Pubblicato in: Gio, Mar 5th, 2015

La “Quaremma” e la Catechesi… Due segni d’altri tempi

La Quaresima con Abramo, nostro Padre nella fede. 

Nella società agricola ormai conclusa il tempo di quaresima era rimarcato da due segni.  Il primo fortemente popolare consisteva nell’esporre in paese un manichino raffigurante la  “Quaremma” (o Caremma) dalle forme femminili con tratti fortemente senili.  Stringeva in mano la conocchia e il fuso per filare la lana. Accanto a lei quattro penne di gallo erano infilzate in una arancia. Il riferimento allusivo era al lungo digiuno quaresimale che durava circa quattro settimane. Il secondo segno era gestito dal clero e consisteva in un prolungato corso di istruzione cristiana offerto al popolo detto Quaresimale. A tal fine si invitava un rinomato predicatore il quale dal pulpito ogni sera intratteneva la comunità su un tema specifico con una oratoria-spettacolo tuonando contro i vizi e proponendo l’osservanza delle virtù mediante ricette moraleggianti. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha sollecitato un ritorno alle fonti cioè alla Bibbia e ai Santi Padri. La liturgia della seconda domenica di Quaresima invita tutta la chiesa a concentrasi sulla figura di Abramo, nostro Padre nella fede. Faccio notare che Abramo è un personaggio comune all’ebraismo, al cristianesimo, all’islamismo. Abramo, tra mito e realtà, visse intorno al terzo millennio a.C. e il libro della Genesi (capitoli 11-25) riferisce ampiamente su di lui. L’area geografica nella quale Abramo operò è quella che  chiamiamo Medio Oriente cioè tra il Golfo Persico, il Libano, Gerusalemme, il Deserto del Neghev.

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Le località note a tutti sono i due fiumi Tigri ed Eufrate, la Siria, l’Iran, l’Iraq.  Nei pressi di Bağdat sorgeva l’antica città di Ur dei Caldei dove viveva il nomade Abramo. Nella zona si coltivava il frumento e si costruivano molti forni per trasformare il grano in pane profumato. La sola città di Ur dei Caldei arrivò a contare circa 500.000 abitanti. Queste notizie sono confermate dagli scavi archeologici condotti da studiosi inglesi nella prima metà del secolo scorso. I reperti archeologici hanno rivelato al mondo intero l’alta civiltà qui raggiunta e il benessere diffuso. Ma tutte le civiltà nascono e muoiono, anche quella della fertile mezza luna. Quest’area oggi la conosciamo con i nomi di Siria, Iran, Iraq ed è fortemente contesa tra diverse fazioni. Tutta l’area è sottoposta a pressione, bombardamenti, orribile teatro di atti crudeli a danno di inermi cittadini lasciando al suolo migliaia e migliaia di morti. La favolosa Ur dei Caldei cedette dunque sotto la pressione di orde elamite e nel 1960 a.C. la città conobbe la tragedia e la distruzione. Tra le famiglie scampate alla morte vi fu pure quella di Abramo.

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Abramo ruppe con l’idolatria di famiglia per dedicarsi al culto di un dio, uno ed unico, nel quale riconosceva il Creatore del cielo e della terra, con questa nota distintiva e qualificante: il dio di Abramo era indipendente dalla natura e da ogni limite geografico, la cui cura suprema era l’equità e la giustizia. Come Abramo fosse giunto a questa immagine della divinità è difficile spiegarlo. Sicuramente non vi giunse per via degli studi che non aveva, né per imitazione di modelli uguali che non esistevano dunque bisogna pensare ad una riflessione personale ma soprattutto ad una ispirazione proveniente dall’alto che chiamiamo “rivelazione” raccontata dalla Bibbia in modi e toni diversi nella cui sequenza troviamo il racconto della sua chiamata diretta da parte di Dio con l’ordine preciso di lasciare la propria terra per dirigersi verso una meta incerta e indeterminata ma proiettata nel futuro che si determinerà per tappe tra promesse strabilianti (in te saranno benedette tutte le nazioni) e prove terribili (Abramo accetta di sacrificare a Dio l’unico figlio Isacco). La conclusione positiva a favore di Isacco legittima il racconto di una storia che fa ancora paura. Nel silenzio del deserto Abramo si rese conto di essere stato scelto dalla Provvidenza per un fine ben preciso esplicitato così: “ Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra (…) Alla tua discendenza io darò questa terra dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate (Ge, 15, 7; 17). Noi siamo discendenza di Abramo come lo fu lo stesso Gesù di Nazareth che portò a compimento quanto iniziato già da Abramo insegnandoci a chiamare il creatore del cielo e della terra: Padre.

Antonio Febbraro

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