Pubblicato in: Dom, Mar 18th, 2012

Le “Tavole di San Giuseppe” quando la cultura incontra la fede

Primavera Salentina/Torna una tradizione tipica di alcuni comuni tra cui Guagnano, Minervino e Uggiano la Chiesa, tra arte culinaria, devozione e solidarietà.

Con la primavera e alla vigilia della Pasqua, arriva la commemorazione di S. Giuseppe, tra le feste più sentite della religiosità salentina. Il culto del padre putativo di Gesù, derivato dalla Chiesa orientale, è istituzionalizzato in occidente nel 1497 da Papa Sisto IV alla data del 19 marzo, sancito da Pio IX, che proclama S. Giuseppe patrono universale, e da Pio XII che dedica il 1° maggio a S. Giuseppe lavoratore.

La festa cristiana ha origine nei riti ancestrali delle società rurali, legati al ciclo di morte e rinascita della natura, che salutavano la primavera con fuochi e offerte di cibo. Queste tradizioni sopravvivono nei saturnali romani e, durante il Medioevo, nelle tavole imbandite per i poveri dai Signori feudali e nella liturgia bizantina, tramandata dai monaci basiliani, dei pasti caldi ai bisognosi.

Collegata idealmente a questi antichi riti è la tradizione delle “Tavole di San Giuseppe”, in alcune zone “Mattra”, tipica di alcuni paesi salentini da Guagnano a Casamassella, a Minervino, Sanarica, a Uggianola Chiesa che celebrano con solennità la festa, benché non più marcata in rosso sul calendario e “dirottata”nella consumistica (una delle tante) Festa del papà, che pure ricorda il ruolo di S Giuseppe.

Le caratteristiche del rito variano tra i paesi; denominatore comune è l’allestimento, nella stanza più bella delle case di devoti, di lunghe tavole imbandite, ricoperte da candide tovaglie. Decorate come un altare con fiori e ceri, al centro un immagine di S. Giuseppe, sono aperte al pubblico la sera della vigilia, dopo la benedizione. Intorno siedono i commensali che rappresentanola Sacra Famiglia, a cui possono aggiungersi vari Santi fino ad un massimo di tredici. Un tempo la tavola veniva offerta ai poveri, agli stranieri ed era occasione di riconciliazione.

I cibi allineati in ordine, raccontano la cucina tipica salentina, densa di simbolismi. Tra i più significativi: pasta e ceci (“ciceri e tria” o “massa”), giallo e bianco, i colori di S. Giuseppe; verdura lessata, il bastone fiorito che lo fece riconoscere come sposo di Maria; pasta con miele e mollica di pane, cibo tipico della Quaresima; pesce, simbolo di Cristo, zuppa di ceci, il piatto forte della mensa contadina; cartellate e purceddhruzzi, le cui strisce rappresentano le fasce di Gesù Bambino; pampasciuli, simbolo della fine dell’inverno. Non mancano le pittule e le zeppole, risalenti all’attività di venditore di frittelle attribuita a S. Giuseppe dopo la fuga in Egitto, e grandi forme di pane a ciambella, tutte contrassegnate da simboli come la palma, il giglio, il bastone, la corona del Rosario, a rappresentare pace e prosperità. In quest’ultimo simbolo è il senso di una tradizione che parla di valori comunitari, di superamento di contrasti, di condivisione, carità, solidarietà, di una fede semplice e sincera da riscoprire.

Lucia Buttazzo

 

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