Pubblicato in: Dom, Apr 21st, 2013

Legalità e senso dello Stato: principi fondamentali della democrazia

CHE COS’È LA MAFIA/ “Essa ha sempre purtroppo mantenuto rapporti non con tutto il sistema del potere legale ma con pezzi del potere politico imprenditoriale ed economico di questo Paese”. 

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VI PRESENTO PAPA FRANCESCO/Nell’elezione del nuovo Papa, ravviso una scelta che si muove in direzione del recupero, del ritorno al protagonismo di valori fondamentali a prescindere dalla sola fede”. 

Dopo il grande successo di “Chi ha paura muore ogni giorno”, l’ex Pm Giuseppe Ayala continua la sua espe­rienza letteraria con l’ulti­mo libro di denuncia “Troppe coinci­denze”, scritto, anzi, “consegnato” alla società civile nella piena consapevo­lezza che “la legalità è centrale nella tenuta della salute della democrazia”.

Ayala scrittore

Il magistrato ed ex parlamentare, au­torevole esperto di legalità, offre una testimonianza autentica ed essenziale sugli episodi salienti della sua carriera di uomo al servizio dello Stato, esor­tando soprattutto i giovani a diventare “una generazione di adulti migliori, cittadini formati alla scuola dei valori per un Paese più vivibile e gestibile”.

Conclusa l’ esperienza di giudice e di parlamentare, ha pubblicato alcuni testi con le sue considera­zioni. Che cosa le ha fatto avver­tire l’esigenza di scrivere questo libro?

Il volume è il secondo che scri­vo sull’argomento; dal punto di vista temporale, esso comincia proprio dove finisce il precedente, poiché, intor­no al 2006 – 2007, terminata la mia esperienza parlamentare, mi sono reso conto che, al di là di qualsiasi meri­to, avevo vissuto un lungo periodo in situazioni davvero significative per la storia del nostro Paese.

Ho svolto il mio compito di magistrato per 10 anni nel Palazzo di Giustizia di Palermo con un maxiprocesso a metà di quel periodo e poi con la drammatica con­clusione della strage del 1992, anno in cui proprio ad aprile, ero stato eletto in Parlamento dove sono rimasto 14 anni. Era davvero un momento parti­colare: dovetti fronteggiare prima le stragi e poi tangentopoli, per cui ho vissuto la conclusione di un sistema politico che nel bene e nel male ave­va governato l’Italia per 50 anni e nel contempo anche la nascita di quella che viene chiamata Seconda Repubbli­ca, ora destinata ad essere archiviata.

Tutto ciò mi fece comprendere che mol­te esperienze non dovevo tenerle solo per me e che era giusto scriverle, ren­dendole fruibili a chi avesse voglia di documentarsi maggiormente: io avevo avuto a disposizione due osservatori privilegiati che mi hanno consentito di capire molto più in profondità rispet­to al cittadino che si limita a seguire gli eventi attraverso la televisione o i giornali. Mi è sembrato quasi un atto di dovuto altruismo, pur ritenendo di essere non uno scrittore ma un lettore.

E poi ho considerato che il libro ha la straordinaria caratteristica di soprav­vivere al suo autore, prima o dopo de­stinato irrimediabilmente alla morte; ho pure voluto offrire testimonianza di un pezzo di storia di questo Paese; in­fine, in qualità di nonno, mi sono pure interessato di mio nipote, che, quando non ci sarò più, potrebbe voler sapere che cosa è accaduto in quegl’anni: gli basterà consultare questi due volumi con l’esatta descrizione degli eventi riportata da chi li ha vissuti in prima persona.

La sua, pertanto, è stata soprat­tutto una maniera per rendersi utile agli altri?

Sulla base della mia consapevo­lezza riguardo alla gravità enorme del fenomeno della mafia, e in generale dell’illegalità eccessiva che caratte­rizza la vita italiana, ritengo che sia opportuno puntare sui giovani, aiutarli a formarsi con una percezione precisa del fenomeno e la consapevolezza della straordinaria importanza che ha la le­galità per la salute della democrazia. Occorre parlare di mafia, ma non solo: si pensi alla corruzione, all’evasione fiscale, all’abusivismo edilizio…pur­troppo l’elenco è lungo.

