Pubblicato in: Gio, Apr 23rd, 2015

Le Baraccopoli… Triste “corona di spine” della Città di San Paolo

Mondo e Missione/A colloquio con Padre Costanzo Donegana, per tanti anni Missionario nelle favelas del Brasile. 

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“L’attenzione da parte delle Istituzioni è relativa. Alcune sono più attente ai bisogni degli indigenti, altre invece poco o quasi per niente sensibili”. 

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“I brasiliani criticano che il mondo occidentale stia portando avanti il suo programma finanziario e sia indifferente verso la povertà”. 

Padre Costanzo Donegana è Pre­sbitero dell’Arci­diocesi di Mila­no, missionario e membro del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). Inviato in missione prima in Camerun, e poi nelle favelas in Brasile, è ritornato da qualche anno nel­la sede romana del Pime ed in questi mesi è impegnato nel pre­sentare nei seminari d’Italia la vocazione missionaria. Ha an­che collaborato come redattore al mensile missionario “Mondo e Missione”, per ben otto anni. “L’Ora del Salento” lo ha incon­trato in occasione della sua visita al Seminario Minore di Lecce.

Padre Costanzo, da dove è nata l’idea di venire a Lecce?

Mi trovo qui a Lecce perché in questo periodo, inviato per conto del Pontificio Istituto Mis­sioni Estere di cui faccio parte, sto visitando i seminari italiani per un’animazione missionaria.

Qual è l’esperienza che rac­conta ai Seminaristi?

Racconto la mia esperienza missionaria ventennale nelle favelas in Brasile dove ho fon­dato, precisamente a San Paolo, una rivista giornalistica di ta­glio missionario.

Da dove nasce la sua voca­zione sacerdotale?

Ho fatto la prima esperienza di vita in Seminario Diocesano prima di iniziare il Liceo. Suc­cessivamente ho maturato la vo­cazione missionaria attraverso contatti con diversi missionari di vari Istituti tra il Pime a cui ora appartengo. Ordinato sacer­dote a Milano, ho continuato gli studi a Roma e ho intrapreso il percorso di educatore ed inse­gnante nei seminari. Successiva­mente, ho trascorso un anno in Camerun e al ritorno, su richie­sta del Pime, ho iniziato l’atti­vità giornalistica collaborando come redattore per ben otto anni con il mensile “Mondo e Missio­ne”, dando vita anche ad una versione portoghese del giorna­le in Brasile e per questo sono stato inviato lì. Alternavo l’at­tività redazionale a quella mis­sionaria nelle favelas, come già detto, al tempo delle dittature e dell’epoca “Post – Romero”.

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Quali sono i temi affrontati dal mensile “Mondo e Mis­sione”? Come si pone la rivi­sta nei confronti del regime?

La rivista affronta i pro­blemi sociali quali la pover­tà e quelli inerenti la cultura, la religione. Inoltre, ulteriore scopo della rivista è quello di sollecitare l’attenzione della Chiesa brasiliana mediante servizi giornalistici su problemi di altri continenti e del mondo. La Chiesa brasiliana, infatti, è per sua conformazione molto grande e complessa e per que­sto molto centrata solo sui suoi problemi. Attualmente vige un sistema democratico e dunque non riscontriamo resistenze im­portanti a livello politico.

È anche vero che è dovuto tornare in Italia a causa di vicende politiche…

Non tanto politiche quanto sociali e personali. Negli anni 80’ svolgevamo, come lo si fa tuttora, attività di tipo educa­tivo rivolte ai giovani e adulti, assistenza sociale agli indigen­ti. Durante quest’attività, si è costituita una congiura – rivol­ta contro di me: sono stato ac­cusato di soccorrere alcuni e di non aiutare altri e per questo ho rischiato di essere vittima di un attentato.

Mi parli della povertà a Sāo Paulo e delle sue favelas.

L’Arcivescovo emerito di Sāo Paulo ha definito le sue fa­velas come la “corona di spine che è intorno a Sāo Paulo”. La città rigetta gli abitanti delle fa­velas. La densità di popolazione delle favelas di Sāo Paulo non è alta quanto quella delle fave­las di Rio de Janeiro dove gli indigenti sono circa 100.000.  Nelle favelas di Rio de Janeiro, inoltre, vi è un’importante pre­senza di organizzazioni mafiose e narcotrafficanti contro cui la polizia è impotente. Anche nelle favelas di Sāo Paulo è presente molta criminalità ma esse, rispetto a quelle di Rio de Janeiro, sono di dimensioni ridotte; per esempio, la favela, dove ho operato io, è costituita da 3000 abitanti. Inoltre, la mia favela era costituita da barac­che di legno, ma poco a poco coloro che le abitavano hanno costruito delle piccole dimore in mattoni, seppur non ben de­finite e rifinite. Il Comune, da parte sua, ha garantito la luce, lo scolo dell’acqua e l’acqua stessa anche se non potabile.

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