Pubblicato in: Sab, Set 27th, 2014

L’Abbazia di Melendugno e la sua forza economica nell’ecosistema salentino

Nel XIV secolo giunsero i monaci del ricco Monastero di Cava dei Tirreni. 

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San Niceta

Monaci Bizantini/L’antico rito di offrire legalportal ai poveri la colìva (grano bollito con diversi aromi) in occasione della festività del santo patrono. anche a Melendugno rispettata la tradizione. 

dipinti

Ete à quai la Festa? Con questa interrogazione com’è consuetudine, ogni anno, Melendugno con orgo­glio festeggia il suo Santo Patrono: Niceta, il 15 e 16 di settem­bre. In questi ultimi anni ha assunto una particolare importanza in quanto, finalmente, come ogni paese che si rispetti, anche Melendugno ha la sua artistica statua equestre di San Niceta, la quale è stata installata in piazza Risorgimento il 14 settembre 2009, inaugurata dal parroco don Leonardo Giannone e dal sindaco dott. Vittorio Potì e benedetta dall’Arcivescovo Domeni­co D’Ambrosio. Il culto a San Niceta, martire goto, del IV secolo d. C., lo si deve ai monaci basiliani che, pervenuti dall’oriente a Melendugno, diffondono la sua forza ispiratrice di fede in Cristo, Signore. Per questo nel territorio si trovano altri santi di origine grecofona come San Niceta (già detto), San Foca, Sant’Or­sola (da cui ne è uscito il toponimo di Torre dell’Orso), Sant’Andrea, Santa Marina, Sant’Apollonio ecc. La popolarità del Santo si consolida nel XVII sec. dopo la pestilenza del 1656 il terremoto del 1753 ma è, soprattutto, nel 1882, con la traslazione in pompa magna – del Braccio di San Niceta – dalla chiesa di San Niccolò dei Men­dicoli in Venezia a Melendugno Pandora Necklaces che i melendugnesi riversano tutto il proprio amore filiale al santo. E quest’anno c’è stata a Melendugno la presenza di una rappresentanza della predetta comunità parrocchiale di Venezia, gemellata con la nostra. I monaci oltre a portare nella nostra terra il rito greco-bizantino portano anche la loro cultura e le loro tradizioni. Ecco perché l’Abbazia di San Niceta – dove essi risiedono – ottiene una grande forza economica ed influenza nell’ecosistema salentino, se i monaci del ricco Monastero di Cava dei Tirreni vengono nel XIV sec. a Me­lendugno a tenere un grande convegno. Il catasto onciario di Melendugno del 1749, inoltre, ci fa sapere – quando è abate don Bernardo D’Alojsio – che tra gli obblighi dell’egumeno del monastero nicetiano vi è quello di dispensare ogni anno nella festa del Santo un tomolo e mezzo di grano bol­lito ai poveri. Si tratta, in altri termini, dell’usanza greca di distribuire in chiesa colìva (grano bollito frammisto a diversi aromi) in occasione della commemorazione dei morti.

Il rito di offrire ai poveri, ogni anno in occasione del santo patrono, la colìva (pronuncia greca: i coliba) è un rito che i monaci bizantini adottano in tutto il meridione d’Italia, anche se con alcune varianti. Ci sono plessi mona­stici – come l’Abbazia di Melendugno – che rispettano la tradizione di offrire la colìva in occasione della festività del santo patrono; ci sono altri plessi monastici greco-bizantini dove la colìva viene offerta in occasione di altre ricorrenze religiose, all’interno delle chiese, come il sabato precedente la Quaresima oppure, il giorno della commemorazione dei morti, il sabato precedente la Pentecoste, il 13 dicem­bre, giorno di Santa Lucia ecc. In senso religioso, molto lato, i monaci basiliani offrono la colìva non solo ai poveri ma anche a tutta la loro comunità (logica­mente non a tomoli ma in proporzioni molto ridotte) come simbolo evangeli­co del chicco di grano che se non cade nel terreno e muore non può produrre frutto. Questo rito monastico scatena non solo una tradizione all’interno dei plessi religiosi greco-bizantini ma, pian piano, viene assorbita anche dal popolo divenendo una tradizione culinaria che si perpetua all’interno delle famiglie, di moltissimi Comuni del meridione d’Italia, dove c’è la predetta presenza religiosa bizantina. La colìva diviene così non solo grano bollito da dispen­sare ai poveri ma anche dolce, o altra pietanza arricchita con aromi vari, soprattutto con quelli presenti nelle coltivazioni e nella dieta alimentare di ogni determinato localismo. Ogni famiglia può sbizzarrirsi a confezionare “il piatto” che più gli aggrada.

