La Chiesa Locale e il suo Pastore
Colui che scende nelle strade e nelle piazze condividendo la vita di tutti.
L’aggettivo locale, ben più che una semplice determinazione geografica, peraltro indispensabile, aggiunge al concetto e alla realtà di Chiesa una precisa qualifica teologica, in base alla quale la realizzazione piena e concreta del mistero della Chiesa avviene proprio nel luogo dove la comunità cristiana si raduna, sotto la guida del vescovo, per celebrare l’eucaristia. Così si esprime la costituzione dogmatica Lumen gentium in un numero sintetico e denso che, a quanto assicura Karl Rahner, fu inserito all’ultimo momento, e non senza qualche resistenza, in quel solenne pronunciamento conciliare. Merita riportarlo per intero: Questa Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anche esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. Esse infatti sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio, nello Spirito santo e in una totale pienezza (cf 1 Ts 7,5). In esse con la predicazione del vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della cena del Signore, “affinché per mezzo della carne e del sangue del Signore sia strettamente unita tutta la fraternità del corpo”.
In ogni comunità che partecipa all’altare, sotto il ministero sacro del vescovo, viene offerto il simbolo di quella carità e “unità del corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza”. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Infatti “la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo altro non fa se non che ci mutiamo in ciò che prendiamo” (LG 26). La tesi principale che scaturisce da tale brano è che la Chiesa di Cristo è veramente presente nelle comunità locali, senza che per questo ne sia minacciata l’universalità. Appare, anzi, addirittura oziosamente accademica, a tal riguardo, l’attuale e dibattuta questione su quale delle due, la Chiesa locale (particolare) o la Chiesa cattolica (universale), abbia la priorità. Nel quadro della ecclesiologia di comunione del Concilio Vaticano II, appaiono invece rilevanti la simultaneità e la vicende vole implicazione tra Chiesa universale e chiese locali. La prima si esprime e si concretizza nelle chiese locali e queste ultime, secondo una felice espressione di Pier Damiani, costituiscono ciascuna “la parte per il tutto”, pars pro toto.
Utilizzando nelle sue lettere il termine ekklesía al singolare quando si riferisce a una città – ad esempio “la Chiesa di Dio che è in Corinto” (1 Cor 1,2); “la Chiesa di Cristo in Giudea” (Gal 1,22); “la Chiesa dei Tessalonicesi” (1 Ts 1,1) -, Paolo dà vita al principio ecclesiologico della territorialità, che ha poi innescato almeno tre fra le conseguenze più significative, ma che rischiano, oggi, di venire disattese. La prima è costituita dallo stretto legame tra ciascun vescovo e la sua Chiesa locale, ben attestato in tutto il primo millennio, durante il quale furono proibite le ordinazioni “assolute”, non riferite, cioè, a un luogo concreto, e un vescovo che ambiva a “spostarsi” in una diocesi più prestigiosa veniva tacciato di infedeltà alla prima sposa; la seconda è che il servizio che il vescovo rende all’unità della Chiesa di Cristo passa non attraverso le leggi canoniche, ma attraverso l’asse sacramentale e principalmente attraverso l’eucaristia, sacramento così determinante e fondativo che il Concilio ecumenico di Nicea (325) aveva addirittura stabilito che fosse celebrata un’unica eucaristia sotto il vescovo in ciascuna Chiesa locale (canone 8); la terza è che la Chiesa locale, cioè la diocesi, non è una specie di distretto amministrativo della Chiesa universale o una sua agenzia periferica, ma è uno spazio umano e culturale dove la comunità di battezzati è in sintonia con il suo pastore, obbedendo a lui in modo libero e concorrendo, insieme con lui, a offrire a tutte le persone che vivono nel territorio, siano esse agnostiche o lontane o semplicemente indifferenti alla fede, una testimonianza coerente e credibile del vangelo di Gesù Cristo.
Stando così le cose, il vescovo locale non è più, come nella concezione statica e giuridica della Chiesa del passato, il principe che se ne sta rintanato nel palazzo e che governa a colpi di decreti. È, invece, colui che scende nelle strade e nelle piazze condividendo la vita di tutti, che visita le parrocchie non solo in occasione di inviti ufficiali o per grandi occasioni, che ascolta profondamente e senza filtri curiali presbiteri e fedeli laici e che, annunciando la parola profetica del vangelo, senza timore di dispiacere a qualcuno prende posizione e si sporca le mani per difendere i poveri e gli oppressi presenti nel territorio della sua diocesi. L’episcopo è, dal greco, colui che sorveglia, è la sentinella accorta perché il suo gregge non venga assalito dai lupi rapaci che oggi sbranano l’anima, più che il corpo della gente, privandola della libertà e della fiducia nella vita e nel prossimo, è colui che non permette si estingua, nel cuore dei credenti, il desiderio di Dio, purificando la loro fede dalle scorie sacrali di vuote pratiche religiose.
Cosimo Posi

















