Pubblicato in: Mer, Apr 30th, 2014

Il Nuovo Far West/Caduto il divieto per l’Eterologa avanza la Babele procreativa

Il Teologo Moralista/Intervista a Don Salvatore Cipressa (Issr di Lecce)…

IL FIGLIO È IL PIÙ GRANDE DONO DEL MATRIMONIO E HA IL DIRITTO DI ESSERE RISPETTATO COME PERSONA 

“La sterilità fisica non va vista come un limite ma come un’opportunità, un’occasione per promuovere la vita delle persone”.

In Italia la Procreazione Medical­mente Assistita è regolamentata dalla legge 40 del 19.2.2004, dieci anni fa; in un clima di imperante pluralismo etico, i cattolici hanno agito a livello politico secondo il cri­terio indicato da San Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Evangelium Vitae” al fine di “limitare i danni” di una leg­ge ingiusta e di “diminuire gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica”. “Così facendo – af­fermava il Papa, Santo della famiglia, – non si attua una collaborazione ille­cita a una legge ingiusta; ma piuttosto si compie un legittimo e doveroso ten­tativo di limitarne gli aspetti iniqui”. Dopo un decennio, analizziamo la po­sizione della Chiesa in merito a questa tematica con Don Salvatore Cipressa, docente di Teologia Morale presso l’I­stituto Superiore di Scienze Religiose di Lecce.

Don Salvatore, quali sono i princi­pi morali che sottendono le valu­tazioni in merito alla fecondazione assistita?

Gli interventi sulla procreazione trovano la loro regola di moralità nel rispetto della verità integrale del gene­rare umano. Nella concezione antro­pologica cristiana, la procreazione di un essere umano avviene nel contesto dell’amore coniugale come il frutto e il segno della mutua donazione personale degli sposi, del loro amore, della loro fedeltà. L’istruzione “Do­num vitae”, a tale proposito, afferma: “L’origine di una persona umana è in realtà il risultato di una donazio­ne. Il concepito dovrà essere il frutto dell’amore dei suoi genitori. Non può essere voluto né concepito come il prodotto di un intervento di tecniche mediche e biologiche: ciò equivarreb­be a ridurlo a diventare l’oggetto di una tecnologia scientifica” (II,B,4c). Gli interventi sulla procreazione sono accettabili solo se rispettano l’unità del matrimonio, la verità del procre­are umano, la dignità e l’integrità del concepito.

Dopo dieci anni, qual è la posi­zione della Chiesa in merito alla fecondazione omologa, e alla re­lativa legge 40 del 2004?

Riguardo alla fecondazione ar­tificiale omologa, volta a ottenere un concepimento umano a partire dai gameti di due sposi uniti in ma­trimonio, la chiesa cattolica esclude l’utilizzo di tecniche extracorporee, che consentono il concepimento al di fuori del corpo della madre, in una provetta (in vitro), come anche quelle tecniche che sono sostitutive dell’atto coniugale, e accetta solo quelle che si configurano come un aiuto all’at­to coniugale e alla sua fecondità. In merito alla legge 40 del 2004, biso­gna dire che non è una legge “catto­lica”, perché non corrisponde in toto all’insegnamento etico della chiesa. Questa legge ha cercato di colmare un vuoto normativo fissando regole chiare per superare il cosiddetto “far west procreativo”.

Secondo una notizia recente, la Corte Costituzionale rende lecita anche in Italia la fecondazione eterologa. Come il mondo catto­lico ha accolto questa sentenza?

Si tratta di una “sentenza choc”, che apre scenari inquietanti, perché lede gravemente i beni fondamentali del matrimonio, della famiglia e del­la vita. Infatti le procedure eterologhe ledono il nesso fra amore sponsale e trasmissione della vita, contraddicen­do il senso del procreare come espres­sione dell’unità degli sposi (il figlio infatti trae origine fuori della coppia), oscurano la componente personale del generare (i donatori sono sconosciuti), mettono in crisi l’identità del nascitu­ro, creano squilibri all’interno dei rap­porti familiari.

Cipressa 2

In quali casi l’inseminazione/fe­condazione è accettabile moral­mente e può essere praticata?

In linea di principio sono accetta­bili quelle tecniche che rispettano l’in­tegrità dell’atto coniugale, nel duplice momento unitivo e procreativo, ponen­do in atto solo un aiuto tecnico. A pro­posito dell’inseminazione artificiale omologa, l’Istruzione “Domum vitae”, afferma: “L’inseminazione artificiale omologa all’interno del matrimonio non può essere ammessa, salvo il caso in cui il mezzo tecnico risulti non sosti­tutivo dell’atto coniugale, ma si confi­guri come una facilitazione e un aiuto affinché esso raggiunga il suo scopo naturale” (II, B, 6).

Esiste un diritto assoluto ad ave­re un figlio che prescinde la legge morale?

Da parte degli sposi il desiderio di un figlio è naturale ed esprime la vocazione alla paternità e alla ma­ternità. Se la coppia è affetta da ste­rilità, questo desiderio può crescere notevolmente. La sterilità viene spesso vissuta dai singoli e dalla coppia come un’esperienza dolorosa e fallimentare che mette in crisi la propria identità e progettualità. Alcune coppie pur di avere un figlio sono disposte a tutto, fino al punto da pretenderlo “ad ogni costo” e a misconoscere i suoi diritti. Il matrimonio non conferisce agli sposi il diritto ad avere un figlio, ma soltanto il diritto a porre quegli atti naturali che sono ordinati alla procreazione.

Quali percorsi e suggerimenti (alternativi alla fecondazione) la Chiesa propone alle coppie che non possono avere figli?

Le coppie che non possono avere figli non devono dimenticare che an­che quando la procreazione non è pos­sibile, non per questo la vita coniugale perde il suo valore e il suo significa­to. Le coppie, fisicamente sterili ma non spiritualmente, possono aprirsi a forme di adozione e di affidamento, soprattutto nei confronti dei bambini meno fortunati. L’adozione e l’affido, però, non devono essere considerati come mezzi per dare un figlio a una coppia che ne è priva, ma come un atto d’amore per dare dei genitori a un bambino abbandonato a se stesso.

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