Pubblicato in: Gio, Apr 23rd, 2015

Le Baraccopoli… Triste “corona di spine” della Città di San Paolo

C’è da parte delle Istituzioni attenzione verso queste pe­riferie?

L’attenzione da parte delle Istituzioni è molto relativa. La dimostrazione di attenzione va­ria a seconda dell’avvicendarsi delle amministrazioni: alcune più attente ai bisogni degli indi­genti, altre invece poco o quasi per niente sensibili.

Qual è la famiglia – tipo che abita nella favela?

I componenti delle favelas sono migranti i quali si sposta­no dal nord – est del Brasile o da altre regioni e, a differenza dei rom, abitano stabilmente le zone in cui giungono. Essi, inoltre, cercano un lavoro, le donne lo trovano più facilmen­te rispetto agli uomini. Esse, infatti, sono assunte come do­mestiche nelle case delle fami­glie facoltose. C’è, quindi, da questo punto di vista relazione tra i ricchi e i poveri che alcune volte supera il solo rapporto di lavoro con una generosità che va incontro ai loro dipendenti indigenti. Gli uomini trovano, con enorme difficoltà, tunità di lavoro nell’ambito delle costruzioni. La possibilità di trovare lavoro per i giovani è quasi nulla. Resta per i gio­vani il sogno di essere “moto­queiros” cioè poter avere una moto e così effettuare consegne. I grandi viali di Sāo Paulo si distinguono per l’importante presenza di moto in corsa, circa un centinaio, con un incidente mortale al giorno. I giovani, poi, incappano spesso nel processo di consegna della droga; processo che nella sua assur­dità è per loro remunerativo. Sono presenti anche i bambini i quali ricevono l’istruzione scolastica nelle scuole pubbli­che e non solo, per il 95%. La nostra presenza missionaria ci ha consentito di costituire dei centri di formazione sociale: i ragazzi, oltre alla cultura, ac­quisiscono così la coscienza di essere cittadini attivi e di poter contribuire alla crescita della società mediante il loro lavoro.

Com’era strutturata la tua giornata tipo?

La mia giornata tipo non aveva una struttura pre – im­postata ma nella mia creatività andavo incontro alle persone nel momento in cui mi relazio­navo con esse. Era mia abitu­dine, inoltre, oltre che colla­borare nei sopracitati centri di formazione, vedere i ragazzi giocare a calcio nella scuola calcio nel campo installato dal Comune. Il fine settimana, poi, celebravamo la liturgia e face­vamo catechesi. Tutto questo senza schemi precisi, program­mi etc. Io la chiamo la “pasto­rale del caffè”, nel senso di una pastorale che sappia di Chiesa in uscita verso i bisogni più im­pellenti e che si presentano al momento, senza fronzoli.

La vostra comunità del Pime com’era ed è composta oggi in Brasile?

Siamo divisi in tre regioni. Quella di Sāo Paulo verso sud organizzata in grosse parroc­chie con quindici missionari del Pime provenienti dai paesi africani e orientali, quella nel oppor­ cuore dell’Amazzonia vicino Manaus, l’altra sulla foce del Rio delle Amazzoni.

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Qual è il rapporto tra il cal­cio e i brasiliani?

I brasiliani sono innamora­ti del calcio. Ciò che sorprende è la grande competenza tecnica in questo settore; sono ottimi critici della tattica. E coltivano questa passione sin da bamini.

Come missionario e come membro della congrega­zione missionaria, quale sensibilità hai sperimentato rispetto al mondo occiden­tale?

I brasiliani criticano il fatto che il mondo occidentale stia portando avanti il suo pro­gramma finanziario e sia total­mente indifferente nei confronti della povertà.

Parliamo del rapporto Papa Francesco – America Latina. Da Pontefice, riconosci an­cora in lui lo “stile Bergo­glio”?

Assolutamente sì. Devo af­fermare, inoltre, che è la pa­storale dell’episcopato latino – americano è proprio così. In particolare, Bergoglio si ispira molto alla conferenza e al con­seguente documento di Apare­cida. Per l’Occidente, invece, lo stile di Bergoglio è quasi completamente nuovo. Il Papa ha avvicinato il Dio di Gesù Cristo, il Dio vero all’uomo. Ha presentato il vero volto di Dio: un “volto umano”.

Vincenza Sava

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