Il Nuovo Far West/Caduto il divieto per l’Eterologa avanza la Babele procreativa
Il Teologo Moralista/Intervista a Don Salvatore Cipressa (Issr di Lecce)…
IL FIGLIO È IL PIÙ GRANDE DONO DEL MATRIMONIO E HA IL DIRITTO DI ESSERE RISPETTATO COME PERSONA
“La sterilità fisica non va vista come un limite ma come un’opportunità, un’occasione per promuovere la vita delle persone”.
In Italia la Procreazione Medicalmente Assistita è regolamentata dalla legge 40 del 19.2.2004, dieci anni fa; in un clima di imperante pluralismo etico, i cattolici hanno agito a livello politico secondo il criterio indicato da San Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Evangelium Vitae” al fine di “limitare i danni” di una legge ingiusta e di “diminuire gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica”. “Così facendo – affermava il Papa, Santo della famiglia, – non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; ma piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui”. Dopo un decennio, analizziamo la posizione della Chiesa in merito a questa tematica con Don Salvatore Cipressa, docente di Teologia Morale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Lecce.
Don Salvatore, quali sono i principi morali che sottendono le valutazioni in merito alla fecondazione assistita?
Gli interventi sulla procreazione trovano la loro regola di moralità nel rispetto della verità integrale del generare umano. Nella concezione antropologica cristiana, la procreazione di un essere umano avviene nel contesto dell’amore coniugale come il frutto e il segno della mutua donazione personale degli sposi, del loro amore, della loro fedeltà. L’istruzione “Donum vitae”, a tale proposito, afferma: “L’origine di una persona umana è in realtà il risultato di una donazione. Il concepito dovrà essere il frutto dell’amore dei suoi genitori. Non può essere voluto né concepito come il prodotto di un intervento di tecniche mediche e biologiche: ciò equivarrebbe a ridurlo a diventare l’oggetto di una tecnologia scientifica” (II,B,4c). Gli interventi sulla procreazione sono accettabili solo se rispettano l’unità del matrimonio, la verità del procreare umano, la dignità e l’integrità del concepito.
Dopo dieci anni, qual è la posizione della Chiesa in merito alla fecondazione omologa, e alla relativa legge 40 del 2004?
Riguardo alla fecondazione artificiale omologa, volta a ottenere un concepimento umano a partire dai gameti di due sposi uniti in matrimonio, la chiesa cattolica esclude l’utilizzo di tecniche extracorporee, che consentono il concepimento al di fuori del corpo della madre, in una provetta (in vitro), come anche quelle tecniche che sono sostitutive dell’atto coniugale, e accetta solo quelle che si configurano come un aiuto all’atto coniugale e alla sua fecondità. In merito alla legge 40 del 2004, bisogna dire che non è una legge “cattolica”, perché non corrisponde in toto all’insegnamento etico della chiesa. Questa legge ha cercato di colmare un vuoto normativo fissando regole chiare per superare il cosiddetto “far west procreativo”.
Secondo una notizia recente, la Corte Costituzionale rende lecita anche in Italia la fecondazione eterologa. Come il mondo cattolico ha accolto questa sentenza?
Si tratta di una “sentenza choc”, che apre scenari inquietanti, perché lede gravemente i beni fondamentali del matrimonio, della famiglia e della vita. Infatti le procedure eterologhe ledono il nesso fra amore sponsale e trasmissione della vita, contraddicendo il senso del procreare come espressione dell’unità degli sposi (il figlio infatti trae origine fuori della coppia), oscurano la componente personale del generare (i donatori sono sconosciuti), mettono in crisi l’identità del nascituro, creano squilibri all’interno dei rapporti familiari.
In quali casi l’inseminazione/fecondazione è accettabile moralmente e può essere praticata?
In linea di principio sono accettabili quelle tecniche che rispettano l’integrità dell’atto coniugale, nel duplice momento unitivo e procreativo, ponendo in atto solo un aiuto tecnico. A proposito dell’inseminazione artificiale omologa, l’Istruzione “Domum vitae”, afferma: “L’inseminazione artificiale omologa all’interno del matrimonio non può essere ammessa, salvo il caso in cui il mezzo tecnico risulti non sostitutivo dell’atto coniugale, ma si configuri come una facilitazione e un aiuto affinché esso raggiunga il suo scopo naturale” (II, B, 6).
Esiste un diritto assoluto ad avere un figlio che prescinde la legge morale?
Da parte degli sposi il desiderio di un figlio è naturale ed esprime la vocazione alla paternità e alla maternità. Se la coppia è affetta da sterilità, questo desiderio può crescere notevolmente. La sterilità viene spesso vissuta dai singoli e dalla coppia come un’esperienza dolorosa e fallimentare che mette in crisi la propria identità e progettualità. Alcune coppie pur di avere un figlio sono disposte a tutto, fino al punto da pretenderlo “ad ogni costo” e a misconoscere i suoi diritti. Il matrimonio non conferisce agli sposi il diritto ad avere un figlio, ma soltanto il diritto a porre quegli atti naturali che sono ordinati alla procreazione.
Quali percorsi e suggerimenti (alternativi alla fecondazione) la Chiesa propone alle coppie che non possono avere figli?
Le coppie che non possono avere figli non devono dimenticare che anche quando la procreazione non è possibile, non per questo la vita coniugale perde il suo valore e il suo significato. Le coppie, fisicamente sterili ma non spiritualmente, possono aprirsi a forme di adozione e di affidamento, soprattutto nei confronti dei bambini meno fortunati. L’adozione e l’affido, però, non devono essere considerati come mezzi per dare un figlio a una coppia che ne è priva, ma come un atto d’amore per dare dei genitori a un bambino abbandonato a se stesso.
