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Nella tradizione di Melendugno il grano bollito cotto al dente (dopo asciugato all’interno di un tovagliolo, per conservarlo ben vivo e non divenga appiccicaticcio o raggrumato), dai mo­naci, può essere arricchito con aromi come la cannella, il pepe garofalo, il miele, il melograno, l’alloro, il meloco­togno tagliato e sparpagliato in piccoli pezzi, la relativa marmellata (cotogna­ta) o altre spezie locali; in alcuni casi il grano già bollito al dente è farcito dai monaci con pane grattugiato oppure abbrustolito. Per far capire quanto radi­cata è nel meridione d’Italia, anche ai nostri giorni, la tradizione della colìva, abbiamo raccolto la tradizione culinaria presente nel Comune di Grotte (prov. di Agrigento). A Grotte, addirittura, esiste un’antichissimo proverbio, ben cono­sciuto anche ai nostri giorni da questo popolo, che così recita tradotto nel nostro vernacolo: “Lu giurnu te Santa Lucia se mangia la Cuccìa (n.d.r.: che corrisponde alla nostra Colìva)”. La Cuccìa (o colìva) – nel piatto tradizio­nale di Grotte – consiste in grano bolli­to (cotto come a Melendugno) al dente, mentre bolle si versano delle foglie di alloro e si gira il tutto molto lentamen­te, successivamente il prodotto viene dolcificato con zucchero.

Come si vede il termine “Cuccìa” (e il relativo piatto tradizionale) è esclu­sivamente siciliano e non salentino (come erroneamente è stato scritto su di un giornale nel dicembre 2008). A quanto afferma l’amico Francesco Cimino, grottese di nascita, nel Co­mune di Grotte questo piatto non viene dispensato solo tra i vari componenti la famiglia ma anche ai parenti o agli amici che il giorno di Santa Lucia si recano a far la visita. A differenza delle date che vengono tradizionalmente fis­sate nel Salento (e che abbiamo prima indicato) o in altri siti del meridione d’Italia, qui a Grotte la tradizione vie­ne fissata, come si è visto, il giorno di Santa Lucia ma il significato profondo non cambia; nel senso che Santa Lucia rappresenta il simbolo della luce e quindi della vita rinnovata (rimanendo così invariato il significato evangelico del chicco di grano che cadendo nella terra produce nuova vita). Anche gli abitanti di Martano hanno la tradizio­ne della “Colìva” il giorno di Santa Lucia, ciò a conferma di una tradizione grecanica diffusa in tutto il meridione d’Italia, bizantino. A Melendugno, i monaci basiliani, mentre all’interno della chiesa offrono il caldo alimento, nelle vicinanze della stessa e/o nell’atrio del cenobio, onorano la memoria del Santo patrono Niceta, allestendo una grande fiera, attraverso la quale ne ricavano ingenti guadagni. I monaci melendugnesi istituiscono questa fiera anche per seguire gli insegnamenti impartiti dal loro Santo padre fondatore Basilio magno. È da questo antico retaggio storico-religioso-culinario che (risale almeno a 1000 anni fa) nascono e si sviluppano, anche al nostro tempo, le sagre paesane locali ora diffusissime in tutto il salento.

[Tratto da: Giovanni Cisternino, “Terra di Acaya e Roca ovvero L’Ab­bazia greco-latina di San Niceta in Melendugno e le sue grancie”, Zane editrice, a. 2007]

Pagine a cura di Giovanni Cisternino

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