Il Racconto di una vita/Le Origini, la Vocazione
“Verbo so e Verbo dico, Verbo fu nostro Signore”. Da una preghiera della devozione peschiciana per Sant’Elia. Vèrbe sacce e Vèrbe déiche, Vèrbe fu nòstro Signàure.
“Si è messo in passione con una croce alta e bella, un braccio in cielo e uno in terra”. Da una preghiera della devozione peschiciana per Sant’Elia. Je mmise mbassiàune che nna cràuce jèrte e bbèlle, nuvracce ngiäile e nn’àvete ndèrre.
Nel giorno della sua Prima Comunione
Raccontare, magari con qualche giustificata svista e con inconsapevoli imprecisioni, la storia di Domenico D’Ambrosio, vescovo da 25 anni e sacerdote da quasi 50, non è stata impresa facile. Giustificazione e inconsapevolezza provengono prevalentemente dalla notoria riservatezza del personaggio. Schivo per natura e contrario per scelta ad ogni tipo di celebrazione che riguardi la sua persona e naturalmente la sua vita, il suo passato, tutto ciò che appartiene alle faccende intime del cuore. Ma affettuosa e riconoscente ostinazione impone di scavare nel passato di un uomo che ha amato il Signore fin dai primi anni e che fin d’allora null’altro ha immaginato per sé se non il servizio sacerdotale nella Chiesa di Dio. Si scoprirà in ogni solco che la Provvidenza ha tenuto il filo della sua vita dal giorno in cui è nato fino ad oggi. Non si può che partire dal suo paese natìo.
In Prima Elementare
PESCHICI/LE ORIGINI
Gli storici Pompeo Sarnelli e Marcello Cavalieri, vescovi rispettivamente di Gravina e di Bisceglie, nel 1680 fanno risalire le sue origini agli Schiavoni o Slavi, chiamati dall’imperatore Ottone I per liberare il Gargano dai Saraceni. Il Sarnelli indica anche l’anno, il 970. I due studiosi indicano in Sueripolo il capo di questi Slavi, infatti il Sarnelli scrive: “Sueripolo, capitano degli Slavi, col suo esercito discacciò affatto i Saraceni dal Monte Gargano” i vittoriosi Slavi “furono rimunerati dall’Imperatore, facendogli habitare nel campo di S. Vito in Gargano, dividendogli in due Colonie l’una detta Vico, l’altra Peschici”. Il nome stesso di Peschici è probabilmente di origine slava, infatti la radice slava pès, pèsc si riferisce alla sabbia, i toponimi slavo pjèskusa e russo pèski indicano il suolo sabbioso.
In Terza Elementare
PESCHICI/IL TERRITORIO
Peschici oggi è una ridente cittadina accovacciata su uno spiovente di roccia a picco sul mare, alto cento metri, situato all’estremità del promontorio del Gargano: tutt’intorno, da più parti, mare, mare, e ancora mare: l’arcivescovo D’Ambrosio lo vorrà in evidenza sul suo stemma episcopale e tanto lo ama che il suo “suono”, con il sottofondo dello strillo dei gabbiani, lo sente ogni volta che gli squilla il telefono. Alle spalle di Peschici boschi, pinete, uliveti. Devastati in parte dal disastroso incendio che la colse di sorpresa nel 2007, quando D’Ambrosio era ancora vescovo della sua diocesi di origine. Di recente, lo scorso settembre, Peschici è stata purtroppo devastata anche da una terribile alluvione e, scrivendo da Lecce una lettera di solidarietà ai suoi concittadini, così si esprimeva: “Cari miei concittadini, nella precedente tragedia del disastroso incendio del luglio 2007 ero con voi, ero non solo il vostro concittadino ma anche il vostro vescovo e ho vissuto quelle tremende giornate soffrendo e sperando con voi. Ricorderete quella memorabile processione penitenziale con la quale abbiamo portato sui luoghi del disastro, come la Chiesa della Madonna di Loreto, la statua del nostro Patrono, Sant’Elia Profeta”.
