Pubblicato in: Mar, Mar 6th, 2012

Intervista al Sostituto Procuratore della DDA di Lecce/La lunga strada della parità

Nella sua quotidianità professionale ha sempre profuso impegno massimo e grande rigore. Una carriera certamente non facile per chiunque, quella del magistrato, ma ancora più impegnativa per una donna che al tempo stesso non ha rinunciato alle dimensioni della maternità e della famiglia. “Abbiamo dovuto guadagnarci autorevolezza e fiducia giorno per giorno”, ha dichiarato Elsa Valeria Mignone.  

Dottoressa Mignone, possiamo dire raggiunta la parità di genere?

No, le pari opportunità sono un principio condiviso, ma ancora c’è strada da percorrere: se non ci sono pari opportunità realmente appli­cate non ci può esser parità di genere”.

Da cosa dipende?

È un problema, purtroppo, ancora culturale. Sebbene la legislazione tuteli la donna nelle sue varie dimensioni, di fatto resta l’elemento femminile quello che paga per primo. Non è un caso che la disoccupazione, pur essendo un fenomeno che riguarda entrambi i sessi, di fatto interessi in percentuale maggiore le donne. È la nostra cultura che ci vede collocate come prima dimensione quali “angeli del focolare”. Noi siamo quelle che hanno in primis il dovere della cura dei figli. Questo non può che limitare l’autonomia e anche la crescita professio­nale. Faccio un esempio banale: la necessità di apprendere una lingua comunitaria per un uomo può esser soddisfatta con una permanenza all’estero di alcuni mesi. Quale professionista donna può permettersi una situazione di questo tipo, dovendo curare la famiglia? Del resto il senso di responsabilità ci porta a scelte che sono, di fatto, rinunce. Questo è stato vero per la mia generazione. Certo, le ragazze di oggi probabilmente sapranno costruirsi altre opportunità”.

Può essere un senso di colpa a limitarci?

Sì, in senso lato potremmo definirlo così. Nella mia professione, il magistrato uomo che torna a casa la sera percepisce la soddisfazione d’aver fatto il suo dovere e, dunque, di meritare il riposo. Un magistrato donna non può aver la stessa sensazione di appagament. Quel senso di colpa, che sempre accompagna noi donne per il pensiero d’aver deprivato del nostro tempo in qualche modo i figli, la famiglia in generale, non consente di avere lo stesso atteggiamento. Le donne non sempre riescono o possono a pensare alla propria vita. Lo stesso lavoro rischia di essere un lusso che ti impiega intellettualmente e che vivi non pienamente. L’eccessiva dedizione al lavoro, per noi donne, è sottrarre alla famiglia qualcosa. Non è infrequente che sia l’angoscia ad essere il sentimento che caratterizza la donna che si realizza nel lavoro, anche se fa tutto quello che deve e può per la sua famiglia”.

Cosa possiamo fare per mutare questo stato di cose?

È la cultura che potrebbe via via, grazie alle donne della nostra generazione, far cambiare la situazione. Mutando atteggiamento e pensie­ro, educando i nostri figli in maniera diversa, costruendo la mentalità della parità di genere sulla attuazione delle pari opportunità”.

Lei svolge un lavoro che sino al 1963 era appannaggio del solo genere maschile, poiché si pensava che le donne non fossero in grado di esercitare la capacità di giudizio. Quali difficoltà ancora oggi incontra, se ne incontra ?

Le ho sicuramente incontrate a inizio attività , oggi siamo in tante per fortuna. Io sono stata la prima donna Sostituto Procuratore, insieme alla collega Annarita Pasca. L’approccio difficile non è stato tanto con i colleghi uomini, quanto il farsi accettare da marescialli e coman­danti che, all’inizio, faticavano a percepire le mie disposizioni come ordini, perché in taluni casi di ordini si tratta. Abbiamo dovuto guada­gnarci autorevolezza e, quindi, fiducia, giorno per giorno. Ricordo la prima autopsia cui ho dovuto assistere. Il collega uomo che era con me non la finiva di ripetere “adesso rischi di svenire….. vedrai che ora svieni….”. E così via sino alla fine. Non sono svenuta. Ho risposto con la fermezza dell’atteggiamento. Era una autopsia molto brutta ma non ho fatto piega sino alla fine”.

