Le suggestioni del Giovedì Santo e I dolori del Venerdì
La dieta della salute eterna
Una delle emergenze oggi è, la cosiddetta, “educazione alimentare”… problema nato negli Stati Uniti ed emigrato in Europa. L’Italia, inoltre, rappresenta proprio il Paese con il più alto tasso di popolazione obesa; si tratta di un allarme che riguarda, in particolare, i bambini e ragazzi. Dunque, nella cultura delle merendine e degli snacks, dei fast-food e dei cibi precotti, è quanto mai necessaria una vasta opera di “educazione alimentare”, che ponga al centro la riscoperta del pane quale alimento essenziale.
Tutto ciò suggerisce anche uno sforzo maggiore per guardare con più entusiasmo al Pane di Vita: l’Eucaristia.
Si può infatti recuperare la tradizione biblico-giudaica, in cui il pane rappresenta l’alimento-base, segno della bontà di Dio Creatore che, insieme al dono fondamentale della vita, dona pure il cibo per il suo sostentamento. Il pane biblico è alimento del presente e del giorno che viene, necessario e indispen¬sabile per una vita quotidiana dignitosa, che favorisca la lode e il ringraziamento al Dio di ogni bene.
Il pane, allora, diventa segno speciale di un rapporto del tutto speciale con Dio, una rela¬zione di comunione, che indica una forte intimità. Cristo stesso diventa il pane di vita, capace a donare la vita eterna a coloro che si nutrono di lui. Per questo mirabilmente le parole della tradizione eucaristica esplicitano il rapporto tra il pane e il dono che Gesù fa di se stesso nella sua morte.
Occorre, allora, anche una giusta educazione alimentare della fede, che abiliti tutti coloro che si nutrono dell’Eucaristia di percepire fin d’ora il meraviglioso banchetto eterno che Dio ha preparato per ciascuno sin dall’eternità.
Carlo Calvaruso
Il dono più grande fa rima con il sacrificio
“Sacrificio” è forse la parola che ricorre maggiormente nei giorni del Triduo Santo. Ma, come far comprendere la sublimità del sacrificio di Cristo in una temperie culturale che ha smarrito lo stesso senso di questa parola, anzi, l’ha cancellata forse definitivamente dal suo vocabolario ? Mentre si moltiplicano i centri per la cura del corpo, scatenando una corsa alla ricerca sfrenata di una bellezza spesso artificiale e dannosa per la salute stessa, interiorizzare il significato del sacrificio, elemento fondamentale e comune a tutte le religioni del mondo, appare quanto mai impresa ardua.
Infatti, nel parlare comune si utilizza spesso tale termine per indicare qualcosa a cui si è rinunciato, come i genitori che rinunciano a qualcosa per garantire ai figli un avvenire, o come i consacrati che “fanno il sacrificio” di non sposarsi, quasi si trattasse di una maledizione avita piuttosto che di una scelta libera, coraggiosa e gioiosa. Si identifica, in questo modo, il sacrificio con la rinuncia, svilendone il significato originario del sacrum facere, cioè di compiere qualcosa che pone in un rapporto del tutto speciale con Dio ed elaborando, di conseguenza tutto un “Cristianesimo della depressione”, che fa della tristezza il suo creso e cancella indegnamente la gioia dell’essere e del vivere cristiano. Dalla rinuncia, all’offerta, dall’offerta al dono, che trova sulla Croce, attraverso il sacrificio di Gesù Cristo l’espressione più compiuta e mirabile per sempre. Egli, infatti, non offre qualcosa di esterno a sé, una sorta di optional, ma mette a disposizione tutto ciò che Egli è per ricondurre l’umanità dispersa alla comunione con Dio. Si entri, dunque, nel centro del mistero della Pasqua, celebrando l’amore di Dio che ha sacrificato se stesso in colui che aveva di più caro, rendendolo Dono per sempre. Dono per sempre.
Ufficio Catechistico Diocesano















