In comunione con Pietro… Vent’anni fa San Giovanni Paolo II a Lecce
Sempre viva la fedeltà della Chiesa locale agli Apostoli e ai loro Successori.
FARE MEMORIA
Cosa resta della visita di Giovanni Paolo II alla Chiesa di Lecce? Nel ventesimo anniversario questa domanda non può essere elusa. E proprio quei giorni dell’anniversario, i suoi discorsi, i suoi liberi pensieri, le sue attese e le sue speranze di Pastore, ma soprattutto l’effusione del suo grande amore di Padre, che ha manifestato da subito, quando giunto in Piazza Sant’Oronzo rivolgendosi alla cittadinanza pronunciò queste belle parole: “con voi desidero vivere un’intensa esperienza di condivisione” non possono essere ridotti a semplice esercizio di memoria, devono essere piuttosto pungolo per la riflessione, per provare a rileggere oggi eventi e parole di venti anni fa e trovare motivi ancora attuali per verificare il presente della nostra vita cristiana e guardare con fiducia alle sfide da affrontare insieme nel cammino di fede della nostra chiesa locale. Nei discorsi che il Papa, oggi santo, ha pronunciato nella sua visita a Lecce traspare l’ansia del Pastore nei riguardi, prima di tutto, della famiglia, che come Egli stesso dichiarò di vedere “esposta oggi al convergente attacco di numerose forze che cercano di indebolirla o comunque di deformarla … In una parola, è necessario riconoscere la famiglia quale luogo primario di realizzazione delle persone e di promozione della vita”.
IN PIAZZA SANT’ORONZO
In dialogo con la Città, sempre nella piazza principale, Giovanni Paolo II volle sottolineare una grande preoccupazione, ancora oggi presente nelle cronache della nostra città, il crescente fenomeno della violenza e della criminalità organizzata, che investe soprattutto i giovani, vittime non di rado anche dei terribili lacci della droga. La principale causa di questo fenomeno risulta essere la sfiducia suscitata nelle giovani generazioni dalla mancanza di lavoro e di concrete prospettive per l’avvenire. A riguardo il santo Padre si poneva, ieri, e rivolge a noi, oggi, le seguenti domande: “Come chiudere gli occhi su tale evidenza? E come non ascoltare il lamento di tante famiglie provate dal bisogno e angosciate dalla precarietà occupazionale?” Ricordo che venne a crearsi un momento di intenso silenzio, quasi un breve esame di coscienza da parte di ciascuno dei presenti, quando a voce forte esclamò: “Fin da questo primo incontro desidero dar voce a tanta sofferenza!” Sarebbe opportuno rivivere, come singoli e comunità, quel momento di silenzio e chiederci come e quando sappiamo essere e farci voce della sofferenza di cui siamo circondati e quotidianamente interpellati. Fuori discorso ufficiale di saluto alla Città Giovanni Paolo II, che era solito esternare con semplicità i suoi sentimenti, disse: “Grazie per questa calorosa accoglienza!” Certamente voleva indicarci in modo molto esplicito quale fosse la prima via da privilegiare e da percorrere nelle relazioni umane, appunto quella della calorosa reciproca accoglienza, che deve anche caratterizzare l’approccio verso ogni persona di qualsiasi razza, cultura, nazionalità e religione.
IN PIAZZA DUOMO
Molti, poi, seguimmo il Papa nel suo trasferimento in Piazza Duomo, dove, varcando molto probabilmente per la prima volta i propilei e trovandosi di fronte alla bellezza della Piazza, avrà di sicuro avvertito una grande emozione e si sarà come acceso nel suo cuore un sogno, che ha poi rivelato spontaneamente a tutti i presenti, in modo particolare ha voluto condividerlo con i giovani. Infatti ai numerosissimi giovani radunati davanti al Duomo, proprio come un papà dialoga con i figli si confidò dicendo: “Che bello vedere questa architettura, questa chiesa. Ma soprattutto che bello vedere la Chiesa viva, che si unisce insieme con il Vescovo e con il Papa. Una Chiesa che prega, che canta, che soffre, una Chiesa che sa andare avanti…Vi voglio bene, un gran bene a tutti i leccesi, soprattutto ai giovani … Vi voglio un gran bene!”. Questo ripetere vi voglio bene, sicuramente è stato recepito dai giovani come manifestazione di affetto da parte del Papa, ma ancor più come il sogno, il desiderio del Papa di far sentire i giovani accolti e amati dalla Chiesa e nello stesso tempo un affidare loro il mandato di amare e far amare la Chiesa.
