L’iconografia. Dipinti, sculture e quant’altro nel segno di Sant’Oronzo/L’opera d’arte messaggio di fede e di speranza
Nei giorni di mezzo della terza decade d’agosto di ogni anno, ovvero nei giorni delle feste patronali, nel susseguirsi di celebrazioni religiose e di omaggi civili, la città di Lecce si ritrova particolarmente unita nel nome di Sant’Oronzo, rinsaldando il rapporto tra i fedeli e il Santo, fino ad identificarsi nella sua immagine e nella sua vita.
Ci è sembrato giusto, allora, nell’esercizio di quell’andar per quadri che ci è proprio e alla luce di un dialogo fatto alcuni mesi or sono con l’Arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio, gettare i primi appunti e compiere le prime considerazioni sulle opere d’arte che raffigurano il Santo, la sua gloria e il suo martirio: da intendersi tutte quali messaggi di fede e di speranza. Nell’ottica, ovviamente, di una sorta di necessaria rilevazione/regesto su quanto esistente nella nostra città, nell’Arcidiocesi e non solo.
La prima riflessione da compiere, è quella relativa alle modalità con le quali l’immagine del Santo viene proposta, passando dalla postura benedicente a quella della predicazione e del martirio, alla raffigurazione della gloria, all’esplicitazione del patrocinio e all’esercizio della venerazione, non dimenticando, altresì, tutte quegli altri esempi riscontrabili in dipinti, sculture, ricami, medaglie e suggelli, quali la copertura del messale realizzata in argento sbalzato e cesellato nel 1778 da Salvatore Anastasia e il trittico di Cartegloria del 1788 di argentiere napoletano esistenti tutti nel locale Museo Diocesano, o il trapunto in seta del XVIII secolo conservato nel Monastero delle Benedettine di Lecce.
Tra le statue urbane campeggia quella ricostruita a Venezia su disegno di Mauro Manieri e posta nel 1739 nella Piazza che porta il suo nome sull’alto di una delle colonne terminali della via Appia; ma ne esistono altre: una sovrasta Porta Rudiae, un’altra firmata da Giuseppe Zimbalo domina il prospetto laterale della Cattedrale e un’altra ancora è presente in San Giovanni Battista. Guardando ad una sorta di rappresen¬tazione convenzionale e/o all’atto del benedire, rammentiamo il busto in argento fuso, sbalzato e cesellato con pietre incastonate del 1671 di Domenico Gigante esistente nel succitato Museo Diocesano e la statua del Maccagnani realizzata da Francesco Citarella e fusa in argento da Vincenzo Caruso del 1864 presente nell’altare del Santo in Cattedrale, oltre che la tela di Serafino Elmo (replicata dallo stesso autore nel 1771 e visibile nella chiesa di San Giuseppe) che lo vede benedicente in gloria esistente nella chiesa di San Matteo nell’altare del Santo, oltre che il Sant’Oronzo di Andrea Coppola del 1656 tra gli angeli e la città sullo sfondo allocato nell’altare del Santo nel transetto destro in Cattedrale.
Sempre nella Cattedrale, e più precisamente nel soffitto della navata centrale Giuseppe da Brindisi ha raffigurato i momenti della predicazione, del martirio (come non ricordare, a tal proposito, la tela di Luigi Scorrano del 1907 conservata nella chiesa di Sant’Oronzo fuori le mura raffigurante l’avvenuta decapitazione con la testa in primo piano ormai circondata dall’aureola) e del patrocinio. In quest’ultima direzione anche la tela dipinta da Serafino Elmo nel 1766, conservata nel Museo Diocesano, che lo raffigura tra un coro di angeli nell’atto di ricevere da Cristo il mandato di proteggere la Città di Lecce dalla peste, tra simboli e riferimenti, non ultimo lo skyline della città.
E chiudiamo, con il Paliotto in argento di Francesco Gavaindon e Luigi Magliulo (1887), anch’esso nel Tesoro della Cattedrale, raffigurante la protezione che vede in una cornice ellittica il Santo, con paludamenti vescovili in un gruppo di nubi, genuflesso al cospetto di Maria Assunta, tra un coro di angeli con gli emblemi del pontefice e la palma del martirio.
Toti Carpentieri
Critico d’arte

















