Il Volontariato/Un anticorpo contro la Crisi
È un fatto che, per l’inverarsi degli impenetrabili disegni divini o, se preferite, per felice paradosso, l’impegno della comunità verso i fratelli sofferenti si moltiplichi e si faccia più fertile proprio in tempi particolarmente difficili come quelli attuali. Piacevolmente stupiti, verifichiamo ogni giorno l’accrescersi di iniziative solidali, che, superando gli steccati del pregiudizio sociale e razziale, esplorano gli angoli oscuri della solitudine e del bisogno e ristorano il cuore dei sofferenti.
Ed allora non accada più che taluno, sopraffatto dalla mortificazione per le forzate rinunce quotidiane e per l’umiliante degradazione sociale, s’incupisca e si rifugi nell’isolamento, col rischio di fare scelte estreme e irreparabili. È dunque fondamentale che si rinsaldino i vincoli della solidarietà mediante l’aggregazione sociale e la condivisione dei problemi. A tale scopo, bisogna però ripensare gli strumenti di sostegno e, per renderli finalmente operativi ed efficaci, occorre adeguarli alle esigenze attuali: compito, questo, più facile di quanto si pensi perché ogni buona comunità è in grado di elaborare al suo interno, “naturalmente”, le strategie riparatorie, come fa l’organismo producendo gli anticorpi.
Preziosa risorsa della società è sempre stato, a tal riguardo, il volontariato, il quale, però, deve ora assumere funzioni e contenuti completamente nuovi e diversi che lo affranchino dall’usurata etichetta del “conservatorismo compassionevole” riconducibile alla cultura neoliberistica, appagata dall’autocompiacimento del donante che, se da una parte “dà”, dall’altra “tiene lontano” il beneficato come “altro da sé”.
Se può apparire apprezzabile il fine, perseguito da chi si ispira a quella cultura, di assicurare ai segmenti deboli della popolazione i livelli minimi dei servizi sociali che lo Stato impoverito non è più in grado di garantire, si deve però riconoscere che una tale altruistica disponibilità reca in sé una grave contraddizione: come può l’homo oeconomicus conciliare nei fatti lo spirito donativo con la legge del profitto cui deve necessariamente conformarsi secondo le regole del mercato?
Superata ed inattuale è pure la concezione “sussidiaria” del volontariato, inteso come mero strumento per colmare le carenze del “welfare state” e la sua progressiva dissoluzione conseguente all’impoverimento delle risorse finanziarie pubbliche. Una concezione di tal fatta si limita a ricalcare la logica dello Stato benevolente secondo cui quest’ultimo, veicolando la forte solidarietà dei consociati verso la realizzazione dei diritti di cittadinanza, s’induce al finanziamento della spesa sociale, facendo conto sul volontariato per l’opera rimasta incompiuta.
Orbene, entrambi i percorsi innanzi illustrati peccano di incompiutezza perché privi della forza trainante per la propagazione, nella sfera economica ed in quella politica, della logica della gratuità e dell’etica del bene comune. Gratuità è certamente disinteresse (assenza di corrispettivo), ma non si esaurisce in esso; è piuttosto una virtù feconda, che postula una precisa disposizione d’animo. Chi dona apre con il beneficiario un dialogo che, se mancato o malinteso, suscita in questi umiliazione e risentimento. Perciò il volontariato autentico non può essere unidirezionale, ma genera reciprocità o, per dir meglio, relazione. (inter-esse). Il filantropo puro non ha questo interesse e spesso neppure vuol conoscere il destinatario della sua beneficienza: una volta appagato il bisogno di donare, “l’altro” per lui non esiste. Per concludere, il valore profondo del volontariato cristiano sta nella condivisione dell’esperienza umana: nel mettere “vita con vita”.
Elio Romano
















