Legalità e senso dello Stato: principi fondamentali della democrazia
CHE COS’È LA MAFIA/ “Essa ha sempre purtroppo mantenuto rapporti non con tutto il sistema del potere legale ma con pezzi del potere politico imprenditoriale ed economico di questo Paese”.
VI PRESENTO PAPA FRANCESCO/ “Nell’elezione del nuovo Papa, ravviso una scelta che si muove in direzione del recupero, del ritorno al protagonismo di valori fondamentali a prescindere dalla sola fede”.
Dopo il grande successo di “Chi ha paura muore ogni giorno”, l’ex Pm Giuseppe Ayala continua la sua esperienza letteraria con l’ultimo libro di denuncia “Troppe coincidenze”, scritto, anzi, “consegnato” alla società civile nella piena consapevolezza che “la legalità è centrale nella tenuta della salute della democrazia”.
Il magistrato ed ex parlamentare, autorevole esperto di legalità, offre una testimonianza autentica ed essenziale sugli episodi salienti della sua carriera di uomo al servizio dello Stato, esortando soprattutto i giovani a diventare “una generazione di adulti migliori, cittadini formati alla scuola dei valori per un Paese più vivibile e gestibile”.
Conclusa l’ esperienza di giudice e di parlamentare, ha pubblicato alcuni testi con le sue considerazioni. Che cosa le ha fatto avvertire l’esigenza di scrivere questo libro?
Il volume è il secondo che scrivo sull’argomento; dal punto di vista temporale, esso comincia proprio dove finisce il precedente, poiché, intorno al 2006 – 2007, terminata la mia esperienza parlamentare, mi sono reso conto che, al di là di qualsiasi merito, avevo vissuto un lungo periodo in situazioni davvero significative per la storia del nostro Paese.
Ho svolto il mio compito di magistrato per 10 anni nel Palazzo di Giustizia di Palermo con un maxiprocesso a metà di quel periodo e poi con la drammatica conclusione della strage del 1992, anno in cui proprio ad aprile, ero stato eletto in Parlamento dove sono rimasto 14 anni. Era davvero un momento particolare: dovetti fronteggiare prima le stragi e poi tangentopoli, per cui ho vissuto la conclusione di un sistema politico che nel bene e nel male aveva governato l’Italia per 50 anni e nel contempo anche la nascita di quella che viene chiamata Seconda Repubblica, ora destinata ad essere archiviata.
Tutto ciò mi fece comprendere che molte esperienze non dovevo tenerle solo per me e che era giusto scriverle, rendendole fruibili a chi avesse voglia di documentarsi maggiormente: io avevo avuto a disposizione due osservatori privilegiati che mi hanno consentito di capire molto più in profondità rispetto al cittadino che si limita a seguire gli eventi attraverso la televisione o i giornali. Mi è sembrato quasi un atto di dovuto altruismo, pur ritenendo di essere non uno scrittore ma un lettore.
E poi ho considerato che il libro ha la straordinaria caratteristica di sopravvivere al suo autore, prima o dopo destinato irrimediabilmente alla morte; ho pure voluto offrire testimonianza di un pezzo di storia di questo Paese; infine, in qualità di nonno, mi sono pure interessato di mio nipote, che, quando non ci sarò più, potrebbe voler sapere che cosa è accaduto in quegl’anni: gli basterà consultare questi due volumi con l’esatta descrizione degli eventi riportata da chi li ha vissuti in prima persona.
La sua, pertanto, è stata soprattutto una maniera per rendersi utile agli altri?
Sulla base della mia consapevolezza riguardo alla gravità enorme del fenomeno della mafia, e in generale dell’illegalità eccessiva che caratterizza la vita italiana, ritengo che sia opportuno puntare sui giovani, aiutarli a formarsi con una percezione precisa del fenomeno e la consapevolezza della straordinaria importanza che ha la legalità per la salute della democrazia. Occorre parlare di mafia, ma non solo: si pensi alla corruzione, all’evasione fiscale, all’abusivismo edilizio…purtroppo l’elenco è lungo.
