Le Baraccopoli… Triste “corona di spine” della Città di San Paolo
C’è da parte delle Istituzioni attenzione verso queste periferie?
L’attenzione da parte delle Istituzioni è molto relativa. La dimostrazione di attenzione varia a seconda dell’avvicendarsi delle amministrazioni: alcune più attente ai bisogni degli indigenti, altre invece poco o quasi per niente sensibili.
Qual è la famiglia – tipo che abita nella favela?
I componenti delle favelas sono migranti i quali si spostano dal nord – est del Brasile o da altre regioni e, a differenza dei rom, abitano stabilmente le zone in cui giungono. Essi, inoltre, cercano un lavoro, le donne lo trovano più facilmente rispetto agli uomini. Esse, infatti, sono assunte come domestiche nelle case delle famiglie facoltose. C’è, quindi, da questo punto di vista relazione tra i ricchi e i poveri che alcune volte supera il solo rapporto di lavoro con una generosità che va incontro ai loro dipendenti indigenti. Gli uomini trovano, con enorme difficoltà, tunità di lavoro nell’ambito delle costruzioni. La possibilità di trovare lavoro per i giovani è quasi nulla. Resta per i giovani il sogno di essere “motoqueiros” cioè poter avere una moto e così effettuare consegne. I grandi viali di Sāo Paulo si distinguono per l’importante presenza di moto in corsa, circa un centinaio, con un incidente mortale al giorno. I giovani, poi, incappano spesso nel processo di consegna della droga; processo che nella sua assurdità è per loro remunerativo. Sono presenti anche i bambini i quali ricevono l’istruzione scolastica nelle scuole pubbliche e non solo, per il 95%. La nostra presenza missionaria ci ha consentito di costituire dei centri di formazione sociale: i ragazzi, oltre alla cultura, acquisiscono così la coscienza di essere cittadini attivi e di poter contribuire alla crescita della società mediante il loro lavoro.
Com’era strutturata la tua giornata tipo?
La mia giornata tipo non aveva una struttura pre – impostata ma nella mia creatività andavo incontro alle persone nel momento in cui mi relazionavo con esse. Era mia abitudine, inoltre, oltre che collaborare nei sopracitati centri di formazione, vedere i ragazzi giocare a calcio nella scuola calcio nel campo installato dal Comune. Il fine settimana, poi, celebravamo la liturgia e facevamo catechesi. Tutto questo senza schemi precisi, programmi etc. Io la chiamo la “pastorale del caffè”, nel senso di una pastorale che sappia di Chiesa in uscita verso i bisogni più impellenti e che si presentano al momento, senza fronzoli.
La vostra comunità del Pime com’era ed è composta oggi in Brasile?
Siamo divisi in tre regioni. Quella di Sāo Paulo verso sud organizzata in grosse parrocchie con quindici missionari del Pime provenienti dai paesi africani e orientali, quella nel oppor cuore dell’Amazzonia vicino Manaus, l’altra sulla foce del Rio delle Amazzoni.
Qual è il rapporto tra il calcio e i brasiliani?
I brasiliani sono innamorati del calcio. Ciò che sorprende è la grande competenza tecnica in questo settore; sono ottimi critici della tattica. E coltivano questa passione sin da bamini.
Come missionario e come membro della congregazione missionaria, quale sensibilità hai sperimentato rispetto al mondo occidentale?
I brasiliani criticano il fatto che il mondo occidentale stia portando avanti il suo programma finanziario e sia totalmente indifferente nei confronti della povertà.
Parliamo del rapporto Papa Francesco – America Latina. Da Pontefice, riconosci ancora in lui lo “stile Bergoglio”?
Assolutamente sì. Devo affermare, inoltre, che è la pastorale dell’episcopato latino – americano è proprio così. In particolare, Bergoglio si ispira molto alla conferenza e al conseguente documento di Aparecida. Per l’Occidente, invece, lo stile di Bergoglio è quasi completamente nuovo. Il Papa ha avvicinato il Dio di Gesù Cristo, il Dio vero all’uomo. Ha presentato il vero volto di Dio: un “volto umano”.
Vincenza Sava

