Donne e violenza. Le statistiche sono paurose. Una donna ogni tre giorni è vittima, in Italia, di violenza, in 8 casi su 10 di questi muo­re per mano di un uomo. Nella sua attività professionale quante volte ha incontrato situazioni di questo tipo?

Purtroppo moltissime volte ho incontrato casi di violenza sulle donna e, statisticamente, posso dire che molto frequenti sono negli strati sociali meno acculturati. Lì è una sorta di assioma il pensiero che una donna non abbia pari dignità rispetto all’uomo. Questo conserva, nella mentalità di quelle fasce sociali, una sorta di diritto ad educare la donna. Con tutti i mezzi. Una donna non sottoposta non ha molte possibilità. Nel Sud Salento è ancora così, non è bello dirlo, ma la casistica mi consente di affermarlo”.

Da chi vengono messi in atto i maltrattamenti?

Anche dai figli. Maschi naturalmente. Figli che non lavorano, che chiedono alle madri di essere mantenuti, talvolta tossici, alcolizzati. Vogliono il denaro e le massacrano. Non ho mai trovato casi di maltrattamento ad opera di figlie, così come mai ho trovato casi di maltratta­menti subiti da uomini ad opera delle donne in famiglia. È una sorta di fenomeno unidirezionale”.

Tra i tanti episodi che ha dovuto trattare nelle sue funzioni, quale ricorda?

Tralascio casi che di per sé lasciano una traccia nella memoria per la loro violenza assoluta e assurda. Mi limiterò ad un paio di episo­di. Il primo verificatosi durante uno dei tanti turni: una madre ricoverata al pronto soccorso con trauma cranico. Il figlio l’aveva presa a botte per prendere il denaro della pensione. Rammento lo sguardo di questa madre che, nell’udienza preliminare, aveva ritirato la denuncia nel tentativo di tutelare quel figlio che l’aveva picchiata fino a procurarle un trauma cranico. Mi è rimasto in mente lo sguardo di questa madre: rassegnato, pieno di dolore, uno sguardo che raccontava una difesa di un figlio che avrebbe continuato a fare il carnefice. Le donne vengono tradite. Un altro episodio, una ragazza albanese di 16 anni scappata su un gommone con quello che considerava il suo ragazzo. Quel gommone doveva essere la barca dei sogni, invece fu per lei un doppio sogno tradito. Sul suo corpo c’erano i segni della violenza, delle torture. L’intento era metterla in strada perché si prostituisse e il suo ragazzo l’aveva fatta violentare”.

Lo stalking oggi è un reato. Secondo lei le vittime di tale tipo di aggressione sono sufficientemente tutelate dalle procedure?

La legislazione è in grado di tutelare chi subisce lo stalking, ma resta il problema della conoscenza che le donne possono avere di quanto la Legge consente loro per tutelarsi”.

È questo secondo lei il limite maggiore per la denuncia dei maltrattamenti?

Una donna maltrattata ha raramente il coraggio di denunciare, la denuncia stessa è ribellione ed è difficile che una vittima abbia questa forza. Gioca a favore di chi maltratta l’omertà dei vicini, della gente che vede e tace”.

Da dove si deve iniziare per superare la bassa cultura che porta a violenza e a differenze di genere?

Bisogna promuovere ovunque l’idea della correttezza dell’approccio all’altro, ognuno deve fare ciò che è nelle sue possibilità. Prima di tutto in famiglia, poi da lì, a mo’ di anello, allargarsi ad ogni agenzia sociale. Bisogna promuovere la cultura della presa di coscienza della pari dignità, opponendosi con fermezza alla cultura maschilista. Informazione e comunicazione sono gli strumenti”.

La scuola ha un ruolo importante, ci sembra di capire, in questo quadro.

Assolutamente. è fondamentale che a scuola si coltivi questa cultura del rispetto dell’altro, della legalità e di qui verrà la coscienza della parità di genere. E con la scuola tutte le formazioni sociali, come detto prima. Sino alla Chiesa”.

Ha dunque un valore l’8 marzo, la Giornata della donna.

Sì, un grande valore. è una giornata che nella sua allegria, deve portare opportunità di riflessione e confronto. Per certo non può esser una giornata commerciale come tante altre, consumistica, per intenderci. Si parli delle donne e donne e uomini la utilizzino per confrontarsi. Perché insieme cresca la coscienza dell’essere insieme”.

Loredana Di Cuonzo

 

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