollievo. L’unica cosa che non riuscivo a sopportare erano i cattivi odori, inevitabili quando in carcere c’è più del doppio delle presente previste”. Una frettolosa valutazione del carcere di Borgo San Nicola, una critica che però disegna una situazione non  eccessivamente preoccupante per gli ospiti del carcere.

Anche P., però, lamenta la poche attività all’interno del carcere. “Tutti pensano che in carcere la gente dorme sempre – dice – ma in realtà il carcere è una comunità che non dorme mai perché a tenerti sveglio ci pensa la coscienza e ogni giorno trascorre identico a quello precedente.

Certo, nei primi periodi della detenzione non fai caso a questo aspetto perché sei troppo impegnato tra processi, colloqui con gli avvocati e visite dei familiari. Poi i colloqui finiscono, il viavai di familiari rallenta perché l’essere umano si abitua alle situazioni e lì inizia la vera detenzione”.

Pagine a cura di Serena Carbone

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