Alla processione di S. Elia con il vescovo Cesarano
E ancora: “Questo mio scritto non ha alcuna pretesa. Vuole dirvi che soffro con voi e sono con voi. So che anche da questa tragedia uscirete e riprenderete il cammino con quella testardaggine che in ore buie fa intravvedere il barlumi di luce e di speranza. Leggo e sento che le istituzioni, almeno in questa tragedia, si sono rese vicine e si impegneranno a garantirvi, a differenza della tragedia dell’incendio, il sostegno e l’aiuto concreto perché possiate riprendere e ricostruire la bellezza del nostro paese che Dio ci ha affidato e consegnato. La vostra sofferenza è anche la mia. Non posso non sostenere la dura battaglia che, con coraggio e decisione, state combattendo”. Poi la benedizione e la firma. Emblematica: “Domenico Umberto D’Ambrosio. Peschiciano. Arcivescovo di Lecce”. Davanti una costiera che è un inseguirsi incessante di promontori sempreverdi, di calette, di spiagge. Intorno, schivando i promontori e insinuandosi nelle piccole insenature, si trastullano spesso i venti: il maestrale e lo scirocco. Ma anche il grecale, che arriva dai Balcani, ingrossa il mare e spazza via le nuvole che lasciano la scena alla luce incontenibile e a colori mozzafiato.
PESCHICI/GLI ANNI ‘40
Per inquadrare meglio la Peschici degli anni ‘40, corre in nostro aiuto Paolo Labombarda, autore, qualche anno fa, di un romanzo, ispirato alla vera storia della sua famiglia, costretta, con lo scoppio della II Guerra Mondiale, a lasciare Roma e a rifugiarsi proprio nel piccolo centro garganico, patria natìa del capo famiglia, richiamato alle armi e poi caduto prigioniero in Africa. “Nel 1940, Peschici è paesino della periferia del Regno d’Italia, nel quale risiedono un migliaio di anime. È collegato al resto del mondo via terra da una stradina bianca, polverosa, disastrata. Lungo la stradina, a qualche chilometro, la stazione di Calenella servita da un binario e da un trenino a vapore che attraversando tutto il Gargano la congiunge di tanto in tanto a San Severo. Peschici risulta praticamente isolata. La siccità, nella zona, regna sovrana e induce una povertà atavica. Solo pochissimi peschiciani, generalmente latifondisti, sono benestanti; alcuni sono contadini, pochi sono pescatori, pochissimi pastori, pochi artigiani, molti senza arte né parte. A Peschici non c’è acqua potabile, non c’è energia elettrica, non c’è gas, non c’è rete fognaria.
Don Mimì con le sorelle Lucia e Franca e i cuginetti
La maggior parte della gente, quando si sposta, se si sposta, lo fa con asini e muli. I pochi abbienti si muovono con qualche carrozza trainata da cavalli”. Da non trascurare che il papà di Domenico D’Ambrosio, prima di diventare sindacalista, faceva il carrettiere, o come preferisce dire il figlio, il barrocciaio. Divenne addirittura il presidente deli carrettieri di Peschici. In quegli anni, “di automobili ce n’è una sola, una Fiat 621 sgangherata in dotazione ai carabinieri. I trasporti vengono effettuati a dorso di mulo, o con i traini, grossi carri completamente in legno, ruote comprese. Le poche merci che arrivano da fuori, soprattutto derrate, sono importate con pescherecci da Manfredonia. Le informazioni dal mondo arrivano, se arrivano, in ritardo, sfocate: le radio sono pochissime, ad alimentazione autonoma; i giornali arrivano con il trenino. I peschiciani, d’altra parte, sono per la più gran parte analfabeti e parlano un dialetto di origine slava difficilmente accessibile: il mezzo meno improbabile per comunicare con loro è il banditore. Il paese appare ancorato al medioevo. Nel 1940, l’Italia entra in guerra: è la seconda ‘mondiale’. Devastante, sconvolge il mondo intero fino alla seconda metà del ’45 e porta agli italiani l’umiliazione della sconfitta bellica, il crollo delle illusioni imperiali, il tramonto del fascismo, gli orrori della guerra civile, il declino della monarchia”.
