IL MIO SOGNO: L’ALBANIA PARTE DELL’EUROPA
CHI POTEVA FISSARLO IN VOLTO?
Sostenere il suo sguardo alto e imponente come il volo delle aquile della sua terra? Non era un condannato come gli altri. Non era un uomo come gli altri. Tutto in lui aveva il sapore misterioso e orientaleggiante dell’Albania. Fin dal nome. Quel nome, Gjergj, mille volte benedetto. L’unico in grado di far sussultare e fremere il cuore in un impetuoso slancio di amore per la propria gente e la propria nazione. Il nome in cui si ritrova il gusto del santo orgoglio dell’unicità di quel popolo cui si viene innestati dalla provvidenza divina.
Il nome carico di gloria e di eternità di Skënderbeu, l’eroico Atleta di Cristo. Del resto, nella sua persona lo ricordava. Con lo stesso ardore con cui il santo condottiero, secoli prima, si lanciava sul campo di battaglia, levando alle stelle la spada e spiegando al vento le rosse bandiere dell’aquila, per difendere la fede cristiana e liberare la patria dalla tirannia ottomana, così anche lui aveva accolto sotto l’egida del pastorale i suoi figli e levato la croce dinanzi alle armate naziste e comuniste venute a scatenare l’inferno dall’altra parte dell’Adriatico.
Davvero il suo animo aveva il fascino di tempi remoti ed eroici, di quell’antichità potente trasfusa nei canti mesti e nelle tenere poesie che avevano cullato le generazioni cresciute nel dolore di un pianto lungo epoche. Eppure aveva poco più che trent’anni. Ma in Albania il tempo ha un’aura di sacralità in cui è facile per il cuore umano eternizzarsi. Trent’anni sono sufficienti per essere successori degli Apostoli a gloria di Dio e per scelta di Pio XII.















