Il Messaggio dell’Arcivescovo alla Città: Lecce non è sola
1. Ancora una volta insieme dopo aver attraversato in modo insolito le strade della nostra città quasi guidati dai simulacri dei nostri Santi Patroni: i Santi Oronzo, Giusto e Fortunato, martiri per Cristo. Uomini che hanno fatto della loro vita una testimonianza sicura e affidabile, non adusi a un costume diffuso ai loro tempi, siamo agli albori della fede cristiana, ma che non ha mai perduto il suo potere accattivante, gratificante e remunerante. Parlo della diffusa pratica del compromesso, del mercimonio della verità, dell’accodarsi o attaccarsi all’ipocrita e mistificante categoria di quanti sviliscono il valore e la ricchezza della coerenza che talvolta chiede l’alto prezzo della fedeltà alla verità, da non barattare con gli illusori e facili guadagni di consenso o di applausi.
Il momento di particolare sofferenza che stiamo vivendo ha messo in crisi anche gli applausi. Non è facile averli o strapparli, perché si è ridimensionata la credibilità di promesse che restano tali.
Il momento di festa che ci vede insieme, è il forte legame con la storia di questa città fatta dalle generazioni che ci hanno preceduto e che si tinge di una innegabile e radicata religiosità che ha reso sicura e forte, nei difficili e molteplici travagli storici che la segnano, la fede del nostro popolo rivelatasi come suo elemento aggregante e qualificante.
È ben giusto che questi giorni siano vissuti nel clima gioioso di un popolo e di una comunità che si raduna e motiva la sua partecipazione riconoscendo la preziosità di un legame solido con la sua storia religiosa che anche in questa manifestazione pubblica sottolinea un dato sicuro: Dio è ancora di casa tra noi, anche se scossoni di vario tipo tentano di sbarrargli le porte di accesso.
2. È proprio questa sua presenza che rallegra il nostro cuore e autentica la gioia del nostro convenire per esaltare le figure eroiche dei nostri Santi Patroni Martiri e rinnova il desiderio di averli come modelli di vita che non indulge a finzioni, a baratti, a compromessi, e domanda loro di farsi per noi avvocati e intercessori presso Dio.
Nell’affievolirsi della speranza e nelle risicate risposte ai nostri bisogni, non possiamo sentirci soli. In questo giorno sappiamo che Qualcuno lassù ci ama, ci sostiene nel travaglio quotidiano e si fa presenza che dà forza, guida, incoraggia.
E dunque è bello ed è giusto far festa, ritrovarci a gustare insieme l’appartenenza a questa comunità che oggi però non dimentica i suoi drammi, le sue povertà, le sue sofferenze. Se ne fa carico, ma non può impedirsi di vivere giorni in cui alle ritrovate risposte – mi auguro- ai bisogni dello Spirito, si affianca il giusto misurato, responsabile spazio per far festa. Qualcuno forse parlerà di una festa al ribasso, in tono minore, con una borsa piuttosto stretta.
Certo se così non fosse, ci renderemmo responsabili di un insulto intollerabile a fronte dei tanti bisogni, i più elementari, che molto spesso in questo difficile frangente, affliggono le nostre comunità.
Non ci illudiamo! La povertà vera che è indigenza, non è ai confini o al di là delle transenne che delimitano e chiudono i nostri confini. La povertà è dentro le nostre comunità. È sofferenza reale, è mancanza di pane quotidiano per molti di noi. Ci è vietata ogni sorta di spreco. Questo chiama in causa soprattutto quanti hanno il dovere di provvedere ai bisogni emergenti con oculate politiche atte a tagliare sprechi e privilegi, a programmare e promuovere scelte per la sussistenza, a perseguire i furbi che evadono aggravando il peso delle tasse sugli onesti che devono assistere inermi all’impoverimento delle loro solo sufficienti risorse, per riempire i buchi che i non onesti creano evadendo.
Il quotidiano termometro che misura le soglie della nostra povertà è di sicurola Caritasdiocesana con i suoi servizi, e Centri di ascolto, le Mense…, le Caritas parrocchiali. Da un anno impera una parola: Impoveriti che è anche il titolo di un primo rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale, pubblicato dalla stessa Caritas lo scorso anno.
Se un anno fa i frequentatori di questi servizi, il 118 delle povertà, in particolare i frequentatori delle nostre mense, era rappresentato da un 70% di extracomunitari e da un 30% di leccesi/salentini, ora la forbice dei nostri concittadini si è allargata e tocca la soglia del 40-45%. Mi si stringe il cuore nel vedere agglomerati di uomini e donne che attendono, presso i relati centri caritas, il loro turno per la distribuzione settimanale di viveri di prima necessità.
“La povertà è entrata ormai drammaticamente nelle famiglie visto che in difficoltà non sono più soltanto le persone sole, prive di lavoro e sostegno parentale, ma anche coloro che vivono in famiglia, anche in quelle che fino a qualche tempo fa si ritenevano fuori dall’area di rischio e che oggi fanno i conti con un impoverimento progressivo e difficile da arginare” (cf Impoveriti, p.16).
È un quadro che ci preoccupa e ci richiama a responsabilità nuove: non possiamo sciupare, sperperare, e trovare facili garanzie, almeno chi ha ben più che sufficienti sicurezze economiche, gonfiando con voci nuove bilanci, stipendi, gettoni, privilegi.
E il richiamo che la solidarietà e sobrietà di questa festa fa giungere a ciascuno di noi.















