Pubblicato in: Sab, Apr 13th, 2013

La Dottoressa Giulia Palmieri in Etiopia per un’esperienza missionaria/Per i poveri con le Suore di Madre Teresa

RICEVERE PIÙ CHE DARE/Il Primario di Farmacia dell’Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce con il Cappellano ospedaliero Don Antonio Podo sono appena partiti per l’Africa.

Non capita raramente di sentir parlare di missioni in Africa, come quella di un gruppo di volontari guidati da don Gianni Mattia, Cappellano dell’O­spedale Vito Fazzi, che si sono recati in Tanzania per portare aiuto alla popolazione locale. Proprio in questi giorni, tre altri salentini sono in Etiopia a portare la propria esperienza e solidarietà al servizio degli “ultimi”.

A raccon­tarci la sua esperienza decennale è la dottoressa Giulia Palmieri, primario di Farmacia presso l’Ospedale Vito Fazzi, contattata la sera prima della partenza, che quest’anno è accompagnata da un’altra generosa operatrice e da don Anto­nio Podo, il quale per la prima volta sta vivendo questa significativa attività e ha accettato di con­dividere con noi le sue emozioni e aspettative.

Dott.ssa Palmieri, cosa la spinge a recar­si in Africa per un periodo di volontariato e perché proprio in determinate nazioni?

La mia scelta nasce da un desiderio che ho sempre avuto fin da quando ero ragazza. Una mia amica dieci anni fa era andata in Etiopia perché aveva chiesto alle Suore di Madre Teresa di poter andare in India e le era stato detto di recarsi in Etiopia, poiché lì c’era più bisogno. L’ho aiutata la prima volta a partire e la vol­ta successiva le ho chiesto di portarmi con sé e l’anno dopo l’ho seguita. Un’esperienza da favola, nel senso di toccante al massimo, che mi dato quella carica di cui io forse avevo bi­sogno.

Sono andata in un istituto di Suore di Madre Teresa di Calcutta, dove c’erano forse mille persone che venivano raccolte per strada, moribonde e curate. Molte non ce la facevano, ma molte altre riuscivano a ristabilirsi. La mat­tina, quando aprivamo le porte della missione, trovavamo ad aspettarci fuori altra gente che era stata lasciata, raccolta in mezzo alla strada e portata da noi.

C’erano tanti letti, o meglio, brandine sporche. L’odore era terribile. La sera, quando chiudevano le porte della missione, mol­ti altri pazienti si coricavano sotto i letti. Facevi in tempo ad esempio ad andare nel settore delle donne, a lavare una malata, a curarla, a metterle un poco di crema per farla sentire “bella” che magari poco tempo ti accorgevi che era già mor­ta.

Ho avuto un’altra esperienza terribile: in un padiglione c’erano moltissimi bambini, tutti con handicap gravi come l’idrocefalo, io andavo lì, facevo un po’ di fisioterapia, magari impegnavo un’ora per farli mangiare, perché, poverini, o li aiutavi mangiare o non si nutrivano per niente. Una situazione assurda.

Vi sono andata per due anni, dormendo addirittura in stanze con perso­ne decedute intorno. Per due anni ho resistito, il terzo anno ho preferito un altro istituto dove c’erano i bambini con HIV positivo, ritornando­ci per cinque anni di seguito. C’erano ragazzi che non stavano bene, soprattutto nei primi anni di vita; anche piccoli pazienti con deficit gravi dovuti all’HIV. Poi, abbiamo comprato lavatrici in modo che non si contagiassero tra loro. Suc­cessivamente, sono arrivati i Padri Domenicani, che hanno messo su una missione ben organiz­zata.

Sono potuta passare, pertanto, a un altro centro missionario andando nella foresta del Gurage, perché per una circostanza fortuita ho trovato il Vescovo del luogo in aeroporto che ci ha invitati ad andare presso le sue missioni: or­mai è il quarto anno che vi ritorniamo. La nostra attività di volontari consiste nell’offrire la nostra piena disponibilità verso qualsiasi servizio: pre­parare il pasto ai bambini, aiutare a partorire, compiere medicazioni, fare iniezioni…

Quante mamme aiutiamo a far nascere i loro piccoli… a volte senza acqua e senza luce…

Quest’anno vi staremo sette giorni qui e al­tri sette giorni scenderemo nel Sidamu, dove c’è un’altra missione di suore e dove ci hanno co­municato che vi sono tante necessità primarie…

Oltre all’aiuto quotidiano di cui ci ha ap­pena parlato, in cosa consiste l’apporto utile alla popolazione?

Nelle missioni visitate, apriamo, ad esempio, mense per i bambini degli asili e delle scuole ele­mentari.

A mezzogiorno, ho visto mangiare bambini che come unico pasto del giorno consumavano un limone e un bicchiere d’acqua, per cui compro riso, farina, granturco, the e zucchero, in modo che nelle ventiquatt’ore abbiano un pasto caldo e una tazza di the.

Apro tante mense… grazie ad amici che contribuiscono con offerte c’è la possibilità di sostenere “mense di Padre Felice”e di altre  or­ganizzazioni. Ritengo che circa mille bambini in questo modo oggi riescono a mangiare. Avendo ora ricevuto ulteriori offerte per nuove mense, ne aprirò altre dove ci sono le scuole che non rie­scono a dar da mangiare a tutti, dove i bambini non hanno le scarpe e fanno diversi chilometri per andare la sede scolastica, magari dopo aver accudito prima le mucche.

Ci ha parlato di varie tipologie di aiuti che porta, quale reputa essere il più necessa­rio?

Quello nel campo sanitario, principalmente perché sono una sanitaria. Ultimamente, però, mi sto impegnando maggiormente nell’ambito alimentare, perché i bambini, se sono nutriti, stanno complessivamente meglio.

In questo contesto, procuriamo le necessa­rie risorse economiche per realizzare nuove ci­sterne… O ho raccolto fondi per comprare una grande lavatrice o ossigenatori per i bambini HIV positivi. Tempo fa, ci fu un incendio e due persone persero completamente la capanna, che è soggetta a facili incendi, e noi abbiamo offerto la possibilità di ricostruirla.

In dieci anni abbiamo concretizzato tante re­alizzazioni… l’amore è alla base delle motivazio­ni che guidano la mia scelta… mi reputo sono fortunata.

Stando sul posto, sorgono nel suo animo considerazioni sull’ingiustizia delle spe­requazioni mondiali?

Quando devo partire, ci penso tantissimo e anche questa valutazione mi spinge a portare il mio contributo. Anche perché lo Stato locale non aiuta molto gli abitanti, se non ci fossero le tante missioni essi starebbero davvero male.

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