Il Racconto di una vita/Le Origini, la Vocazione
PESCHICI/LA FAMIGLIA D’AMBROSIO
Dopo qualche anno Michelina e Ignazio misero su un negozietto di generi alimentari. A proposito del negozietto, l’arcivescovo, molti anni dopo, durante le visita pastorale a Peschici, da vescovo di Manfredonia, scoprirà, incontrando alcuni anziani suoi concittadini che avevano conosciuto i suoi genitori, che sui quaderni dove si appuntavano i crediti dei clienti del negozio, mamma e papà, l’uno all’insaputa dell’altro, strappavano le pagine e cancellavano i debiti. Gente d’altri tempi. Nel 1943 nasce la prima sorella, Franca e nel 1946 la più piccola dei tre, Lucia.
La Famiglia D’Ambrosio
Ma in casa, in tutto erano in sette perché con loro abitavano anche la mamma di Ignazio e sua sorella Giuseppina rimasta nubile per scelta, per la famiglia e per tutta Peschici “Zietta”. Quest’ultima, molto attiva in parrocchia, era delegata delle “Beniamine” di Azione Cattolica. Il piccolo Domenico fin dalla sua tenera età era tutto casa e chiesa. Sotto il “manto” benedicente dell’arciprete don Fabrizio Losito, cresceva all’ombra del campanile tra messe servite in parrocchia, catechesi e altarini costruiti dal suo ingegno creativo e dall’ingenua attrazione per il sacro, tra le mura domestiche.
PESCHICI/LA VOCAZIONE
Poi, “complice” sempre don Fabrizio, giunse la decisione di entrare in seminario a Manfredonia. Papà Ignazio, sulle prime, non fece salti di gioia. Sapere che il suo unico figlio maschio aveva manifestato il desiderio di farsi prete, voleva dire in qualche modo, rinunciare alla prosecuzione della generazione dei D’Ambrosio. Ma la crisi durò solo pochi giorni. Anch’egli, come mamma Michelina, accolse la scelta con gioia e timore di Dio. Erano anche loro due molto religiosi. Chi li ha conosciuti ricorda che la domenica mattina alle 5 correvano a Sant’Elia per assolvere al precetto festivo. Fu Ignazio stesso ad accompagnare il piccolo Mimì (aveva solo 11 anni) in autobus al seminario di Manfredonia a 70 km da Peschici. Tornava a casa solo per pochi giorni l’estate e a Natale.
Da piccolo seminarista con Mamma Michelina
E non mancava mai all’appuntamento il giorno dell’Epifania quando nella chiesa del Purgatorio teneva la ‘predica’ raccontando la sua esperienza vocazionale celebrandosi in quella festa la Giornata del seminario diocesano. Era, invece, papà Ignazio che spesso andava a trovarlo approfittando delle sue settimanali sortite a Foggia per svolgere le sue pratiche di sindacalista. Di ritorno era solito passare da Manfredonia a salutare il figlio seminarista. Dopo gli anni di Manfredonia passò al seminario di Benevento per il Liceo e infine dai Gesuiti a Napoli (qui abitava uno zio, fratello del padre) per la teologia dove il vescovo Cesarano decise di inviarlo proprio per i risultati che Domenico D’Ambrosio aveva ottenuto negli anni di Benevento distinguendosi non solo per i voti alti a scuola ma anche per le sue inconfondibili virtù umane e cristiane. Furono anni di trepidante attesa per la famiglia D’Ambrosio ma anche di grandi sacrifici. Mantenere un figlio in seminario a quei tempi non era facile specie per una famiglia numerosa come quella del giovane Domenico.
PESCHICI/FEDE E TRADIZIONE
L’ordinazione sacerdotale fu fissata dal vescovo Andrea Cesarano per il 19 luglio 1965, vigilia della festa patronale di Peschici in onore di Sant’Elia. Festa grande per i Peschiciani da secoli devoti del santo profeta. Si narra che nel 1597, si scagliarono su Peschici carestia, siccità e calamità naturali. Una immensa nuvola di cavallette oscurò il sole, minacciando di distruggere orti, vigneti, campi, oliveti. Gli abitanti allora tirarono fuori la statua di Sant’Elia, da anni dimenticata, e la portarono per le vie del paese, ma in via Castello un vento impetuoso di libeccio sollevò anche le tegole delle case costringendoli a tornare precipitosamente in chiesa a pregare perché il santo li proteggesse. In meno di un’ora tutto cessò, l’aria si rasserenò e il sole riprese a splendere. Uno strato nero di cavallette, abbattute dal vento provvidenziale, giaceva sul lido della marina. Così dal 1597, la chiesa matrice, fu dedicata a Sant’Elia.
