L’altra cultura/Il senso vero del Presepe
Il Natale ha avuto da sempre uno spazio importante nella vita della comunità, coinvolgendo anche i non credenti, in quanto esso invita ad un riconoscimento dell’intera umanità che tende verso valori più alti. Nel periodo paleocristiano il Natale era raffigurato con la grotta, la stella cometa, i pastori, il bue e l’asinello, e pure con le levatrici (secondo i vangeli apocrifi). Va detto che il Natale nella chiesa cattolica è, o dovrebbe essere, una presenza permanente perché ricorda il figlio di Dio fatto uomo. Da secoli la forma tipica per riproporre il natale è il presepe. Il termine presepe deriva da prae sepire cioè cingere, circondare con una siepe. Volendo rifare la storia del presepe dobbiamo dire che abbiamo avuto due tipologie: la ellenica con la Vergine seduta e la siriaca con la Vergine coricata. Quest’ultima rimase fino al secolo XIV quando, sotto l’influenza francescana, l’immagine fu della Madonna inginocchiata verso il Cristo o seduta col bambinello in grembo. Rimanendo nella tradizione francescana va detto che il primo presepe vivente fu voluto da san Francesco e la letteratura francescana del tempo ci dice che, quando il Santo lo vide per la prima volta rimase estatico, “lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile”. Naturalmente ogni comunità ha avuto modo di reimmaginare la notte di Natale attraverso forme diverse. Nell’Italia meridionale normalmente abbiamo avuto presepi di cartapesta, nel Salento integrati dalla terracotta.
Quindi si aprì questa divaricazione tra terracotta e cartapesta. Come risolverla? Gli italiani sono sempre mediatori, per esempio nel mio presepe la “nascita” composta da Maria, Giuseppe, Gesù, il bue e l’asinello sono di cartapesta, il resto dei personaggi è di terracotta. La cartapesta, però non fu ben vista, tanto intorno al 1933, il vescovo francescano di Lecce, di origine veneta, mons. Cuccarollo, poi vescovo di Otranto, dichiarò guerra a quest’arte fino a definirla sacrilega e sostituendola d’autorità con la scultura in legno altoatesina. Ma alla fine vinse la cartapesta. Il presepe fisso non è mai stato considerato un “pezzo” di arredamento o d’arte. E questo dava alimento a una ricchissima produzione popolare che ogni anno si ripeteva. Questo avveniva non solo in Puglia. Pensiamo a “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo. Il presepe, insomma, è sì tradizione di popolo ma è anche cultura. Mi piace riprendere qui una poesia intitolata “Altro presepe” del poeta Vittorio Pagano, morto nel 1979: “Sono cresciuto appena/ quel tanto di germoglio/ che mi basta se voglio/ capire la tua pena:// la tua pena, Signore,/ di nascere per noi,/ di maturare e poi/ sfamarci col tuo cuore:// una pena esaudita/ nell’atto della gioia/ che in questa mangiatoia/ offre il cielo alla vita”. Cioè il senso del presepe non sta ad indicare che si offre la vita al cielo ma, soprattutto, che è il cielo che entra nella nostra vita.
Giovanni Invitto
