ALLO STADIO
Nella Messa il momento più alto di comunione con il Vicario di Cristo. Migliaia e migliaia di sguardi puntati sull’altare dove veniva celebrato il sacrificio di Cristo, redentore dell’uomo, presieduto, tra l’altro, da un Papa che in quel momento era molto sofferente e, nonostante tutto traspariva dal suo volto una grande serenità, che non poteva provenirgli dalla debolezza del suo corpo ma dalla forza della sua fede. Nella sua omelia Giovanni Paolo II, prendendo spunto dal Vangelo di Marco: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (9,35) ha commentato: “Se la Chiesa vuole essere oggi un segno di speranza per la società, deve vivere profondamente la logica del servizio” e ricordava il suo venerato predecessore Paolo VI, che nella Evangelii Nuntiandi al numero 41 scriveva: “Il mondo di oggi ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”. Bisogna essere veri testimoni di carità, ed esserlo dappertutto: nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di studio e di lavoro. C’è più che mai bisogno di tale impegno in una società che registra ancora tante forme di povertà, materiali e spirituali, antiche e nuove anche nella nostra Città. È necessaria una cultura della solidarietà. Ecco ancora una volta puntuale il santo Padre a tracciare per noi la via da seguire: “Si impegnino soprattutto i genitori e gli educatori a formare le gio vani generazioni allo spirito di servizio, all’apertura al dialogo, al superamento di ogni tentazione egoista ed edonista. Nulla è tanto meritorio quanto quest’opera formativa di grande respiro, da realizzare, prima che con le parole, con l’esempio costante e convincente”.
AL NUOVO SEMINARIO
Nel discorso di apertura del Sinodo Diocesano il santo Padre richiamava l’icona del Cenacolo, perché nel Cenacolo, durante l’ultima Cena e la lavanda dei piedi, emerse chiaramente come il servizio sia una delle dimensioni fondamentali della via cristiana. Esso deve essere l’anima di tutti i ministeri ecclesiali. Una speciale attenzione il Sinodo dovrà dedicare alla pastorale familiare. Ecco come si espresse Giovanni Paolo II: “La Chiesa considera il servizio alla famiglia uno dei suoi compiti essenziali”. L’altra grande urgenza verso cui ci stimolava e orientava il santo Padre era la promozione delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa. Ecco l’appello di Giovanni Paolo II rivolto direttamente ai ministri ordinati: “A voi sacerdoti, a voi religiosi, guardano dunque i giovani. Da voi si attendono un’esperienza viva di Dio, una calda vicinanza umana, una convinta proposta dei grandi ideali evangelici”.
AI GIOVANI LECCESI
Il Santo Padre, poi, con parole semplici ha voluto spiegare ai giovani in che cosa consiste la santità: “Santità è parola impegnativa, ma non deve farvi paura. Essa non implica cose straordinarie, ma piuttosto il vivere veramente bene la propria vocazione, con l’aiuto della preghiera, dei sacramenti e lo sforzo quotidiano della coerenza”. Ma il momento più bello e coinvolgente vissuto dai giovani è stato quando Giovanni Paolo II ha indirizzato loro il suo messaggio. Che bello, vedere un Papa anziano in mezzo ai giovani e ascoltarlo mentre si confida con loro dicendo: “Io penso che si deve comprendere l’importanza della giovinezza … “e si pone ad alta voce la domanda: “Che cosa è la giovinezza?”. E prosegue dando la sua risposta: “Giovinezza è questa epoca della vita umana, dove si progetta tutta la vita. Il giovane comincia a progettare la sua vita e vive con questo progetto e cerca di realizzare questo progetto, di prepararsi alla sua realizzazione. In altre parole, questo progetto si chiama anche vocazione, perché quel progetto che tu, cara ragazza, caro ragazzo, trovi come tua proprietà viene anche nello stesso tempo da Dio …”. Possiamo cogliere in questi passaggi del dialogo del Papa con i giovani le indicazioni necessarie per una pastorale giovanile nella dimensione vocazionale. Fare memoria di un evento non significa semplicemente averne un ricordo; significa anche e soprattutto sforzarci di comprendere qual è il messaggio che esso rappresenta oggi, così che la memoria del passato possa insegnare al presente e divenire luce che illumina la strada del futuro.
















