Pubblicato in: Ven, Ott 16th, 2015

La sfida dei tempi moderni… Linguaggi nuovi per Evangelizzare

VEICOLARE IN MANIERA ADEGUATA I CONTENUTI DELLA FEDE 

IL VERO COMUNICATORE È COLUI CHE ASCOLTA IN MEZZO AL RUMORE DELLE CHIACCHIERE 

La cosa bella di noi cristia­ni è che abbiamo già un modello esemplare a cui ispirarci: Gesù di Nazareth, uno dei più grandi comu­nicatori della storia! Gesù è maestro di comunicazione non solo perché sapeva “parlare e farsi capire” ma era in grado anche di insegnare ai suoi discepoli come comunicare spiegando loro che alle masse si può parlare soltanto con dei racconti, con delle immagini perché soltanto questi entrano nell’immaginario collettivo. È proprio per questo che da sempre la Chiesa ha comunicato attraverso l’arte, la pittura, la scultura… Ma il messaggio cristiano ha come suo veicolo principale l’uso della parola e ogni battezzato, proprio perché profeta (= uomo della Parola) sa che questa parola per esprimersi ha bisogno di una capacità comunica­tiva che riflette l’identità personale, lo stile, il contesto storico di chi la pronuncia nella ferma convinzione che questa parola ci “supera” perché chi parla non lo fa a nome proprio ma “in nome di” Dio. Ora, nel conte­sto attuale, comunicare il messaggio cristiano è una delle sfide che non solo noi preti ma anche tanti laici devono affrontare! Giovanni Battista Montini annotava: “Bisogna essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?”. È proprio questa la nota dolente nell’attuale comunicazione eccle­siale. Basti pensare allo scarto, a volte eccessivo, tra il linguaggio dei documenti pastorali e la compren­sione dei fedeli. Per non parlare poi delle nostre omelie, a volte dei veri e proprio sonniferi per il meritato riposo dei nostri parrocchiani! La cosa diventa ancora più seria soprattutto nell’“areopago” della nuova comunicazione dove lo scarto tra ciò che predichiamo e quello che gli altri capiscono del nostro linguaggio e’ così’ ampio che spesso si genera incomprensione. “Spesso siamo così “interni” che parliamo la lingua degli “interni”, al punto tale che coloro che sono esterni alla Chiesa non capiscono quasi nulla di quello di cui stiamo parlando” (Crispian Hollis).

Prete

Nasce da qui l’e­sigenza, che anch’io avverto come parroco, di un nuovo linguaggio e nuove tecniche comunicative che permettano a noi pastori di veicolare in maniera adeguata il contenuto della fede perché esso possa entrare nel cuore della gente. Per fare questo è necessaria certamente una formazione adatta e permanente alle nuove sfide comunicative ma un rimedio “naturale” che noi sacerdoti potremmo subito adottare è quello di leggere e di ascoltare un po’ di più! Dietrich Bonhoeffer affermava che “l’inizio dell’amore per il prossimo sta nell’imparare ad ascoltare le sue ragioni”. Basta seguire un program­ma televisivo per renderci conto che la mancanza di ascolto dà origine solo a confusione, a sovrapposizione di voci, a violenze verbali! E questo a volte accade anche nelle nostre comunità! Anche noi preti corria­mo il rischio di parlare molto e di ascoltare poco! Non per nulla nella Bibbia l’“ascoltare” è il verbo della fede e significa confronto, con Dio, con se stessi e col prossimo (vedi il celebre Shemà di Dt 6,4ss). In mezzo al rumore delle chiacchie­re (anche quelle parrocchiali), al brusio assordante della pubblicità e all’incessante bombardamento di immagini e di provocazioni dovrem­mo avere il coraggio di ritagliarci quello spazio di silenzio per poter ascoltare, comprendere, riflettere e poi parlare! Perché il grande e vero comunicatore non è colui che parla, parla e parla….ma colui che ascolta e che sa quello che dice!

Alessandro Scevola 

FINO AI CONFINI DELLA TERRA

“VOCE CHE GRIDA NEL DESERTO” E LE “ORECCHIE PER INTENDERE”? 