Da giovane seminarista liceale
Scazecavazze, è il nome dialettale (anch’essa parola di origine slava) che i Peschiciani danno alle cavallette. Forse nessuna parola peschiciana ricorda il profeta sant’Elia come questa. Paolo Mastracchio nel libro “Peschici. Sant’Elia profeta. Il santo, la festa, il culto” sottolinea l’importanza della devozione di Peschici per Sant’Elia: “il suo culto ha risvolti arcaici; la sua è una festa particolare con elementi storici ed antropologici di estremo interesse”. Che la cittadina di Peschici sia intrisa di una certa arcaica religiosità lo dimostra anche il fatto che Pupi Avati decise di girare qui alcune sequenze de “I Cavalieri che fecero l’impresa”, pellicola dedicata alle crociate. Inoltre, la cittadina garganica fu anche la location naturale di uno dei primi film ispirati alla Passione di Cristo dei Vangeli, vale a dire “Il Figlio dell’Uomo”, lungometraggio girato nel 1953 da Virgilio Sabel, a cui parteciparono come comparse i pescatori di Peschici e i contadini di Rodi Garganico e per il quale furono scelti alcuni ancoli storici della cittadina come l’abbazia di Santa Maria di Calena, l’Arco Zaffarano, la Madonna di Loreto e la Torre di Montepucci, oltre alla panoramiche sui quartieri peschiciani degli anni ‘50 con i tetti a cupola.
PESCHICI/SACERDOTE
Ma torniamo al giorno dell’ordinazione sacerdotale quasi cinquant’anni fa. La cerimonia si svolse al mattino. Fu lunghissima come prevedeva il rito dell’epoca. Dopo la messa nei locali della chiesa di Sant’Antonio il pranzo preparato dalle suore e aperto solo agli uomini (secondo il costume del tempo, quando anche nelle chiese i maschi sedevano separati dalle donne): l’arciprete, i tanti sacerdoti giunti a Peschici e i parenti maschi. La parrocchia di Sant’Antonio è la seconda parrocchia di Peschici istituita, con bolla datata 1° Gennaio 1952, dal vescovo Cesarano dal momento che il paese cresceva sempre più. Nei giorni successivi la famiglia D’Ambrosio offrì un rinfresco aperto a tutti per festeggiare don Domenico, il figlio sacerdote. Ben presto mons. Cesarano lo inviò nel seminario diocesano con compiti di responsabilità. Qui ha anche insegnato Lettere nel ginnasio interno. Fu invece mons. Antonio Cunial, vescovo di Lucera (sarà Patriarca a Venezia succedendo ad Albino Luciani dopo l’elezione a Pontefice) che resse la diocesi Manfredonia dal 1967 al 1970 da amministratore apostolico sede plena a inviarlo a San Giovanni Rotondo nella Parrocchia matrice dedicata a San Leonardo Abate, come successore dell’anziano arciprete della città di Padre Pio, don Michele De Nittis. Don Michele, quando don Mimì giunse a San Giovanni era ricoverato a Casa Sollievo e lui lo assistette nella malattia come se fosse suo papà.
Il giorno in cui arrivò, “armato” semplicemente di una ventiquattrore, incontrò per strada il prof. Antonio Cascavilla: “lei è il nuovo parroco? – gli chiese il professore”. E da quel momento prese don Mimì talmente a cuore da diventare uno dei suoi angeli custodi fino alla sua morte avvenuta quando D’Ambrosio era già arcivescovo di Manfredonia. Gli anni di San Giovanni Rotondo furono anni intensi di ministero sacerdotale ma anche di grande collaborazione con l’arcivescovo Vailati e di servizio in più ambiti della Chiesa locale. A San Giovanni Rotondo mise subito mano alla ristrutturazione della chiesa. Tante famiglie della parrocchia lo sostennero economicamente per riparare il tetto. Sul piano pastorale, ben presto la comunità divenne tale grazie alle tantissime iniziative prese dal nuovo parroco tutte ispirate alle indicazioni che provenivano dal Concilio Vaticano II. I giovani di San Giovanni si avvicinarono a questo giovane prete con tanta curiosità fino ad affezionarsi a lui e a intraprendere cammini di fede e di servizio. In quegli anni nacquero anche la Schola cantorum e la Gioventù studentesca. In parrocchia, istituì anche la prima mensa dei poveri della Diocesi. Nel frattempo lui trovò ospitalità per i primi tempi presso un istituto di suore. Successivamente, raggiunto da Zietta prese in affitto un appartamento in via Cincinnati, vicino alla chiesa. In quella casa dopo alcuni anni, papà Ignazio e mamma Michelina si trasferirono dopo aver venduto il negozio di Peschici e dopo aver “condonato” le posizioni sospese di alcuni clienti particolarmente poveri.
