Il contatto quotidiano con un’umanità ferita La chiesa di Borgo San Nicola
Per i più, la presenza del cappellano in un istituto carcerario ha una connotazione strettamente religiosa, quasi esclusivamente legata all’annuncio di Cristo. In realtà una simile visione, oltre ad essere riduttiva, è lontana da una ben più complessa responsabilità che abbraccia la dimensione cristiana, umana e psicologica insieme. Qual è la funzione del cappellano di una Casa Circondariale?
Il compito del cappellano è fondamentalmente spirituale e religioso. Al cappellano viene chiesta l’assistenza religiosa, la celebrazione delle Messe, le confessioni, l’ascolto dei detenuti. Questo compito però è solo un piccolo contributo che il cappellano può offrire a chi vive in carcere.
Ciò che è più importante – a mio avviso – è permettere ai detenuti di sentirsi persone, ovvero poter parlare con qualcuno guardandosi negli occhi, lasciandosi scavare dentro la propria anima senza sentirsi giudicati o condannati, vivere un rapporto umano con quella libertà interiore che supera i simboli mortificanti delle manette ai polsi, delle celle che si chiudono alle proprie spalle, del suono gelido dei chiavistelli che scandiscono il tempo interminabile della vita di un carcere, del sentirsi chiamati per cognome o etichettati come il detenuto del blocco x, della sezione y, della cella z.
Ciò che è a me sembra molto interessante quando dialogo con un detenuto e mi pongo in un rapporto di assoluta parità è percepire la vicinanza di quella persona alla mia persona. In qualche modo di realizza il comandamento nuovo di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri”.
Come viene vissuta la fede in carcere?
Confesso che il tempo che trascorro all’interno del carcere ha un valore ambiguo e alquanto bizzarro per chi concepisce il tempo come una sequenza di secondi, minuti e ore. Per me il tempo che vivo nel carcere è sempre poco; per chi mi osserva e sa che oltre ad essere cappellano del carcere sono anche insegnante di teologia e parroco, il tempo che trascorro è eccessivo. Sono convinto piuttosto che quando arrivo in ritardo a qualche impegno pastorale pochi comprendono che solo qualche minuto prima avevo convinto qualcuno a non togliersi la vita…
Quando si entra in un carcere è come immergersi in un’umanità ferita, è come incontrare ogni giorno l’essenza della vita perché quanto più si ha che fare con persone che hanno perso la libertà e gli affetti tanto più ci si accorge di quanto sia bello vivere liberi e senza pesi sulla coscienza. In questo senso il sacerdote nel carcere ha il meraviglioso compito di risvegliare la fede attraverso la presenza discreta e generosa, la celebrazione della Messa e l’ascolto dei peccati, ma anche l’aiuto personale che si realizza nel donare prodotti di igiene intima, vestiario, biancheria e, ogni tanto – molto raramente – una sigaretta.















