Pubblicato in: Sab, Set 14th, 2013

IL GRANDE DONO DI PAPA FRANCESCO…

 14 SETTEMBRE 2013 – PIAZZA DUOMO, DON FERNANDO CONSACRATO VESCOVO.

“Felice e spaventata”/A poche ore dall’Ordinazione episcopale parla la signora Maria… 

La mamma di Don Fernando: Continuerò a pregare per lui 

RICORDI D’INFANZIA/“Era un bambino come gli altri. Giocava in giardino con i suoi compagni. Ma quando suonavano le campane della vicina Chiesa Madre lasciava tutti e correva per andare a servire la Messa”. 

LA NOTIZIA DELL’ELEZIONE/“Quella mattina squillò il telefono. Era il mio parroco don Luciano. Doveva consegnarmi una lettera di Mons. D’Ambrosio che mi comunicava la notizia. Ho cominciato a piangere e tremare”. 

NARDÒ-GALLIPOLI LA NUOVA CASA/“Per me non cambia nulla. Sono solo più preoccupata per lui, per le nuove responsabilità. Per me è sempre il mio Fernando. Continuerò a pregare per lui, come ho sempre fatto, tutti i giorni della mia vita”.

Suona il campanello. Da dietro il portone, chiede chi è. Le rispondo: “Vengo da L’Ora del Salento, Signo­ra”. Mi apre, imbarazzata e quasi impaurita. Emozionata, senza dubbio. Le spiego “di chi son figlia”, mi confessa di aver conosciuto bene i miei nonni, e si scioglie un po’. Le serviva. Ci accomodiamo sul divano, davanti ad un finestrone che dà su un giardino rigoglioso, dal quale en­tra un raggio di luce che illumina quel suo volto segnato dall’età e quegli occhi che rivelano di aver pianto an­cora. Ancora una volta.

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83 anni portati benissimo, dolce e sor­ridente, forte e determinata, lucida e precisa, dalla memoria impeccabile, Maria comincia a raccontare di sé e del grande dono che ha ricevuto: vedere suo figlio diventare Vescovo. Un fiume di memorie, senza freni, senza dighe. Per raccontare un amo­re che parte da lontano.

Signora Maria, sarebbe bello se po­tessimo fare un tuffo nel passato e provare a tracciare insieme, attra­verso i suoi lontani ricordi, i profili della vita di suo figlio Fernando. Da dove cominciamo?

Tutto è cominciato sin dalla gravi­danza. Mi recavo spesso in una chie­setta di Lecce, vicino all’Anfiteatro, in una delle stradine che lo costeggiano. Lì c’era una statua di Sant’Antonio, una statua dal volto bellissimo e pieno d’amore. A questo volto così delicato e dai lineamenti perfetti, mi rivolgevo e pregavo che il mio bambino fosse sano, fosse “buono” in ogni senso. Quando nacque, ero convinta che so­migliasse a quella statua. Anzi, in real­tà lo credo tuttora.

Come è stata l’infanzia di suo figlio?

È stata un’infanzia molto serena. Mia madre, fervente cattolica e donna di chiesa, spesso si occupava di lui e gli raccontava la vita dei Santi. Lui ascoltava rapito. Ogni sera si recitava il rosario in casa. Abbiamo sempre te­nuto molto, io e mio marito, all’educa­zione dei nostri figli, e abbiamo lottato e fatto sacrifici perché crescessero in rettitudine e integrità morale. Nono­stante mio marito facesse il falegname e non avessimo grandi possibilità eco­nomiche, mandammo lui e le nostre figlie a frequentare la scuola mater­na ed elementare dalle Suore d’Ivrea dell’Istituto “Andrioli” di Lequile. Lui cresceva tranquillo, sereno, gioioso e felice.

Ha mai pensato che suo figlio fos­se “diverso” dagli altri bambini? Ha mai percepito una sua maggiore sensibilità o un’attenzione partico­lare nei confronti degli altri?

Era un bambino come gli altri, con i suoi compagni vicini di casa trascorre­va il suo tempo libero nel nostro giar­dino e, anche per strada, a giocare a nascondino, le figurine dei calciatori e con le biglie di vetro. Ma quando suo­navano le campane della vicina chie­sa matrice, beh, lasciava tutto e tutti, e correva per andare a servire messa. Ho capito subito che era un bambino speciale.

Ricorda qualche episodio in parti­colare?