S. GIOVANNI ROTONDO/IL MINISTERO
Non mancarono le prove. Nell’agosto del 1985 morì papà Ignazio. Nonostante avesse superato un delicato e lunghissimo intervento chirurgico al Policlinico di Bari alla vena aorta, morì a 74 anni per il subentrare di alcune complicazioni. Lui stesso celebrò il rito funebre nella chiesa madre di Peschici. Anche a San Giovanni Rotondo, come a Peschici, la casa di mamma Michelina era la casa di tutti (ora ormai abitavano in una casa della parrocchia ristrutturata dallo stesso don Mimì sempre con l’aiuto dei parrocchiani). Anche la nuova casa era sempre aperta a chi ne aveva bisogno anche perché si trovava su una via di gran passaggio, Corso Regina Margherita. In tanti si fermavano per il caffè e a volte anche a pranzo. A casa sua c’era sempre posto per tutti.
E mamma Michelina lo assecondava sempre. Ma già a Peschici, ad esempio, c’erano due ragazzi ospiti fissi di casa D’Ambrosio, 365 giorni l’anno. Quando la mamma è volata in cielo, mons. D’Ambrosio era già vescovo di Termoli-Larino da 4 anni. Una gran folla nella Cattedrale. E lui commosso ancor più del giorno dei funerali di papà Ignazio. Lo lasciò con la semplicità che l’aveva contraddistinta quando lo aveva seguito nel nascondimento nei suoi anni di sacerdozio e nei primi anni di episcopato. Sempre orgogliosa di lui, ma senza mai darlo a vedere. Nemmeno quando Domenico le rivelò di essere stato nominato vescovo. Mamma Michelina era una persona generosa e semplice e, prima di morire, parlando alle figlie, chiese loro di non abbandonare mai il fratello vescovo e a lui di amare più di ogni cosa i sacerdoti, la sua vera famiglia.
S. GIOVANNI ROTONDO/L’ANNUNCIO
A San Giovanni Rotondo, come arciprete, D’Ambrosio rimase fino al 5 gennaio 1990, vigilia dell’ordinazione episcopale, a seguito della nomina a vescovo della diocesi di Termoli-Larino. L’annuncio fu dato proprio nella chiesa di San Leonardo Abate, il 14 dicembre 1989, direttamente da Mons. Valentino Vailati, arcivescovo della diocesi di Manfredonia-Vieste. Ecco alcune delle frasi pronunciate da don Mimì quel 14 dicembre 1989 ai suoi parrocchiani e diligentemente registrate e conservate dall’emittente locale Radio Monte Calvo: “… Finora non potevo chiedervi di pregare per me perché c’era il segreto… Ve l’ho chiesto solo ieri sera… Ho detto a mia madre questa mattina, che piangeva, perché non aveva ancora capito… sospettava…
Tutti sapevano meno lei e ho detto: adesso devi fare una sola cosa prenditi la corona del rosario e dalla mattina alla sera e anche la notte incomincia a pregare per tuo figlio… Ecco questa preghiera la chiedo a tutti voi… Io non sarei adesso vescovo della Santa Chiesa di Dio se non ci foste stati voi, voi comunità di San Leonardo che mi avete fatto crescere, che mi avete aiutato ad essere sacerdote, che mi avete maturato, che mi avete compatito, che mi avete perdonato sempre… Io sarò vescovo perché ci siete stati voi… Ecco la vostra grande ricchezza, siate fieri di aver edificato di aver costruito per la Chiesa di Dio un vescovo”. Il resto è storia scritta. Di fatti, di persone, di gratuità, di obbedienze, di servizio. Conoscerla sarà meno complicato di quanto non sia stato scrivere queste poche righe.
Pagine a cura di Vincenzo Paticchio





