È fondamentale l’educazione alla legalità…
In molte scuole italiane, per merito dei presidi e dei docenti, essa già viene realizzata, anzi è irrinunciabile. In tale contesto formativo mi sono giunti degli inviti da parte di scuole e università, per cui ho compreso che dovevo spendermi in questo, essere ancora utile, sentirmi in continuità con una persona che ho molto apprezzato, Antonio Caponnetto, il quale, quando terminò di guidare l’Ufficio di Palermo, iniziò un lungo percorso andando per scuole ed università e mi spiegò che la sua intenzione intenzione era quella di seminare, poiché: “Le piante senza semi non cresceranno mai, non è detto che tutti i semi si trasformeranno in piante, ma se non li immetti nel terreno la pianta non ci sarà mai”.
Come definisce la mafia?
Sulla mafia occorre sfatare un equivoco o propriamente un limite di comprensione di questo fenomeno, che non è soltanto un organismo di persone criminali ma soprattutto una struttura di potere. La mafia ha sempre purtroppo mantenuto rapporti non con tutto il sistema del potere legale, ovviamente, ma con pezzi del potere politico, imprenditoriale, economico di questo Paese, per condizionare alcune scelte in maniera funzionale ai propri interessi.
Nei suoi riguardi, pertanto, non si può fare la stessa operazione che fu compiuta, giustamente, nei confronti del terrorismo, in quanto esso era “fuori” e contro lo Stato, mentre la mafia è “fuori” ma non contro lo Stato. Anzi in parte è dentro di esso e questo, chiaramente, complica ulteriormente il problema.
Far comprendere ciò, in particolare ai giovani, è estremamente utile. In definitiva, tutto si riduce a questa considerazione: se la lotta alla mafia rimane in mano ai magistrati e alle forze di polizia non se ne verrà mai fuori, poiché non è sufficiente l’aspetto repressivo. La mafia è sì un problema politico, ma soprattutto culturale. Il siciliano Gesualdo Bufalino ad un giornalista che gli chiedeva cosa bisognasse fare per combattere davvero la mafia, appunto rispose: “Bisogna assoldare un esercito di maestri, insegnanti, perché è un problema culturale”. Proprio in coerenza con tutto ciò, cerco di spendermi soprattutto verso i giovani e i ragazzi.
Il giudice è chiamato a discernere ed eventualmente a condannare, ma c’è un’esperienza positiva che l’ha segnata?
Personalmente in questo mestiere sono partito col piede giusto, in quanto, come la stragrande maggioranza dei magistrati italiani, l’ho scelto per passione. Cominciai superando l’esame di procuratore legale, svolsi la professione di avvocato in uno dei più importanti studi legali di Palermo, iniziai a frequentare il Palazzo di Giustizia e più lo frequentavo più mi rendevo conto di identificarmi maggiormente nel ruolo del giudice che in quello di avvocato e con atto di coraggio a 27 – 28 anni feci la domanda per divenire magistrato. Superai il concorso. Ma non avrei mai pensato di dover affrontare ciò che poi mi capitò.
A quei tempi non sapevo dell’esistenza di Falcone e Borsellino… Una serie di coincidenze mi hanno fatto vivere, poi, un’esperienza professionale straordinaria, purtroppo conclusasi drammaticamente. In quell’attività mi sono molto identificato: per molti anni ho fatto da Pubblico Ministero e poi il giudice. Ritengo che nella vita centrare una tale scelta sia anche un colpo di fortuna; posso affermare di aver compiuto il lavoro che più mi appassionava e che ho amato sempre. Anche quando l’ho tradito per svolgere l’esperienza parlamentare.
Accennava che è importante seminare; siamo in un momento in cui forse c’è bisogno di una nuova spinta proprio a livello formativo da parte di tutti gli educatori… Personalmente, ho constatato che uno degli errori più gravi, vera forma di cecità, commessi dalla Repubblica Italiana per lo meno a partire dagli Anni ’80 sia stato il non aver capito che il futuro di un Paese potrebbe essere migliore investendo sulla scuola e sulla ricerca. Un impulso più convinto ed efficace in ambito formativo sarebbe decisamente incoraggiante, perché la scuola è frequentata da giovani studenti che saranno gli adulti e i cittadini di domani: un Paese che vuole costruire un futuro migliore non può trascurare d’investire in questi settori.

















