La Madonna del Pane e il miracolo di Novoli
Il nucleo originario di Novoli è circoscritto da tre antichissime chiese: San Salvatore, San Giovanni, Santa Maria Madre di Dio. Il toponimo invia al superamento di un disagio che gli abitanti vissero nell’area di Porziano, un terreno paludoso e malarico da dove decisero di trasferirsi in un altro luogo più salutare. Il trasferimento fu affidato alla protezione di Santa Maria Nove da cui il nome del Comune Novoli. Numerose le tracce di cultura greca- bizantina comuni a tutta la diocesi di Lecce. L’esposizione internazionale di Milano (Expo2015) mi sollecita a guardare diversamente il culto della Madonna del Pane presente a Novoli fin dal 1707. Voglio anch’io mettere a confronto ed evidenziare sentimenti umani e bisogni del passato e del presente, per rimarcare l’affinità di significato dei due termini Pane – Vita: “guadagnarsi il pane = guadagnarsi la vita”. Anche Novoli durante la Controriforma cattolica ebbe le sue trasformazioni nel culto. Il fatto prodigioso che si racconta è sintetizzato in una incisione di Giovanni Grassi con la didascalia stampata a piè di pagina che informa come alla Madonna di Costantinopoli, nel 1707, venne mutato il titolo e diventò la Madonna del Pane.
Il motivo di questo mutamento fu un miracolo compiuto a favore di una umanità malata, sfinita, morente personificata da Giovanna, una giovane donna del luogo, incaricata dal cielo a dispensare del pane ai poveri che aveva ricevuto miracolosamente. Oggi avremmo bisogno di un altro simile evento su scala mondiale. Le statistiche forniscono cifre spaventose sul numero degli affamati nel mondo e cifre scandalose sulle quantità alimentari sperperate e distrutte. In contesti diversi hanno alzato la voce il Papa e il Presidente della Repubblica: “si ponga rimedio a questa immensa ingiustizia a danno degli affamati”. Il pane è il simbolo della vita. “Il pane è più antico della scrittura e del libro (…) frutto della terra benedetto dalla luce.” Più antico anche della Bibbia nelle cui prime pagine è scritto all’indirizzo dell’uomo “ti guadagnerai il pane col sudore della fronte”. Il pane da sempre è stato inseguito da milioni di affamati e nel Vangelo leggiamo come Gesù moltiplicò i pani per un popolo sfinito che lo seguiva, incaricando i suoi discepoli a distribuirlo a tutti.
La mensa è il luogo fisico e metaforico in cui si segnalano le appartenenze o le estraneità, le adesioni o le esclusioni, si stabiliscono le gerarchie dei rapporti all’interno del gruppo anche mediante la spartizione del cibo e la distribuzione dei posti a tavola. Alcune necessità si mescolano con l’egoismo; il bisogno organizzativo si mescola con la prepotenza; la paura si arrocca nel piccolo clan. Sul tema segnalo due bei libri: M. Montinari, Convivio, Laterza, 1989; e P. Matvejevic, Pane nostro, Garzanti, 2010. “I nostri vecchi chiamarono convito il sedere a mensa di amici, appunto perché ha in sé l’idea del vivere insieme” (Cicerone). Il pane era sulla mensa pasquale di Gesù. Quel pane subì una metamorfosi nella sostanza. Da quella volta in poi nel medesimo gesto si ripete il medesimo prodigio: il pane sull’altare diventa il corpo del Signore da distribuire a chi ha fame e sete di giustizia. Enzo Bianchi annota: “Cibo puro e cibo impuro, sono interpretazioni proiettate dall’uomo sul cibo e quindi sulle persone. Separazioni che Gesù, amante della tavola, cancella per sempre”. Al convito del Signore siamo tutti invitati, non solo per mangiare e bere ma anche per stare insieme. Alla mensa del Signore non si butta nulla, si raccolgono con cura pure i frammenti del pane.
Antonio Febbraro

















