Pubblicato in: Sab, Ago 31st, 2013

Ivan Fedele, Lecce e la cultura del bello

Parla il Direttore Artistico dell’Orchestra Sinfonica “T. Schipa” di Lecce. Compositore di caratura internazionale. 

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IL RAPPORTO CON IL SALENTO

Ricordo che, da piccolino, quando si ritornava a Lecce in treno, la prima cosa dalla quale restavo colpito era il profumo dei pini del viale della stazione: per me un’emozione di una sensualità fortissima. 

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LA CITTÀ E LA CULTURA

Se riusciremo a creare un interesse tale per cui la musica colta sia una delle opzioni forti del pubblico leccese, avremo contribuito a sviluppare un atteggiamento che non può che fare bene alla società civile. 

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La sua straordinaria figura di composi­tore internazionale, la pone su un par­ticolare e privilegia­to punto di osservazione. Qual è la situazione della “composizione” in Italia?

L’Italia è molto ricca di gio­vani compositori di talento con aspettative professionali impor­tanti seppur in una situazione socio-culturale di contrazione dell’offerta di opportunità la­vorative in ambito culturale. È comunque estremamente positi­vo che un giovane musicista di talento, che voglia affrontare un’esperienza creativa come quella della composizione, non faccia tanti calcoli su come im­mediatamente essa potrà riflet­tersi nel sociale: pensa a lavo­rare, pensa a scrivere, pensa a maturare soprattutto un proprio stile e una propria competenza.

I giovani, d’altra parte, sentono il bisogno di allargare le pro­prie conoscenze anche attraver­so esperienze fatte all’estero, soprattutto in Germania e in Francia, dove spesso decidono di risiedere. Per quanto riguar­da, poi, i compositori delle ge­nerazioni più mature, l’Italia è sempre stata molto ammirata per le personalità importanti e forti che, pur nella grande di­versificazione degli stili, rappre­sentano il nostro paese a livelli d’eccellenza.

Proprio l’estrema­mente vario panorama stilistico, guardato spesso con sospetto, fino a qualche tempo fa, da molti musicologi, si rivela oggi, inve­ce, un’imprescindibile ricchezza dell’arte. L’idea che la moderni­tà debba essere espressa soltan­to da un solo pensiero dominan­te è chiaramente tramontata.

I suoi innumerevoli lavori sono eseguiti in tutti i teatri del mondo. Può, in partico­lare, indicarne uno che le fa piacere sempre riproporre? Perché?

Fortunatamente potrei ci­tarne più di uno. Diciamo che il lavoro che mi piacerebbe po­ter riproporre ma per il quale è necessaria una produzione che richiede mezzi adeguati per un eccellente risultato, è “Antigo­ne”. È la mia prima opera lirica con la quale è stato inaugurato, nel 2007, il Maggio Musicale Fiorentino e che ha ottenuto un importante successo di pubblico e alla quale è stato attribuito il premio “Abbiati 2008” del­la critica italiana. È un lavoro che mi sta molto a cuore perché appartiene a quel genere let­terario, il mito, al quale sono molto legato per interessi let­terari e formazione culturale.

Il logos spiega, il mithos racconta con la potenza di restituire allo spettatore rappresentazioni ar­chetipiche dell’uomo e della sua vita, che ci appartengono e che, attraverso il processo catartico, vengono rielaborate e assimila­te più consapevolmente. È una dimensione del racconto che mi ha sempre affascinato e a cui resto molto sensibile. Tra le mie numerose composizioni ne vo­glio ricordare altre due, di ispi­razione spirituale: la prima è una composizione per soprano, violino solista e orchestra intito­lata “En archè” che è stata ese­guita la prima volta a Colonia nel 2008 e ripetuta successiva­mente in altre circostanze un po’ in tutta Europa.

Il testo greco, tratto dal prologo del vangelo di Giovanni, ha una potenza non solo teologica ma ha anche una valenza poetica trascendentale. Il secondo è “33 Noms”, per due soprani e orchestra eseguita per la prima volta alla Scala nel 2008. Il testo è l’ultimo scrit­to da Marguerite Yourcenar e s’intitola “33 noms de Dieu”; sono delle piccole schegge po­etiche, ancor più brevi degli “haiku” giapponesi, in cui la presenza del sovrannaturale, dello spirituale, viene evocata, attraverso l’esperienza della natura, in modo sublime; poche parole che descrivono un alito di vento o un raggio di sole, o la leggerezza della sabbia.

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