Pubblicato in: Lun, Gen 5th, 2015

La Chiesa Locale e il suo Pastore

Colui che scende nelle strade e nelle piazze condividendo la vita di tutti.

L’aggettivo locale, ben più che una semplice determinazione geografica, peraltro indispensabile, aggiunge al concetto e alla realtà di Chiesa una precisa qualifica teologica, in base alla quale la realizzazione piena e concreta del mistero della Chiesa avviene proprio nel luo­go dove la comunità cristiana si raduna, sotto la guida del vescovo, per celebrare l’eucari­stia. Così si esprime la costituzione dogma­tica Lumen gentium in un numero sintetico e denso che, a quanto assicura Karl Rahner, fu inserito all’ultimo momento, e non senza qualche resistenza, in quel solenne pronun­ciamento conciliare. Merita riportarlo per intero: Questa Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anche esse chiamate chiese del Nuo­vo Testamento. Esse infatti sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio, nello Spirito santo e in una totale pienezza (cf 1 Ts 7,5). In esse con la predicazione del vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della cena del Signore, “affinché per mezzo della carne e del sangue del Signore sia strettamente unita tutta la fraternità del cor­po”.

VESCOVO CATTEDRALE

In ogni comunità che partecipa all’altare, sotto il ministero sacro del vescovo, viene offerto il simbolo di quella carità e “unità del corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza”. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella disper­sione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Infatti “la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo altro non fa se non che ci mutiamo in ciò che prendiamo” (LG 26). La tesi principale che scaturisce da tale brano è che la Chiesa di Cristo è veramente presente nelle comunità locali, senza che per questo ne sia minacciata l’universalità. Appare, anzi, addirittura oziosamente accademica, a tal riguardo, l’attuale e dibattuta questione su quale delle due, la Chiesa locale (particolare) o la Chiesa cattolica (universale), abbia la priorità. Nel quadro della ecclesiologia di comunione del Concilio Vaticano II, appaiono invece rilevanti la simultaneità e la vicende­ vole implicazione tra Chiesa universale e chiese locali. La prima si esprime e si concretizza nelle chiese locali e queste ultime, secondo una felice espressione di Pier Damiani, costituiscono cia­scuna “la parte per il tutto”, pars pro toto.

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 Utilizzando nelle sue lettere il termine ekklesía al singolare quando si riferisce a una città – ad esempio “la Chiesa di Dio che è in Corinto” (1 Cor 1,2); “la Chiesa di Cristo in Giudea” (Gal 1,22); “la Chiesa dei Tessalonicesi” (1 Ts 1,1) -, Paolo dà vita al principio ecclesiologico della territorialità, che ha poi innescato almeno tre fra le conseguenze più significative, ma che rischia­no, oggi, di venire disattese. La prima è costituita dallo stretto legame tra ciascun vescovo e la sua  Chiesa locale, ben attestato in tutto il primo millennio, durante il quale furono proibite le ordinazioni “assolute”, non riferite, cioè, a un luogo concreto, e un ve­scovo che ambiva a “spostarsi” in una diocesi più prestigiosa veniva tacciato di infedeltà alla prima sposa; la seconda è che il servizio che il vescovo rende all’unità della Chiesa di Cristo passa non attraverso le leggi canoniche, ma attraverso l’asse sacramentale e principalmente attraverso l’eucaristia, sacramento così determi­nante e fondativo che il Concilio ecumenico di Nicea (325) aveva addirittura stabilito che fosse celebrata un’unica eucaristia sotto il vescovo in ciascuna Chiesa locale (canone 8); la terza è che la Chiesa locale, cioè la diocesi, non è una specie di distretto amministrativo della Chiesa universale o una sua agenzia periferica, ma è uno spazio umano e culturale dove la comunità di battezzati è in sintonia con il suo pastore, obbedendo a lui in modo libero e concorrendo, insieme con lui, a offrire a tutte le persone che vivono nel territorio, siano esse agnostiche o lontane o semplicemente indifferenti alla fede, una testimonianza coerente e credibile del vangelo di Gesù Cristo.

Intro

Stando così le cose, il vescovo locale non è più, come nella concezione statica e giuridica della Chiesa del passato, il principe che se ne sta rintanato nel palazzo e che governa a colpi di decreti. È, invece, colui che scende nelle strade e nelle piazze condividendo la vita di tutti, che visita le parrocchie non solo in occasione di in­viti ufficiali o per grandi occasioni, che ascolta profondamente e senza filtri curiali presbiteri e fedeli laici e che, annunciando la parola pro­fetica del vangelo, senza timore di dispiacere a qualcuno prende posizione e si sporca le mani per difendere i poveri e gli oppressi presenti nel territorio della sua diocesi. L’episcopo è, dal greco, colui che sorveglia, è la sentinella accorta perché il suo gregge non venga assalito dai lupi rapaci che oggi sbranano l’anima, più che il corpo della gente, privandola della libertà e della fiducia nella vita e nel prossimo, è colui che non permette si estingua, nel cuore dei credenti, il desiderio di Dio, purificando la loro fede dalle scorie sacrali di vuote pratiche religiose.

Cosimo Posi 

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