Le Baraccopoli… Triste “corona di spine” della Città di San Paolo
Mondo e Missione/A colloquio con Padre Costanzo Donegana, per tanti anni Missionario nelle favelas del Brasile.
“L’attenzione da parte delle Istituzioni è relativa. Alcune sono più attente ai bisogni degli indigenti, altre invece poco o quasi per niente sensibili”.
“I brasiliani criticano che il mondo occidentale stia portando avanti il suo programma finanziario e sia indifferente verso la povertà”.
Padre Costanzo Donegana è Presbitero dell’Arcidiocesi di Milano, missionario e membro del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). Inviato in missione prima in Camerun, e poi nelle favelas in Brasile, è ritornato da qualche anno nella sede romana del Pime ed in questi mesi è impegnato nel presentare nei seminari d’Italia la vocazione missionaria. Ha anche collaborato come redattore al mensile missionario “Mondo e Missione”, per ben otto anni. “L’Ora del Salento” lo ha incontrato in occasione della sua visita al Seminario Minore di Lecce.
Padre Costanzo, da dove è nata l’idea di venire a Lecce?
Mi trovo qui a Lecce perché in questo periodo, inviato per conto del Pontificio Istituto Missioni Estere di cui faccio parte, sto visitando i seminari italiani per un’animazione missionaria.
Qual è l’esperienza che racconta ai Seminaristi?
Racconto la mia esperienza missionaria ventennale nelle favelas in Brasile dove ho fondato, precisamente a San Paolo, una rivista giornalistica di taglio missionario.
Da dove nasce la sua vocazione sacerdotale?
Ho fatto la prima esperienza di vita in Seminario Diocesano prima di iniziare il Liceo. Successivamente ho maturato la vocazione missionaria attraverso contatti con diversi missionari di vari Istituti tra il Pime a cui ora appartengo. Ordinato sacerdote a Milano, ho continuato gli studi a Roma e ho intrapreso il percorso di educatore ed insegnante nei seminari. Successivamente, ho trascorso un anno in Camerun e al ritorno, su richiesta del Pime, ho iniziato l’attività giornalistica collaborando come redattore per ben otto anni con il mensile “Mondo e Missione”, dando vita anche ad una versione portoghese del giornale in Brasile e per questo sono stato inviato lì. Alternavo l’attività redazionale a quella missionaria nelle favelas, come già detto, al tempo delle dittature e dell’epoca “Post – Romero”.
Quali sono i temi affrontati dal mensile “Mondo e Missione”? Come si pone la rivista nei confronti del regime?
La rivista affronta i problemi sociali quali la povertà e quelli inerenti la cultura, la religione. Inoltre, ulteriore scopo della rivista è quello di sollecitare l’attenzione della Chiesa brasiliana mediante servizi giornalistici su problemi di altri continenti e del mondo. La Chiesa brasiliana, infatti, è per sua conformazione molto grande e complessa e per questo molto centrata solo sui suoi problemi. Attualmente vige un sistema democratico e dunque non riscontriamo resistenze importanti a livello politico.
È anche vero che è dovuto tornare in Italia a causa di vicende politiche…
Non tanto politiche quanto sociali e personali. Negli anni 80’ svolgevamo, come lo si fa tuttora, attività di tipo educativo rivolte ai giovani e adulti, assistenza sociale agli indigenti. Durante quest’attività, si è costituita una congiura – rivolta contro di me: sono stato accusato di soccorrere alcuni e di non aiutare altri e per questo ho rischiato di essere vittima di un attentato.
Mi parli della povertà a Sāo Paulo e delle sue favelas.
L’Arcivescovo emerito di Sāo Paulo ha definito le sue favelas come la “corona di spine che è intorno a Sāo Paulo”. La città rigetta gli abitanti delle favelas. La densità di popolazione delle favelas di Sāo Paulo non è alta quanto quella delle favelas di Rio de Janeiro dove gli indigenti sono circa 100.000. Nelle favelas di Rio de Janeiro, inoltre, vi è un’importante presenza di organizzazioni mafiose e narcotrafficanti contro cui la polizia è impotente. Anche nelle favelas di Sāo Paulo è presente molta criminalità ma esse, rispetto a quelle di Rio de Janeiro, sono di dimensioni ridotte; per esempio, la favela, dove ho operato io, è costituita da 3000 abitanti. Inoltre, la mia favela era costituita da baracche di legno, ma poco a poco coloro che le abitavano hanno costruito delle piccole dimore in mattoni, seppur non ben definite e rifinite. Il Comune, da parte sua, ha garantito la luce, lo scolo dell’acqua e l’acqua stessa anche se non potabile.


