PESCHICI/15 SETTEMBRE 1941
In questo scenario storico, sufficientemente drammatico, il 15 settembre 1941 da Ignazio D’Ambrosio e Michelina Della Malve, sposi dal 28 ottobre del 1938, in una casetta situata su Corso Garibaldi a Peschici, nasce Domenico Umberto (Domenico come il nonno; Umberto come il re su indicazione dei funzionari del Municipio). Primogenito, unico figlio maschio di una famiglia semplice. In realtà non fu lui il primo. Il “primo Mimì” era nato nel giugno del 1939 ed era improvvisamente morto all’età di quattordici mesi nell’agosto del 1940.
A pochi mesi dalla nascita
“Le hanno pensate tutte per andare avanti – è una delle pochissime notizie che siamo riusciti a strappare all’arcivescovo -. Mio padre faceva il barrocciaio e pur avendo solo la quinta elementare, negli Anni ’50 si inventò una cooperativa. Poi divenne sindacalista ed aprì un patronato Cisl. Mamma contribuiva nel portare avanti la ‘baracca’ e si mise a fare il pane: la notte si alzava alle due per ammassare chili e chili di farina e riusciva a vendere pane, farina, pasta, taralli…”. Non a caso il detto popolare peschiciano esalta le gustose qualità di questi ultimi, definendoli come un vanto: “L’arie d’i peschešane sònne i culace, sònne i culace”. Che vuol dire: “Il vanto dei Peschiciani sono i taralli, sono i taralli”. Ma oltre ai culace anche i can’strillë e a panettella, graziosi dolci a forma di cestelli con un uovo in mezzo preparati per tradizione per la festa della Madonna di Loreto.
PESCHICI/LA MADONNA DI LORETO
Secondo lunedì di Pasqua: la festa della Madonna di Loreto. Ogni anno i fedeli raggiungono in processione il piccolo santuario, dedicato alla Madonna di Loreto, che dista due chilometri da Peschici. La chiesa ospita diversi ex voto donati da pescatori e numerosi emigranti, trasvolati sani e salvi nelle lontane Americhe. Una suggestiva leggenda, tramandata da Michelantonio Fini, è ancora viva nel ricordo popolare. “Nel cuore della notte, in vicinanza del “nodo” roccioso di Peschici, un veliero proveniente dalle coste della Dalmazia fu sorpreso da un fortunale. L’acqua, implacabile, sferzava i marinai e i pennoni. Il vento fischiava impetuoso. Ogni speranza di salvezza sembrava perduta. A un tratto, sulla cima del monte, sospeso fra terra e cielo, ecco un guizzo come di stella, una luce sperduta nella pineta. I naufraghi sapevano che in quella direzione vi era una chiesetta solitaria: vi dimorava una Madonnina bella e pietosa, padrona dei boschi e delle marine, signora della vita e della morte.
In processione
Piangendo, si prostrarono in ginocchio: ‘Salvaci Tu, Stella del mare, salvaci, per pietà’. La preghiera fu prontamente esaudita. Tutti furono salvi, barca e marinai. Per ex voto, la chiesetta fu ricostruita, bella e grande come la barca salvata…”. Il santuario della Madonna di Loreto è uno dei più importanti monumenti del Gargano. Una delle caratteristiche più note è rappresentata dalla sua grandezza che, come si diceva, è quella di una grossa barca. La chiesa fu edificata tra il XVI e il XVII secolo. Al di là del giorno della festa, la cappella rappresenta un luogo spirituale dove i devoti pescatori locali continuano a ringraziare la Madonna. Mons. D’Ambrosio è molto legato a quel santuario. Qualche anno fa fu egli stesso a incoronare la Madonna con il suo Bambinello con due corone realizzate da Giò Jervolino grazie all’oro raccolto nelle famiglie devote di Peschici.























