Inno all’arte della stampa: nei versi di Carmelo Bene e le note di Tito Schipa
Tipografia del Commercio/Il racconto di una vera rivoluzione, quella di Gutenberg. Tre generazioni all’ombra di San Matteo nei vicoli del borgo antico, fucina di idee e luogo di dialogo e di talenti.
Alle origini Umberto: un sogno che diventa realtà, “La Teatrale”, con la vocazione per lo spettacolo.
Gli artistici manifesti, specialità di Antonio e del figlio Alberto, oggi custode di una storia che non tramonta.
Lettere lunghe, severe,/ verticali,/fatte/ di linea/pura […] Bodoni /algebrici, /lettere/ capitali, […] Lettere di tutto /ciò che vive/ e che muore/, lettere di luce, di luna/ di silenzio,/ d’acqua/ vi amo […]”; così Neruda in “Ode alla tipografia” coglie il senso profondo di un’arte che veste di anima un‘idea, un sentimento, un pensiero e li trasforma in parola. Arte antica e sempre nuova da “vedere e da gustare” in un libro, un manifesto, un qualsiasi lavoro tipografico.
Fu una vera rivoluzione quella di Gutenberg, la magia di produrre i libri, sapere degli uomini, componendo come in un puzzle il gioco dell’alfabeto. Comporre, come si compone una melodia, una canzone. Comporre, lasciare una traccia, il sigillo della personalità, anche nell’imperfezione, contro la perfetta serialità senza storia. Non è forse un caso che l’invenzione della stampa connoti una stagione di rinascita culturale, dando senso e futuro al paziente lavoro degli amanuensi. Molti e grandi tipografi in Italia, a partire da Aldo Manuzio nella Venezia del Cinquecento e in tutto lo Stivale le tipografie erano luoghi di socializzazione, fucine di idee, incontri di personalità, lungo i secoli fino a i primi decenni del Novecento a Lecce, nel profondo Sud.
Qui, c’era una volta, un uomo che lavorava in tipografia. Si chiamava Umberto Buttazzo e aveva nel cuore un sogno: averne una tutta sua. Correva l’anno 1926 quando il sogno divenne realtà. La tipografia di Umberto e di suo figlio Antonio si chiamava “la Teatrale” a designare un legame con il mondo dello spettacolo. Artistici manifesti sono traccia di quel periodo, tra cui quelli dedicati al grande tenore Tito Schipa, congeniali alla passione per la lirica che anima i proprietari e contagia il piccolo Alberto che muove i primi passi a proprio agio tra caratteri, inchiostri e manufatti ad arte.
Nel frattempo la tipografia ha mutato ragione sociale, diventando “Tipografia del Commercio”, seguendo l’istinto imprenditoriale di Antonio che anticipa i tempi e sa trasformare le intuizioni in realtà. Sono anni intensi, di lavoro infaticabile, davanti alle cassettiere dei caratteri, nel paziente lavoro di composizione che richiede ingegno e precisione, rigore di manualità, cuore e mente ed anche talento, genialità, invenzione e intraprendenza, e poi esattezza nel miscelare i colori, nell’equilibrio dei movimenti.
Una palestra frequentata da personaggi illustri dello spettacolo, della cultura, dell’economia, della politica che si ritrovavano in tipografia, allora in via Boemondo, a progettare e discutere, litigare tra il frastuono delle macchine in perenne movimento. È questo mondo in fermento che Alberto riceve in eredità alla morte prematura del padre, impegno che porta avanti con coerenza pur estendendo i suoi interessi anche nel campo dell’arte d’avanguardia in cui si impone per l’originalità ideativa e l’uso innovativo degli inchiostri tipografici. Rivoluzione grafica che si coniuga con il recupero e la salvaguardia della stampa tradizionale, dei suoi valori di un tempo che scorre all’unisono con la natura. Entrare nella tipografia significa conoscere il fascino dell’arte della stampa, il piacere di toccare fisicamente preziosi cimeli che fanno bella mostra di sé e non compressi in una “chiavetta”.

Valori che contagiano come accadde anni fa all’equipe di Carmelo Bene, a Lecce per rappresentare “Gregorio”, che, in una domenica nevosa, aiutarono a girare la ruota della macchina per stampare il manifesto dello spettacolo, in un clima di allegra complicità. Intesa di gruppo, socialità, gusto del lavoro eseguito bene, valori da trasmettere, perché le generazioni ne prendano il testimone nell’interpretare un uso delle tecnologie con al centro l’uomo.
Da qui l’idea del Museo, non come contenitore statico, ma luogo vivo di emozioni e memorie, da sentire come il profumo di inchiostri, dove si celebrano eventi, si fa didattica, ci si incontra, si vive la tipografia nella dimensione artigiana, artistica e sociale. Lettere /continuate a cadere/ come pioggia necessaria sulla mia strada.
Lucia Buttazzo
















