Pubblicato in: Sab, Dic 27th, 2014

L’altra cultura/Il senso vero del Presepe

Il Natale ha avuto da sempre uno spazio importante nella vita della comunità, coin­volgendo anche i non credenti, in quanto esso invita ad un riconoscimento dell’intera umanità che tende verso valori più alti. Nel periodo paleocristiano il Natale era raffigurato con la grotta, la stella cometa, i pastori, il bue e l’asinello, e pure con le levatrici (secondo i vangeli apocrifi). Va detto che il Natale nella chiesa cattolica è, o dovrebbe essere, una presenza permanente perché ricorda il figlio di Dio fatto uomo. Da secoli la forma tipica per riproporre il natale è il presepe. Il termine presepe deriva da prae sepire cioè cingere, circondare con una siepe. Volendo rifare la storia del pre­sepe dobbiamo dire che abbiamo avuto due tipologie: la ellenica con la Vergine seduta e la siriaca con la Vergine coricata. Quest’ulti­ma rimase fino al secolo XIV quando, sotto l’influenza francescana, l’immagine fu della Madonna inginocchiata verso il Cristo o sedu­ta col bambinello in grembo. Rimanendo nella tradizione francescana va detto che il primo presepe vivente fu voluto da san Francesco e la letteratura francescana del tempo ci dice che, quando il Santo lo vide per la prima volta rimase estatico, “lo spirito vibrante di com­punzione e di gaudio ineffabile”. Naturalmente ogni comunità ha avuto modo di reimmaginare la notte di Natale attraverso forme diverse. Nell’Italia meridionale normal­mente abbiamo avuto presepi di cartapesta, nel Salento integrati dalla terracotta.

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Quindi si aprì questa divaricazione tra terracotta e cartapesta. Come risolverla? Gli italiani sono sempre mediatori, per esempio nel mio prese­pe la “nascita” composta da Maria, Giuseppe, Gesù, il bue e l’asinello sono di cartapesta, il resto dei personaggi è di terracotta. La cartapesta, però non fu ben vista, tanto intorno al 1933, il vescovo francescano di Lecce, di origine veneta, mons. Cuccarollo, poi vesco­vo di Otranto, dichiarò guerra a quest’arte fino a definirla sacrilega e sostituendola d’autorità con la scultura in legno altoatesina. Ma alla fine vinse la cartapesta. Il presepe fisso non è mai stato considerato un “pezzo” di arreda­mento o d’arte. E questo dava alimento a una ricchissima produzione popolare che ogni anno si ripeteva. Questo avveniva non solo in Puglia. Pensiamo a “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo. Il presepe, insomma, è sì tradizione di popolo ma è anche cultura. Mi piace riprendere qui una poesia intitolata “Altro presepe” del poeta Vittorio Pagano, morto nel 1979: “Sono cresciuto appena/ quel tanto di germoglio/ che mi basta se voglio/ capire la tua pena:// la tua pena, Signore,/ di nascere per noi,/ di maturare e poi/ sfamarci col tuo cuore:// una pena esaudita/ nell’atto della gioia/ che in questa mangiatoia/ offre il cielo alla vita”. Cioè il senso del presepe non sta ad indicare che si offre la vita al cielo ma, soprattutto, che è il cielo che entra nella nostra vita. 

Giovanni Invitto

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