LA NOSTRA PREGHIERA PER VOI CHE SARETE SERVI DELL’AMORE
Molfetta/L’Omelia dell’Arcivescovo D’Ambrosio per l’istituzione di lettori e accoliti nel Seminario Regionale.
ESULTATE E GIOITE
Cari amici, anzi cari fratelli e sorelle. Bando alle imposte e formali distanze. Qui nella casa del Padre, non siamo amici ma tutti fratelli e sorelle. Siamo qui a celebrare, ciascuno secondo il dono e il carisma ricevuto, il grande mistero della Pasqua di Cristo Gesù e, per sua grazia, della nostra Pasqua. È questo il giorno del Signore, non possiamo pertanto non accogliere l’invito della liturgia: “Rallegrati Gerusalemme, e voi tutti che l’amate: Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza”. L’Apostolo Paolo con le parole che poc’anzi abbiamo ascoltato nella seconda lettura ce ne dà il motivo: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere in Cristo” (Ef2,4-5). Il Signore non è avaro, potremmo dire che con noi è come uno ‘spendaccione’. Continua a moltiplicare le ragioni della nostra gioia nonostante la magra povertà delle nostre risposte.
La grande famiglia del nostro Seminario Regionale presenta 21 dei vostri figli, cari papà e mamme, perché siano istituiti per il ministero del Lettorato e dell’Accolitato. Ecco l’ulteriore particolare dono che l’amore prodigale del Signore oggi fa a tutti noi. Dobbiamo perciò benedirlo, lodarlo e rendergli grazie in questa liturgia della IV domenica di Quaresima nella quale il Signore, nel suggestivo e notturno colloquio di Gesù con Nicodemo, ci offre la misura del suo amore per gli uomini con un segno: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv3,16). Un amore senza limiti è quello di cui Gesù parla con Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (vv.14-15). Giovanni introduce la dottrina della Croce. La croce è il ‘segno della salvezza’, come fu il serpente innalzato da Mosè nel deserto per gli Ebrei. Fin dall’inizio del suo Vangelo, Giovanni sottolinea il traguardo della missione di Gesù: la Croce, la vera rivelazione dell’amore di Dio. A questa croce che, innalzata domina la storia e le vicende dell’uomo, devono volgersi i nostri sguardi. Chi guarda a Cristo Crocifisso con fede vince la morte insieme con lui e ottiene la nuova vita, viene salvato per mezzo di Lui. Questa salvezza è il grande dono che con fiducia attendiamo e invochiamo in questo tempo santo della Quaresima, fidandoci della parola di Gesù: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (v.17). Crediamo fermamente in questa parola che oggi è risuonata per noi e da Cristo affidata alla sua Chiesa. È parola certa: Dio non ci inganna, compie sempre ciò che promette.
AMICI DELLA PAROLA
Questa Parola oggi viene consegnata a voi, cari istituendi lettori, perché la proclamiate nell’assemblea liturgica. Non siete chiamati né voi, né noi, cari fratelli presbiteri, ad essere i tecnici o gli esteti della Parola. Di essa dovete essere assidui lettori con l’intelligenza del cuore che si apre alla parola perché diventi alimento per la vostra fede e ispirazione per la vostra preghiera. Mi piace ricordarvi alcune illuminanti sottolineature di San Giovanni Paolo II nella Pastores Dabo Vobis sul nostro/vostro servizio alla Parola: sviluppate una grande familiarità con la Parola di Dio.
Sia il vostro cibo quotidiano; accostatevi ad essa con cuore docile e orante; rimanete nella Parola per diventare perfetti discepoli del Signore; credete alla Parola nella consapevolezza che le parole del vostro futuro ministero non saranno vostre ma di Colui che vi ha scelti e chiamati per inviarvi ad annunziare il Regno (cf Pastores Dabo Vobis, 26).
MINISTRI DEL PANE
Nel consegnare il vassoio con il pane per la celebrazione dell’Eucaristia, cari prossimi accoliti, vi dirò “la tua vita sia degna del servizio alla mensa del Signore e della Chiesa”. Voi sapete che la parola ‘servizio’ è una di quelle che danno fondamento e significato alla vita dei discepoli del Signore Gesù che è stato il primo grande servo. È venuto tra noi non per essere servito ma per servire. Rimane per tutti noi il vero unico modello a cui guardare. L’essere servo non è fine a se stesso, ma espressione di un amore che spoglia, che aliena, che si dona e sa amare nella piena gratuità. In un mondo nel quale sta diventando prassi dare solo se si riceve, voi, noi, sull’esempio del Cristo servo, siamo chiamati a non sbiadire i connotati della piena e disinteressata gratuità che serve perché ama. Fra poco vi ricorderò che d’ora in avanti siete chiamati ad amare di amore sincero la Chiesa che è il popolo santo di Dio, soprattutto i poveri e gli infermi, che sono le vere ‘periferie esistenziali’, costrette all’angolo della storia. Queste periferie, ci ricorda Papa Francesco, sono le nuove frontiere che la comunità dei credenti sceglie come luoghi prioritari dell’annunzio del Vangelo e della testimonianza della gratuità vera dell’amore. Ricordatevi che “tutta la passione di Dio è l’altro, e così non ci può essere altra via per il mio servizio, se non quella di questa passione, che va a lui, che pensa con il suo pensiero, che c’è per lui, che sta con lui, che si fa dono a lui” (K. Hemmerle).
Sta qui anche l’originalità del servizio che sull’altare vi fa vicini a lui, che vi impegna, d’ora in avanti a vivere, come vi ricorda la liturgia dell’istituzione, ‘sempre più intensamente il sacrificio del Signore e a conformarvi sempre più il vostro essere e il vostro operare’. Perché questo impegno accompagni la vostra vita e vi prepari ai doni grandi che vi attendono, c’è la preghiera di tutti noi, dei vostri vescovi che trepidanti accompagnano il vostro cammino verso l’altare, la preghiera dei vostri educatori e dell’intera comunità del nostro Seminario Regionale che rendono lode al Signore per la fecondità del loro impegno e del loro generoso servizio, il rendimento di grazie delle vostre famiglie che oggi avvertono nel dono a voi fatto, un tocco di amore preferenziale del Signore Gesù. Sia di tutti noi l’invocazione con cui abbiamo pregato all’inizio della celebrazione: “Signore, donaci la ricchezza della tua grazia, perché rinnovati nello spirito possiamo corrispondere al tuo eterno e sconfinato amore”. Amen.



















