La Regola di San Benedetto e i Laici/Il carisma del monachesimo per gli oblati
I cardini fondamentali della Santa Regola.
Quando noi cristiani sentiamo il bisogno di vivere più in profondità e con più convinzione il vangelo, cerchiamo un cammino di luce che ci faciliti la ricerca del Signore e ci stimoli a servire in modo più generoso Dio e i fratelli, rimanendo tuttavia nel proprio stato di vita che non è precisamente quello della professione monastica. Noi oblati benedettini abbiamo trovato questo canale di grazia in un monastero, dove ci viene comunicata la spiritualità benedettina e, soprattutto, ci viene indicato come tradurla in opere di vita cristiana, attraverso le realtà umane che costituiscono il nostro vivere di ogni giorno. La Santa Regola si fonda su tre cardini fondamentali che aiutano ed indicano al cristiano il cammino per dare speranza a tutto il creato, in modo che possa essere la casa di tutte le creature che Dio ha messo al mondo nei primi sei giorni, quando diede alla luce il mondo.
Il primo cardine è la costruzione di una comunità umana, di un mondo fraterno, fatto di relazioni, di corresponsabilità. Il monastero non è solo un edificio di pietra, ma una comunità, testimonianza di un corpo non più individuale, ma unito, che rende le creature non più isolate dalla propria individualità, ma persone che mettono in comune ogni cosa, che mettono in comune se stesse, consegnandosi, come il Signore, che ci ha salvato perché consegnò se stesso. Per creare comunione bisogna lasciarsi andare nelle braccia dell’altro, e non semplicemente fare qualcosa per l’altro. Mettere se stessi in questo corpo unico in cui ognuno di noi diventa un’altra persona se si concepisce veramente come comunione, come luogo di comunità.
Il secondo cardine della Regola di S. Benedetto ed anche della bibbia è la parola stessa. La Regola di S Benedetto riprende il linguaggio sapienziale e precisamente il linguaggio di Gesù. Il linguaggio sapienziale è quello che dice cosa è giusto fare, quello che dice “ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro”. La Regola riprende alla lettera il linguaggio biblico della Sapienza che noi possiamo dire sia stato quello preferito da Gesù. Il terzo pilastro è il lavoro, preghiera e lavoro, che non sono due cose separate, opus è opera, lavoro. La crisi del lavoro che c’è oggi non nasce dal caso, noi siamo diventati fatalisti circa le vicissitudini economiche, non capiamo perché ad un certo punto perdiamo il lavoro, perché i ragazzi non possono fare un progetto di lavoro. Non è una fatalità, ci sono delle regole, c’è qualcuno che sa bene da dove viene tutto questo. Questa è l’attualità e la bellezza del mondo benedettino, del monachesimo, della fraternità.
L’altro contributo notevole che il mondo benedettino ha dato lo ritroviamo nel tema della laicità. Anche qui noi troviamo una forte attinenza col Nuovo Testamento. Il cristianesimo è un’esperienza fondamentalmente laica. La stessa lettera agli Ebrei dice che Gesù non ha nessun legame con Levi, ma ci dice che apparteneva alla famiglia di Giuda, di Davide, ma non dei sacerdoti. Gesù è un laico, non un sacerdote. Quelli che Gesù chiama per essere suoi ministri, sono dei pescatori, dei laici. Qui è importante sottolineare il legame con il lavoro: erano dei laici che facevano qualcosa di preciso, facevano i pescatori, esercitavano un mestiere. Gesù chiama questa gente di Galilea, non competente di cose sacre. Se Gesù avesse voluto collaboratori competenti di cose sacre, sarebbe andato nel tempio, a Gerusalemme, nei diversi ordini di classi sacerdotali, ve ne erano tante. Invece Gesù va in un porto di mare, tra pescatori, e li chiama mentre stanno lavorando. Secondo alcuni erano anche dei mercanti, vendevano il pesce, quindi si sporcavano le mani con i soldi. Insomma, è gente di mondo. Gesù sceglie questa gente per essere gente che farà poi le stesse cose che fa lui, le stesse che chiede a noi: annunciare il vangelo, viverlo in profondità e con convinzione.
