Da piccolino aveva sempre mal di gola con febbre. I medici lo imbottiva­no di antibiotici, ma, nonostante tutto, stava bene quindici giorni per poi ri­cadere. Lo portammo da un medico molto bravo a Lecce. Lo ricordo anco­ra, la visita costò 15mila lire. Decise di asportargli le tonsille. All’epoca, era un intervento brutto, senza anestesia, che in alcuni casi aveva anche provo­cato danni alle corde vocali e, quindi, afonìa. Subito dopo l’intervento, il me­dico, per testare la sua voce, si rivolse al bambino e disse: “Fernando, cosa vorresti fare da grande?”. E lui, riso­luto: “Voglio fare il Papa di Roma!”. Sono certa che avesse sentito parlare del Papa in famiglia, o lo avesse visto in quei rari momenti in cui guardava­mo l’unica tv del paese nella sezione della Democrazia Cristiana di Lequile presso l’Istituto “Andrioli”, e che la sua figura lo avesse colpito oltremodo. Aveva appena cinque anni.

Quando ha capito davvero che sa­rebbe diventato sacerdote?

È stato tutto molto chiaro da sem­pre. Ma la certezza, io e mio mari­to, l’abbiamo avuta quando doveva iscriversi alla prima media. In quin­ta elementare, il direttore della sua scuola lo fece partecipare ad un con­corso letterario. Arrivò primo e vinse una “borsa di studio” per i tre anni di scuola media. Era una cifra altissima per noi: avevamo due altre figlie ed era difficile. Eravamo molto contenti, fino a quando ci comunicarono che avremmo potuto ricevere l’assegno soltanto se Fernando avesse fre­quentato una scuola pubblica.

Lui aveva scelto, invece, il seminario. Speravamo di trovare una soluzione alternativa, che permettesse al ra­gazzo di frequentare il seminario e a noi di non perdere questo lauto aiuto economico. Il direttore della scuola ci propose di iscrivere Fernando in se­minario e fargli frequentare, per due giorni a settimana, la scuola statale del paese. Lo proponemmo a lui, ci provò per un paio di settimane, poi, chiamò in privato suo padre e gli dis­se: “Papà, preferisci i soldi o preferisci che io perda la mia vocazione?”. Da quel giorno tutto cambiò e capimmo che la sua strada era già tracciata.

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Ha avuto mai momenti di flessione o di dubbio, che lei sappia?

Che io sappia no. So anzi che, terminato il liceo, mio marito lo ac­compagnò a Roma per entrare nel Seminario Romano Maggiore, prima di lasciarlo, gli disse: “Figlio mio, se hai qualche perplessità e vuoi fare un passo indietro, facciamo in tempo a tornare a casa”. Lui lo abbracciò e gli confermò, convinto, la sua scelta.

E che figlio è don Fernando?

Un figlio meraviglioso. Un po’ è cambiato dopo la morte del papà (avvenuta il 18 settembre del 1997 ndr). Ma ha mantenuto il suo animo nobile e le sue premure. Se non si sente bene non me lo dice mai per non farmi preoccupare. L’ho sempre visto molto poco, ma la domenica, quando c’è lui a casa, è tutta un’altra cosa. Ora lo vedrò ancora meno… Eh sì, purtroppo sì. Ma mi ha promesso che continuerà a venire la domenica. E noi, per quanto possibile, andremo a trovarlo, ci occuperemo di lui, come abbiamo fatto fino ad ora, anche se in un’altra casa.

Perché dice così?

Perché lui ha sempre scelto di vi­vere in comunità con altri sacerdoti. Suo padre gli costruì un piccolo ap­partamento al piano di sopra, dove ospitava sempre amici da tutto il mondo. Americani, europei, finanche un cileno. Anche a Trepuzzi, ha tra­sformato un grande appartamento in tre monolocali, perché potesse condi­viderlo con gli altri. Ora dovrà abituar­si a questa nuova vita.

Arriviamo a quel giorno. Come ha ricevuto la notizia che suo figlio sa­rebbe diventato Vescovo?

La mattina del 16 luglio, come ogni mattina, mi stavo preparando per andare a Messa, al convento dei Fra­ti Minori di Lequile. Alle sette meno un quarto, squilla il telefono. Era don Luciano Forcignanò, il mio parroco: “Maria, vieni a seguire la Santa Mes­sa in parrocchia oggi, ti devo parlare”. Una volta arrivata lì, mi ha abbraccia­to e mi consegnato tra le mani una lettera di mons. D’Ambrosio, che mi comunicava ufficialmente la notizia. Non potevo crederci. Ho comincia­to a piangere e tremare. Ero felice e spaventata. È una cosa troppo gran­de, e noi siamo così piccoli… È una responsabilità incredibile e io prego sempre, come ho fatto fino ad oggi, il Signore, la Madonna e San Giuseppe da Copertino perché lo proteggano e gli diano la forza per continuare la sua missione.

Che cosa cambierà d’ora in avanti?

Per me non cambia nulla. Sono solo più preoccupata per lui, per le responsabilità che questo ruolo gli impone, per le difficoltà che potrà in­contrare su questo cammino. Per me è sempre il mio Fernando. Continue­rò a pregare per lui, come ho sempre fatto, tutti i giorni della mia vita.

 Annalisa Nastrini

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