Pubblicato in: Sab, Ago 23rd, 2014

In Cattedrale/L’altare per i Martiri dopo il miracolo

Opera di Larducci e Zimbalo con il tocco pittorico dell’artista gallipolino. 

Si lodino il decorare e l’erigere le chiese, così pure le imma­gini, venerandole secondo quello che rappresen­tano. Sant’Ignazio di Loyo­la, Esercizi Spirituali, 1547 Secondo Giovanni Camillo Palma, arcidiacono della cattedrale, quando fu fermo “concetto universalissimo” che la “continuata preservatione della città e della provincia dal contagio” della peste, scoppiata a Napoli nel marzo del 1656, e le “molte gratie e favori nota­bilissimi” erano stati concessi per la “potentissima protettione et efficacissime preghiere dei santi nostri protettori… Giusto Orontio e Fortunato martiri in­vitti in Christo” e “particolaris­simamente per l’invocatione di Orontio”, fu decisione unanime “testimoniare” la gratitudine dell’intera comunità erigendo sul lato sinistro dell’altare mag­giore della cattedrale un nuovo e più degno altare dedicato al santo. L’elevazione ufficiale di Oronzo a nuovo santo patrono della città avvenne il 24 luglio dello stesso anno. Il rilancio del culto oronziano fu corroborato da una serie di manifestazioni, processioni e fiaccolate nottur­ne, con l’intento di sollecitare la partecipazione popolare. Per sostenere la ripresa del culto di Sant’Oronzo il Vescovo Pappacoda e le autorità civili s’impegnano a valorizzare il culto del Santo attraverso l’erezione di un nuovo altare nel Duomo all’interno di una cappella nel braccio destro del transetto, dedicata a Sant’Oron­zo, San Giusto e San Fortunato, santi protettori della città. Lo splendido altare, opera di G. A. Larducci da Salò e di G. Zimbalo, fu completato dalle sculture di San Giusto e San Fortunato poste dentro nicchie mentre, in alto, campeggiano Santa Emiliana martire, sorella di Sant’Oronzo, e Santa Petro­nilla, nobile e ricca matrona romana. Sulla parete sinistra si ammira il cenotafio diPapa In­nocenzo XII (1692), al secolo Antonio Pignatelli, Vescovo di Lecce dal 1671 al 1682, mentre sulla parete destra quello del vescovo Pappacoda, realizzato nel 1670, anno della sua morte.

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Sull’altare della cappella votiva fu collocata la celebre pala d’altare che raffigura il Santo Oronzo, commissionata nel 1656, al pittore Giovanni An­drea Coppola, uno dei più ce­lebri artisti salentini nella prima metà del Seicento. La commit­tenza aveva scelto quest’artista consapevole delle sue qualità di chiarezza nell’eloquio figurati­vo e del consenso riscosso con le grandi tele eseguite per gli altari della nuova cattedrale di Gallipoli. Giovanni Andrea Coppola, si laureò in medicina, presumibil­mente a Napoli e nell’unica fir­ma apposta per esteso nella tela con le Anime del Purgatorio nella cattedrale di Gallipoli si dichiara “doctor phisicus”, pa­trizio e solo alla fine “picturae perquam studiosus” un elemen­to essenziale per comprendere questo artista, che sottolineò sempre il suo status di patrizio, per il quale l’esercizio della pittura poteva rappresentare un diletto, al massimo un’ attività secondaria, rispetto alla profes­sione di medico. Questa ascen­denza aristocratica lo orientò verso le correnti accademizzanti della pittura del ‘600: Carrac­ci, Guido Reni, Lanfranco ma anche la scuola napoletana Stanzione e Pacecco De Rosa. Per la sua formazione artistica certamente determinanti furono gli anni trascorsi fuori Gallipoli tra il 1633 ed il 1637. È lecito supporre che, in quegli anni, egli sostò a Napoli, Roma, Firenze, Bologna ed in altre città toscane e lombarde e che questo soggiorno abbia contri­buito, in maniera determinante, a maturare ed affinare la sua personalità artistica che già in quell’epoca doveva essere ben definita se a quella fase della sua attività sono attribuiti il dipinto della Pentecoste che si trova nella chiesa di S. Romano, a Lucca, i bozzetti dell’ Epi­fania e dell’Assunta, ora agli Uffizi, e i deliziosi quadretti con Scene della vita della Ver­gine e dei SS. Giovanni Battista ed Andrea, che contornano la Madonna delle Grazie di Gian Domenico Catalano, nella Cattedrale di Gallipoli. Rientrato a Gallipoli nel 1637, da dove pare che non si sia più allontanato, fuorché per brevi soggiorni a Napoli e in alcune città pugliesi, oltre che a dedicarsi alla pittura, esercitò la professione di medico stipen­diato dall’Università. Ricoprì anche cariche pubbliche: fu general sindaco nel 1639-40 e successivamente ricoprì l’im­portante carica di Conservatore delle scritture e privilegi della città presso l’Archivio storico. Dal 1637 fino al gennaio del 1659, anno della sua mor­te, egli lavora intensamente per committenti gallipolini e salentini e la Cattedrale di S. Agata conserva la parte più cospicua ed interessante della sua produzione.

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