La corsa all’inutile e…Sviluppo e Paesaggio
Il cambiamento, viaggio interiore…
Bulimia, metafora della società
I disturbi del comportamento alimentare sono una malattia di origine e connotazione psicologica, con tale diffusione, soprattutto tra le giovani generazioni, da far parlare di epidemia sociale. Statisticamente, tra i disturbi del comportamento alimentare, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione compulsiva sono i più diffusi e i più estesi anche come fascia d’età. Il comportamento bulimico può essere letto come metafora della società in cui viviamo.
La scrittrice Susan Sontag, nel suo libro “La malattia come metafora” (2002), afferma che le malattie, al di là della loro fenomenologia biologica, assumono talvolta una consistenza metaforica che finisce per caratterizzare la cultura di una società. Diventano in sostanza ricettacolo di valori, atteggiamenti, emozioni, modi di vedere il mondo e stili di vita. In un interessante articolo del 2009 “Le metafore della Bulimia” in Salute e Società, R. Ostuzzi e G.L. Luxardi ribadiscono il concetto di disturbo alimentare che assume le caratteristiche di un disturbo etnico, esasperando comportamenti largamente presenti nei normali contesti di vita.
E quali sono i “normali” contesti di vita in cui l’essere umano, oggi, scrive la sua storia? Viviamo in una società in corsa che consuma compulsivamente tutto: nel metaforico carrello della spesa che rappresenta la nostra individuale dimensione esistenziale. Raccogliamo di tutto: l’utile e l’inutile, in una sorta di raccolta indifferenziata di prodotti, da quelli materiali a quelli del pensiero. Siamo diventati tutti in certa misura “bulimici compulsivi” poiché, circondati da stimoli di ogni genere, a volte facciamo fatica a distinguere il grano dall’ortica e, nell’ottica dell’accumulo, fagocitiamo tutto e compattiamo acriticamente.
Velocità, quantità e modalità compulsive connotano la bulimia nervosa ma anche l’approccio, sempre più problematico, che mettiamo in essere con le cose, con le persone con gli eventi personali della nostra vita. La velocità con cui la società cambia i punti di riferimento, le abitudini, i bisogni e dunque i desideri, fissando continuamente nuove priorità, non ci consente pause di riflessione, definizione di progetti che non abbiano orizzonti ravvicinati e comunque limitati da una fluidità permanente.
Perché ci meravigliamo che i giovani siano così radicati nell’oggi e adottino la filosofia dell’attimo fuggente?! Ansia da prestazione, senso di inadeguatezza e incerta autostima, sconforto, depressione, irritabilità ed aggressività connotano la quotidianità delle persone “normali”; il grosso rischio che la nostra cultura corre è di identificare come norma un vissuto contrassegnato da un disagio pervasivo e sottotraccia. Si moltiplicano in questo contesto le offerte di percorsi di “benessere” fisico/psichico, proposti come toccasana; si propongono strategie per conquistare salute, bellezza, self-control, nirvana mentali. Siamo sicuri, che anche queste proposte, di per sé allettanti e positive, non si inscrivano nella logica del pacchetto “usa e getta”? Ma allora che fare per contrastare questo senso di spaesamento, di volatilità delle certezze, di precarietà dei progetti di vita? Intanto credere nella possibilità di poter cambiare direzione.
Il cambiamento personale implica il fermarsi al bivio e riflettere, dunque implica l’ascolto di se stessi e il tempo per farlo. In terzo luogo spinge a scelte, anche piccole ma controtendenza. Se ciascuno sviluppasse un certo grado di fiducia nella possibilità di cambiare in meglio la propria vita e di poter contribuire a migliorare anche quella dei suoi cari e del contesto in cui vive, sarebbe già una buona partenza. Il cambiamento è un viaggio interiore in cui, oltre alle strategie e alle prescrizioni degli esperti, occorre coraggio, impegno e una buona dose di ottimismo, che non viene solo dal temperamento o da una visione particolarmente rosea della realtà che ci circonda, ma dalla fiducia che l’obiettivo è entusiasmante: riconquistare per noi e i nostri figli una dimensione in cui tutte le risorse della mente e del cuore siano vissute appieno e condivise. Buon viaggio a tutti!
Loredana De Luca
Psicologa-psicoterapeuta
















