Pubblicato in: Sab, Ago 25th, 2012

Il Messaggio dell’Arcivescovo alla Città: Lecce non è sola

1. Ancora una volta insieme dopo aver attraversato in modo insolito le strade della nostra città quasi guidati dai simulacri dei nostri Santi Patroni: i Santi Oronzo, Giusto e Fortunato, martiri per Cristo. Uomini che hanno fatto della loro vita una testimonian­za sicura e affidabile, non adusi a un costume diffuso ai loro tempi, siamo agli albori della fede cristiana, ma che non ha mai perduto il suo potere accattivante, gratificante e remune­rante. Parlo della diffusa pratica del compromesso, del mercimonio del­la verità, dell’accodarsi o attaccarsi all’ipocrita e mistificante categoria di quanti sviliscono il valore e la ric­chezza della coerenza che talvolta chiede l’alto prezzo della fedeltà alla verità, da non barattare con gli illu­sori e facili guadagni di consenso o di applausi.

Il momento di particolare soffe­renza che stiamo vivendo ha messo in crisi anche gli applausi. Non è facile averli o strapparli, perché si è ridi­mensionata la credibilità di promesse che restano tali.

Il momento di festa che ci vede insieme, è il forte legame con la sto­ria di questa città fatta dalle genera­zioni che ci hanno preceduto e che si tinge di una innegabile e radicata religiosità che ha reso sicura e forte, nei difficili e molteplici travagli sto­rici che la segnano, la fede del nostro popolo rivelatasi come suo elemento aggregante e qualificante.

È ben giusto che questi giorni siano vissuti nel clima gioioso di un popolo e di una comunità che si ra­duna e motiva la sua partecipazione riconoscendo la preziosità di un lega­me solido con la sua storia religiosa che anche in questa manifestazione pubblica sottolinea un dato sicuro: Dio è ancora di casa tra noi, anche se scossoni di vario tipo tentano di sbar­rargli le porte di accesso. 

2. È proprio questa sua presenza che rallegra il nostro cuore e auten­tica la gioia del nostro convenire per esaltare le figure eroiche dei nostri Santi Patroni Martiri e rinnova il de­siderio di averli come modelli di vita che non indulge a finzioni, a baratti, a compromessi, e domanda loro di farsi per noi avvocati e intercessori presso Dio.

Nell’affievolirsi della speranza e nelle risicate risposte ai nostri bi­sogni, non possiamo sentirci soli. In questo giorno sappiamo che Qualcu­no lassù ci ama, ci sostiene nel trava­glio quotidiano e si fa presenza che dà forza, guida, incoraggia.

E dunque è bello ed è giusto  far festa, ritrovarci a gustare insieme l’appartenenza a questa comunità che oggi però non dimentica i suoi dram­mi, le sue povertà, le sue sofferenze. Se ne fa carico, ma non può impedirsi di vivere giorni in cui alle ritrovate risposte – mi auguro- ai bisogni dello Spirito, si affianca il giusto misura­to, responsabile spazio per far festa. Qualcuno forse parlerà di una festa al ribasso, in tono minore, con una bor­sa piuttosto stretta.

Certo se così non fosse, ci rende­remmo responsabili di un insulto in­tollerabile a fronte dei tanti bisogni, i più elementari, che molto spesso in questo difficile frangente, affliggono le nostre comunità.

Non ci illudiamo! La povertà vera che è indigenza, non è ai confini o al di là delle transenne che delimitano e chiudono i nostri confini. La povertà è dentro le nostre comunità. È soffe­renza reale, è mancanza di pane quo­tidiano per molti di noi. Ci è vietata ogni sorta di spreco. Questo chiama in causa soprattutto quanti hanno il dovere di provvedere ai bisogni emergenti con oculate politiche atte a tagliare sprechi e privilegi, a pro­grammare e promuovere scelte per la sussistenza, a perseguire i furbi che evadono aggravando il peso delle tasse sugli onesti che devono assi­stere inermi all’impoverimento delle loro solo sufficienti risorse, per riem­pire i buchi che i non onesti creano evadendo.

 

Il quotidiano termometro che mi­sura le soglie della nostra povertà è di sicurola Caritasdiocesana con i suoi servizi, e Centri di ascolto, le Men­se…, le Caritas parrocchiali. Da un anno impera una parola: Impoveriti che è anche il titolo di un primo rap­porto 2011 su povertà ed esclusione sociale, pubblicato dalla stessa Cari­tas lo scorso anno.

Se un anno fa i frequentatori di questi servizi, il 118 delle povertà, in particolare i frequentatori delle no­stre mense, era rappresentato da un 70% di extracomunitari e da un 30% di leccesi/salentini, ora la forbice dei nostri concittadini si è allargata e toc­ca la soglia del 40-45%. Mi si stringe il cuore nel vedere agglomerati di uo­mini e donne che attendono, presso i relati centri caritas, il loro turno per la distribuzione settimanale di viveri di prima necessità.

“La povertà è entrata ormai dram­maticamente nelle famiglie visto che in difficoltà non sono più soltanto le persone sole, prive di lavoro e soste­gno parentale, ma anche coloro che vivono in famiglia, anche in quelle che fino a qualche tempo fa si ritene­vano fuori dall’area di rischio e che oggi fanno i conti con un impoveri­mento progressivo e difficile da argi­nare” (cf Impoveriti, p.16).

È un quadro che ci preoccupa e ci richiama a responsabilità nuove: non possiamo sciupare, sperperare, e trovare facili garanzie, almeno chi ha ben più che sufficienti sicurezze eco­nomiche,  gonfiando con voci nuove bilanci, stipendi, gettoni, privilegi.

E il richiamo che la solidarietà e sobrietà di questa festa fa giungere a ciascuno di noi. 

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