L’Arcivescovo di Otranto Donato Negro: “Fierezza civica e testimonianza di fede”
12 maggio 2013/Nell’immediata vigilia della Canonizzazione dei Santi Martiri idruntini…
“Un gruppo di ottocento uomini morendo per Cristo grida il diritto alla vita e alla convivenza pacifica”.
Nell’Anno della Fede, il martirio dei Santi idruntini richiama i battezzati a vivere l’adesione al Risorto sino all’eroicità: ritiene che nell’attuale cultura per tanti aspetti secolarizzata occorra un impegno personale e comunitario rinnovato rispetto al passato?
È stato indubbiamente un grande dono da parte di Benedetto XVI quello di riconoscere la santità degli Otrantini del 1480 in questo anno della fede, da lui tanto voluto. In questo modo la testimonianza dei nostri Martiri è additata ancora di più al mondo intero.
È un messaggio chiaro per tutti i credenti: proprio in un contesto multiculturale e multivaloriale, in una società liquida e dal pensiero debole, in cui il senso del vivere risiede nel soggettivismo e nel relativismo, i Martiri ci annunciano il bisogno delle scelte forti. Anche oggi amare Cristo vuol dire andare contro corrente, orientando le proprie scelte alla luce del vangelo.
A questo però mi piace aggiungere la necessità, come discepoli del Signore, di offrire una testimonianza di fede comunitaria: non dobbiamo intimidirci, ma proporci come un corpo che gioiosamente cammina insieme a Cristo, ben consapevoli che il Risorto ci accompagna.
I Martiri di Otranto hanno vissuto eroicamente la fedeltà a Cristo ed alla città terrena: proprio nell’odierno momento storico, la loro straordinaria testimonianza di laici cristiani può essere particolarmente attuale specialmente per la nostra Italia?
Dai fatti che la storia ci ha consegnato, sappiamo bene che, prima del supremo eroico “sì” a Cristo, gli Otrantini con grande fierezza civica avevano rifiutato la resa e resistito all’assedio; molti caddero durante la difesa della città. Questo attaccamento alla città terrena oggi sorprende l’uomo della post-modernità; anche tanti fatti del nostro vivere civile attestano una disaffezione e una sfiducia verso la dimensione pubblica e politica (onestamente, spesso anche motivate).
Il laico cristiano però è un inguaribile sognatore, un instancabile amante dell’uomo e della città, per cui non può non trasfondere nelle vene della storia la sua passione civica e il suo leale impegno al servizio del bene comune. Proprio nell’attuale momento che la nostra Italia sta attraversando, la presenza trasversale dei cattolici sulla scena pubblica deve connotarsi ancora di più nel segno della coerenza e dell’umile e serena testimonianza.
Nella sua Lettera sui Martiri di Otranto, indica i grandi temi dell’ecumenismo, della pace e del dialogo inter-religioso per rendere fertile il seme da loro proposto: è possibile rilanciare la vocazione di “ponte verso l’Oriente”?
Questi tre punti sono di non ritorno. Sono chiaramente proposti dal Vaticano II e, proprio qui ad Otranto, Giovanni Paolo II nel 1980 li indicò, attraverso i nostri Martiri e la nostra Città, alla Chiesa intera, come ricordavo nella lettera “I loro nomi sono scritti nei cieli”. Rispetto ad allora alcuni muri sono caduti (blocco est-ovest), ma altri rischiano di radicalizzarsi (nord e sud del mondo, integralismi religiosi).
Un grandissimo gruppo di ottocento uomini, in rappresentanza di una Chiesa di popolo e di una intera cittadina, con la sua testimonianza non violenta, il suo amore per Gesù e le proprie radici, il suo morire “volentieri” per Cristo (come testualmente attestano le fonti storiche), grida il rispetto per le libertà individuali, il diritto alla vita e alla convivenza pacifica, il rifiuto della legge del più forte. Io penso che amare e venerare i Santi Martiri di Otranto oggi voglia dire anche scegliere la pace, il dialogo, il rispetto per gli ideali e la fede di tutti.
















