IL MIO SOGNO: L’ALBANIA PARTE DELL’EUROPA
POI LA PORTICINA DELLACELLA SI APRÌ
Il prigioniero ne venne fuori in un silenzio mistico. I soldati del plotone d’esecuzione si erano divisi di fronte a lui, quasi gli facessero ala, come se inconsciamente gli rendessero omaggio, stando là con gli occhi chiusi, la testa bassa e i fucili carichi sulle spalle. Sapevano che portavano al muro il Vescovo Volaj. Lui avanzava piano, solenne come quando saliva all’altare, nel fango del cortile bagnato dalla pioggia della notte appena trascorsa.
Appena uscito aveva gustato per un istante quell’aria fresca che annunciava la primavera ormai non troppo lontana. Mentre lo conducevano via, quel clima trasognato e irreale creatosi intorno a tutti fu a un tratto sconvolto da un pianto. Fu come un sasso che, lanciato contro uno specchio, lo manda in frantumi.
Aggrappata al cancello del cortile, con le mani strette alle gelide spranghe dell’inferriata, si vedeva una donna struggersi e gridare il nome del condannato, mischiando alle lacrime qualche supplica o preghiera che fosse nel suo dialetto balcanico. “Ma chi è quella? Perché qualcuno non da l’ordine di cacciarla via?”, pensavano fra loro i soldati. Nessuno però si muoveva verso di lei. Nessuno aveva capito che stava ripetendosi la stessa scena della Via Dolorosa di Gerusalemme. Il Vescovo però l’aveva riconosciuta. Era sua madre. Si disperava perché non le avevano concesso di salutarlo un’ultima volta. Ma ci era andata lo stesso a vederlo.
Il suo Gjergj avrebbe voluto confortarla, dirle magari: “Mamma non piangere per me, ma per quello chela Chiesa ha sofferto”, le guardie però adesso mettevano fretta, non volevano dilungare certe scene che ai temutissimi superiori non sarebbero piaciute.















