Insegnamento e sostegno/La scuola ha bisogno di attenzione
La famiglia italiana è rimasta quasi sempre estranea alla scuola. In alcuni casi straordinari ha protestato, qualche volta ha …cospirato, per interferire sulla formazione delle classi, per accaparrarsi l’istituto ritenuto più comodo o la sezione più gradita o l’insegnante più bravo; ma non c’è mai stato un diretto coinvolgimento nelle scelte di fondo: i dinamismi di selezione, la gestione del precariato, l’organizzazione della didattica.
Anche il difficile, confuso e complicato impatto della scuola con le tecnologie sembra rimanere nell’ambito dei fatti di cui chiacchierare, senza mai diventare un problema da affrontare e da trasformare in motivi di impegno sociale. In questo contesto si colloca anche la dibattuta questione degli insegnanti di sostegno. Il più delle volte non si è capito il loro ruolo. Per qualcuno sembrava che spettasse a loro risolvere tutte le difficoltà, per altri sembravano una scappatoia, una via d’uscita, una sorta di compromesso.
O forse soltanto una misura assistenziale. Che poi è stato facile sottoporre ai tagli di un ministero soffocato dalle ristrettezze economiche e dalle turbolenze della crisi economica. Negli ultimi mesi la domanda di insegnanti di sostegno sembra riprendere, come un fuoco che si libera dal peso della cenere. Servono. Sono pochi. Ne abbiamo bisogno. Sono queste le parole d’ordine. Ma la stessa scuola non sa dire di più. E invece la scuola e le famiglie, la società civile e le istituzioni dovrebbero tornare a discutere dei bambini dei loro bisogni, dei giovani, della domanda insoddisfatta di educazione.
Sono tanti i disagi e si moltiplicano i segnali che rinviano non soltanto, in qualche caso, a vere e proprie difficoltà, ma anche a bisogni educativi che la scuola non deve ignorare. I bambini, che pure manovrano con disinvoltura i loro videogiochi, sembrano incapaci di padroneggiare il segno grafico, né amano prendersi cura delle cose a loro affidate. A volte pronunciano male, in qualche caso scrivono con molti errori, non si dimostrano capaci di affrontare con destrezza il calcolo mentale rapido. Sono bravi nella gestione dei materiali digitali, ma non sono tanto sicuri nei processi induttivi e in quelli deduttivi. Non sono segni di patologia, ma fanno pensare ad aree di bisogni da affrontare con appropriate misure educative, tanto a scuola che in famiglia.
Un po’ più significativi sono poi certi comportamenti colorati da spunti aggressivi, da forme di timidezza eccessiva, da irregolarità più o meno pronunciate, che poi diventano particolarmente evidenti nella preadolescenza e nell’adolescenza. Per tutte queste situazioni (e molto di più per i casi di difficoltà conclamata) è utile che la scuola possa rilevare, valutare e gestire la domanda di educazione che viene dai bambini e dai giovani, e possa orientare la famiglia e gli insegnanti.
In questa prospettiva gli insegnanti di sostegno possono essere il nucleo d’azione più avanzato, il team di supporto specialistico più accreditato, il gruppo di riferimento per tutte le iniziative della scuola e della famiglia. Dietro l’angolo però si nascondo alcune misure ministeriali, non ancora del tutto note nei dettagli, ma sicuramente inquietanti se dovessero condurre, come pare, alla riduzione del numero degli insegnanti di sostegno o alla semplificazione del loro percorso formativo. In una società che si fa sempre più complicata e complessa, in una stagione caratterizzata da instabilità e incertezza, non si possono tagliare i fondi destinati alla scuola. Non è nella scuola che si nasconde lo spreco che mette in crisi il bilancio dello Stato. È nella scuola che si costruisce il futuro di una comunità.
Nicola Paparella
















