Pubblicato in: Sab, Set 26th, 2015

Rapporto Caritas 2015/In 7 anni 2 milioni di poveri in più

Prima della Crisi era toccato solo il Meridione, ora anche il Nord. Prima solo gli anziani, ora anche i giovani.  

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“Welfare pubblico “del tutto inadeguato”: nel 2012 i Comuni hanno speso in media 15 € a persona per servizi e interventi sulla povertà con un massimo di 22 € nei Comuni del Centro e soli 6 € al Sud. In previsione nel 2017 il bonus bebè sarà ricevuto solo dal 9% delle famiglie povere”.  

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Dall’inizio della crisi ad oggi (2007- 2014) la povertà assoluta in Italia è raddoppiata, pas­sando da 1,8 a 4,1 milioni di poveri. In punti percentuali si è passati dal 3,1% al 6,8% della popolazione. Ma non solo. Sono cambiati i volti della povertà: prima della crisi era toccato solo il Meridio­ne, ora anche il Nord. Prima solo gli anziani, ora anche i giovani. Prima riguardava le famiglie con almeno tre figli, adesso anche con due. Prima si era poveri perché senza lavoro, ora si è poveri anche con il lavoro. E a pagare il prezzo più alto, durante la crisi, sono stati i più poveri: il 10% delle persone in povertà assoluta ha sperimentato una contrazione maggiore del pro­prio reddito (-27%) superiore a quella del 90% della popo ­lazione. È quanto emerge dal Rapporto 2015 sulle politiche contro la povertà in Italia del­la Caritas italiana, presentato nei giorni scorsi, con una det­tagliata analisi sulle politiche sociali dei governi degli ulti­mi anni, compreso l’esecutivo Renzi. In questi anni, rivela il Rapporto intitolato “Dopo la crisi, costruire il welfare”, sono cambiati i governi, ma le politiche sociali non hanno contribuito a risolvere la si­tuazione, che rischia di diven­tare strutturale se non viene messo in piedi un sistema di welfare pubblico. Nello speci­fico, Caritas italiana chiede di nuovo l’introduzione del Reis, il Reddito di inclusione socia­le proposto dall’Alleanza con­tro la povertà. Italia e Grecia sono gli unici Paesi in Europa a non averlo. Da una analisi sulle misure prese e annuncia­te dall’esecutivo Renzi – tra cui il bonus di 80 euro per i lavoratori dipendenti, il bonus bebè per famiglie con figli entro i 3 anni, l’assegno di disoccupazione (Asdi) e il bo­nus per le famiglie numerose – risulta molto scarso l’impatto sui più poveri: solo il 22% dei nuclei in povertà ottiene una delle prime tre misure e solo il 5,5% esce dalla povertà as ­soluta per effetto delle stesse. Secondo il Rapporto, lo sforzo complessivo del governo Ren­zi “è più incisivo di quello di molti suoi predecessori” per ampiezza di riforme che toc­cano diversi soggetti sociali. “Tra questi ultimi, tuttavia, non figurano i poveri”. Inoltre l’idea che la ripresa econo­mica e quella occupazionale possano rendere “superflue” le politiche contro l’indigenza è “una infondata illusione”, senza un vero welfare per i più deboli.

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In ogni caso “poco non è meno di niente”, questo lo slogan ribadito da Caritas italiana. La crisi ha colpito e colpirà ancora i più deboli. Sebbene i dati Istat dicano che la po­vertà assoluta ha smesso di crescere (dal 7,3% del 2013 al 6,8% del 2014), questo non vuol dire che tutto sia a posto: “Rispetto all’Italia pre-recessione gli indigenti sono più che raddoppiati – afferma Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, responsabile scientifico del Rapporto -. La peggiore crisi economica del secondo dopo­guerra ha colpito soprattutto i più deboli”. E difficilmente si riuscirà a tornare ai livelli pre-crisi. Anche nei prossimi anni, osserva Gori, l’indigenza sarà “maggiore rispetto al passato e trasversale a tutti i gruppi sociali”, tanto da costituire “un tratto abituale del nostro Paese”. Politiche sociali “nel segno della continuità”. Povertà dif­fusa, quindi, anche a causa di un welfare pubblico “ancora del tutto inadeguato”. Nel 2012 i Comuni hanno speso in media 15 euro a persona per servizi e interventi sulla povertà, con un massimo di 22 euro nei comuni del Centro e soli 6 euro al Sud. Per Gori il governo Renzi ha messo in campo politiche sociali “nel segno della continuità” con il passato, anche perché le mi­sure come i bonus non hanno aiutato le persone “incapien­ti”, quelli cioè che non pagano le tasse perché con reddito in­feriore agli 8.145 euro l’anno. Gli 80 euro ai dipendenti, ad esempio, hanno incrementato il reddito delle famiglie indi­genti solo dell’1,7%. Nel 2017 il bonus bebè sarà ricevuto solo dal 9% delle famiglie povere. E anche se com­plessivamente il sollievo sul reddito dei poveri è del 5,7%, quindi “migliore rispetto ai precedenti governi”, si tratta di “un avanzamento margina­le” perché raggiunge solo il 20% delle famiglie in povertà assoluta. Il leggero aumento dei fondi nazionali (politiche sociali, non autosufficienza e nidi) è una novità positiva ma ancora esigua rispetto agli stanziamenti pre-crisi. Basti pensare che nel 2008 i fondi nazionali per le politiche so­ciali erano di 3.169 milioni di euro e nel 2015 di soli 1.233,70 milioni di euro. Sugli interventi annunciati: il Rapporto Caritas prende in esame anche gli interventi an­nunciati dall’esecutivo per il prossimo triennio: abolizione della Tasi sulla prima casa nel 2016, riduzione di Ires e Irap nel 2017 e dell’Irpef nel 2018. L’impatto dell’abolizione della Tasi sui poveri sarà “estre­mamente contenuto” poiché solo il 35% delle famiglie in povertà assoluta la paga. An­che la riduzione dell’Irpef non aiuterà gli incapienti (perché ovviamente non la pagano), mentre Ires e Irap riguardano solo le imprese. Le misure an ­nunciate impatteranno dunque molto poco sui poveri assoluti, visto che non hanno abbastan­za soldi o proprietà per pagare queste tasse.

Patrizia Caiffa

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