Se ci si diverte ad uscire dall’ovile per vedere cosa viene fuori dalle crepe delle sagrestie verrebbe il dubbio che qualcosa non va. Non c’è comunicazione! Non va l’uso di un linguaggio che fuori del cerchio sacro fatto di eletti dice ben poco e, anzi, spesso viene frainteso. Proprio come succedeva nel primo secolo quando il linguaggio speci­fico o di nicchia dei cristiani veniva travisato dai romani che, sentendoli parlare, pensavano di avere di fronte più che dei santi una setta super­stiziosa avvezza ad ogni genere di nefandezza, visto che mangiavano il corpo e il sangue di una persona, poi praticavano l’amore con tutti, perfino con i fratelli e le sorelle e che adoravano un bambinello. Allora, come riporta Tacito, c’era un problema di linguaggio, o meglio l’assenza di un codice condiviso tra chi comunicava e chi ascoltava. Oggi, in un periodo storico laiciz­zato, e quasi de-sacralizzato, dove i cristiani sono tornati ad essere minoranza e la società con la sua cultura dominante rischia di essere caratterizzata da un ritorno verso l’analfabetismo cristiano. In questo contesto comunicare con l’uomo di oggi è un problema della Chiesa, in parte mitigato dalla figura totaliz­zante di Papa Francesco. All’interno del mondo ecclesiale si continua a parlarsi addosso con l’aggravante che il significato letterale e teologico dei termini si è perso nel buio dei tempi, nei manuali di teologia, o nei modi di dire arcaici. Quanti cate­chisti, per fare un esempio, quando hanno parlato del nuovo anno santo hanno dovuto faticare per spiegare che cosa significa “misericordia”? E così per termini come: grazia, carità, una… mission impossible! C’è stato un vescovo che nei giorni scorsi ha perfino invitato i padri sinodali ad adottare la… parresìa! All’interno dell’assemblea certamente tutti hanno compreso, ma visto l’inte­resse “non ovvio” intorno all’assise sinodale perché non approfittare per farsi capire anche fuori? Forse oggi servirebbe un nuovo Tertulliano che reinventasse un nuovo vocabolario che permetta di essere più immediati nella comunicazione, partendo perfi­no da termini pro-fani convertendoli a significati più sacri.

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Ma non è solo un problema di termini “muti” all’uomo di oggi, c’è anche una incomunicabilità delle motivazioni profonde che stanno alla base dei valori cristiani. Si è preferito parlare di valori irrinun­ciabili dare ragione del perché lo fossero. In altre occasioni si è vestita la corazza del “è sempre stato così” senza spiegare perché e come si è arrivati a quella scelta storica. Chi guarda verso la Chiesa non sem­pre coglie quello che vuole dire sia perché è portata a semplificare dividendo tutto tra maggioranze e minoranze, sia perché pensa che sia regolata da anime che non le sono proprie, come confondere il Sinodo con un parlamento. Un esempio di questa confusione la si è potuta no­tare durante l’ultimo viaggio di papa Francesco in America, quando di fronte ai suoi riferimenti ai poveri, alla libertà (anche religiosa), alla difesa dell’ambiente, al diritto alla vita minacciata dalla pena di morte o dalla diffusione delle armi, c’è stato sia qualche cristiano integralista che si è stracciato le vesti, sia qualche laico ha pensato che il pontefice fosse diventato un miscredente. E qui la capacità comunicativa del papa che ha sintetizzato tutto in una battuta: “Volete che reciti il credo?” E questo solo perché il Magistero sociale si è dimenticato o non lo si è mai predicato. C’è, inoltre, un problema di strumenti utilizzati per la comunicazione. È vero diocesi/ parrocchie, congregazioni religiose e aggregazioni laicali hanno sempre investito energie e risorse nella comunicazione attraverso strumenti più o meno poveri come riviste, pubblicazioni, perfino radio parroc­chiali e, ultimamente, reti televisive. L’impressione è che in molti casi il tutto non sia stato accompagnato da un progetto di qualità. Per lo più si tratta di esperienze che non hanno creato professionalità da spendere anche all’esterno. Molte sperimen­tazioni sono rivolte all’interno, per nicchie di fedeli che spesso sotto­valutano o denigrano; tantissime di esse sono ignorate all’esterno… anche per temi e linguaggi che non interessano. Nel passato, dopo il convegno pastorale di Palermo, c’è stata la grande intuizione del Progetto Culturale, ma purtroppo non ha avuto la ricaduta sperata. Ironia della sorte nella ricerca per vederne le attività si nota nella home page del suo sito la presentazione di un convegno dal titolo interessan­te: Parlare dell’uomo all’uomo di oggi, segue incipit di un intervento introduttivo in perfetto ecclesialese. Chi ha orecchi…

Tonio Rollo

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