Pubblicato in: Sab, Set 5th, 2015

La cultura della irresponsabilità… Ma la trasgressione non elimina le regole

Lo sballo nasce nella cultura della irresponsabilità. Non si tratta di una trasgressione, perché, al contrario della trasgressione, lo sballo non conosce né le regole né le norme, ma soltanto l’effimero, il provvisorio, l’emozionale, l’urlo anonimo di chi rifiuta persino la maschera e forse cerca un volto che non ha. La trasgressione non elimina le regole, né mitiga la responsabili­tà, anzi è consapevole dei limiti e delle prescri­zioni: è un affidarsi alla gioia della festa per un andare fuori dalla norma e farvi poi ritorno con la pienezza della soddisfazione. Come era una volta con il carnevale, che trovava la sua nor­male conclusione nel digiuno penitenziale. Lo sballo si alimenta invece in quel groviglio di fat­ti e di situazioni che conducono a generalizzare (e a globalizzare) la irresponsabilità. Che colpa ha il gestore della discoteca? Chi era il ragazzo che ha venduto la dose? È stato lui che ha voluto provare! Che cosa c’entra la musica? Che colpa ne ha il personale di servizio? Tante questioni, che non hanno più senso. Tanto tutti diranno che nessuno è responsabile. Si è trattato di un inci­dente, di una imprevedibile fatalità. E ciascuno si rimette l’animo in pace. La cultura dominante sa come difendersi e il più delle volte riesce a convincere. È riuscita persino a distinguere (e a tenere rigidamente separata) l’etica delle intenzioni dall’etica delle responsabilità: Sì, quel comportamento è delittuoso, ma l’intenzione era ben diversa… E così si assolve il politico corrotto, si lascia perdere colui che cerca di farsi strada con la protezione della mafia, si tollerano quelli che vivono sulle sventure degli altri, si giustificano i profittatori, gli sfruttatori e, per ultimi, anche i ragazzi che il sabato sera cercano lo sballo. Né vale domandarsi quale sia stata la droga assassina, perché non c’è qualcosa che fa male ed altre cose che si possono tollerare.

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Anche queste distinzioni sono funzionali alla cultura della irresponsabilità. Se guardiamo in faccia la realtà, scopriamo che non c’è sol­tanto la pasticca, ma un insieme di fattori che facilitano la discarica di adrenalina: la folla, il contatto corpo-a-copro, il chiasso, la musica as­sordante, i ritmi che fanno rintronare le visceri, le luci che non a caso si chiamano psichedeli­che, e tutto quel corteo di bevande, situazioni, comportamenti che in qualche modo dilatano la coscienza e impediscono il normale esercizio della padronanza di sé. È a questo punto che si prova anche la droga: questa, quella.. un po’ dell’una, po’ dell’altra, in un cocktail che av­velena, prima ancora di uccidere. È terrificante la facilità con la quale il gruppo sociale accetta e consente tutto questo. Nessuno protesta, nessuno prende le distanze, nessuno osa met­tersi controcorrente. Salvo a recriminare – per qualche ora – all’indomani di qualche disgra­zia. Sì, la cultura della irresponsabilità non parla di assassinio, preferisce parole come incidente, tragica fatalità, inspiegabile disgrazia… E così – almeno dal punto di vista dell’opinione comune – nessuno è responsabile. E dov’erano i padri e le madri quando occorreva ricucire le intenzioni con le responsabilità? E dov’erano gli educato­ri, gli insegnanti, i curatori d’anime e i pubblici amministratori? Scomparsi. In silenzio. Fuori dal giro. E i giovani? Beatamente orfani, senza padri e senza madri, senza guide e senza ma­estri, in mano a chi punta soltanto al profitto, dentro e fuori delle discoteche, per le strade e agli angoli delle scuole, per guadagnare pochi euro a danno di chi compra la propria rovina. È giunto il momento di invertire la rotta, perché ciascuno riprenda tutta intera la propria respon­sabilità. Tutti. Nessuno escluso. 

Nicola Paparella

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