È fondamentale l’educazione alla legalità…

In molte scuole italiane, per merito dei presidi e dei docenti, essa già viene realizzata, anzi è irrinunciabile. In tale contesto formativo mi sono giunti de­gli inviti da parte di scuole e università, per cui ho compreso che dovevo spen­dermi in questo, essere ancora utile, sentirmi in continuità con una persona che ho molto apprezzato, Antonio Ca­ponnetto, il quale, quando terminò di guidare l’Ufficio di Palermo, iniziò un lungo percorso andando per scuole ed università e mi spiegò che la sua inten­zione inten­zione era quella di seminare, poiché: “Le piante senza semi non cresceran­no mai, non è detto che tutti i semi si trasformeranno in piante, ma se non li immetti nel terreno la pianta non ci sarà mai”.

Come definisce la mafia?

Sulla mafia occorre sfatare un equivoco o propriamente un limite di comprensione di questo fenomeno, che non è soltanto un organismo di persone criminali ma soprattutto una struttura di potere. La mafia ha sem­pre purtroppo mantenuto rapporti non con tutto il sistema del potere legale, ovviamente, ma con pezzi del potere politico, imprenditoriale, economico di questo Paese, per condizionare alcune scelte in maniera funzionale ai propri interessi.

Nei suoi riguardi, pertanto, non si può fare la stessa operazione che fu compiuta, giustamente, nei con­fronti del terrorismo, in quanto esso era “fuori” e contro lo Stato, mentre la mafia è “fuori” ma non contro lo Stato. Anzi in parte è dentro di esso e questo, chiaramente, complica ulteriormente il problema.

Far comprendere ciò, in particolare ai giovani, è estremamen­te utile. In definitiva, tutto si riduce a questa considerazione: se la lotta alla mafia rimane in mano ai magistrati e alle forze di polizia non se ne ver­rà mai fuori, poiché non è sufficiente l’aspetto repressivo. La mafia è sì un problema politico, ma soprattutto cul­turale. Il siciliano Gesualdo Bufalino ad un giornalista che gli chiedeva cosa bisognasse fare per combattere davve­ro la mafia, appunto rispose: “Bisogna assoldare un esercito di maestri, inse­gnanti, perché è un problema cultura­le”. Proprio in coerenza con tutto ciò, cerco di spendermi soprattutto verso i giovani e i ragazzi. 

Il giudice è chiamato a discerne­re ed eventualmente a condanna­re, ma c’è un’esperienza positiva che l’ha segnata?

Personalmente in questo mestiere sono partito col piede giusto, in quan­to, come la stragrande maggioranza dei magistrati italiani, l’ho scelto per passione. Cominciai superando l’esa­me di procuratore legale, svolsi la pro­fessione di avvocato in uno dei più im­portanti studi legali di Palermo, iniziai a frequentare il Palazzo di Giustizia e più lo frequentavo più mi rendevo conto di identificarmi maggiormente nel ruo­lo del giudice che in quello di avvocato e con atto di coraggio a 27 – 28 anni feci la domanda per divenire magistra­to. Superai il concorso. Ma non avrei mai pensato di dover affrontare ciò che poi mi capitò.

A quei tempi non sape­vo dell’esistenza di Falcone e Bor­sellino… Una serie di coincidenze mi hanno fatto vivere, poi, un’esperienza professionale straordinaria, purtrop­po conclusasi drammaticamente. In quell’attività mi sono molto identifica­to: per molti anni ho fatto da Pubblico Ministero e poi il giudice. Ritengo che nella vita centrare una tale scelta sia anche un colpo di fortuna; posso af­fermare di aver compiuto il lavoro che più mi appassionava e che ho amato sempre. Anche quando l’ho tradito per svolgere l’esperienza parlamentare.

Accennava che è importante se­minare; siamo in un momento in cui forse c’è bisogno di una nuo­va spinta proprio a livello forma­tivo da parte di tutti gli educato­ri… Personalmente, ho constatato che uno degli errori più gravi, vera forma di cecità, commessi dalla Repubblica Italiana per lo meno a partire dagli Anni ’80 sia stato il non aver capito che il futuro di un Paese potrebbe es­sere migliore investendo sulla scuola e sulla ricerca. Un impulso più convinto ed efficace in ambito formativo sarebbe decisamente incoraggiante, perché la scuola è frequentata da giovani studen­ti che saranno gli adulti e i cittadini di domani: un Paese che vuole costruire un futuro migliore non può trascurare d’investire in questi settori.

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