Pubblicato in: Mar, Ago 25th, 2015

L’Episcopato di Luigi Pappacoda e il ritorno al culto per il Santo

Uno scritto del Ferrari risalente al 1500 convinse il Vescovo ad incrementare la devozione. 

Mons. Pappacoda è unanimemente ricono­sciuto come uno dei diffusori più efficaci del culto ai nostri Santi Patroni. La sto­riografia locale tende a sostenere che tale impulso fu dovuto al desiderio del Vescovo di imporre la centralità della sua figura. In effetti, Pappacoda (1639-1670 ) si dovette imbattere in una diocesi affetta da numerosi problemi ed inefficienze. Il lungo episcopato (1591-1639) di Scipione Spina, morto ultranovantenne e senza aver avuto una effettiva presenza in città, era stato segnato da una totale subalternità del Vescovo, sia nei confronti dei poteri secolari (governatore, pre­side della Provincia e sindaco della città) sia verso gli Ordini religiosi presenti a Lecce. Durante il suo lungo episcopato, Pappacoda si ado­però con successo per attuare nella diocesi leccese le riforme volute dal Concilio di Trento ma che, di fatto, non avevano trovato attuazione sotto la guida dei suoi predecessori. Difese con vigore l’autono­mia del suo potere nei confronti delle autorità lai­che e delle pretese del baronaggio. Cercò inoltre di riformare i costumi del clero locale, di migliorarne la preparazione culturale e dottrinale e di limitare i chierici coniugati, che popolavano la diocesi. Il suo carisma e il suo prestigio furono sufficienti per impedire che Lecce, similmente a quanto accadeva in altre città pugliesi, venisse toccata dall’ondata rivoluzionaria nata a Napoli negli anni 1647-48. In questo contesto, Pappacoda volle ripristinare l’antico culto devozionale verso Sant’Oronzo.

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Il Vescovo aveva saputo dell’esistenza del Santo salentino sia per la presenza di un Santuario in suo onore ubicato fuori dalle mura della città, sia a causa di uno scritto del secolo precedente del Ferrari, che ne aveva brevemente narrato la biografia. Pappacoda non ci mise molto a rendersi conto dell’antichità del culto e notò con gioia ed emozione che il Santo era legato alla primitiva Chiesa degli Apostoli. Il martirio, inoltre, costitui­va il sigillo più grande della santità e, idealmente, collegava la Chiesa di Lecce, nata dal cruento martirio di Oronzo, con la Chiesa di Roma, bagnata dal sangue dei Principi degli Aposto­li, Pietro e Paolo. L’ulteriore segno divino che pretendeva che Sant’Oronzo fosse considerato patrono della città fu dato dalla predicazione di un sacerdote, Domenico Aschinia, che, durante la peste che si diffondeva nel Sud Italia, andò annunciando la salvezza della città di Lecce per intercessione di S.Oronzo. Correva l’anno 1656 e, da quel momento, la diffusione del culto di Sant’Oronzo avvenne in modo vertiginoso. Non vi è dubbio che tale culto scalzò il patronato di Santa Irene, strenuamente difeso dall’Ordine dei Teatini, che ne custodivano le reliquie. Nella Lecce odierna, Piazza Sant’Oronzo con­tinua ad essere testimonianza del successo del Pappacoda e del suo desiderio di cambiare il volto della città. Accanto all’anfiteatro romano, simbolo della storia antica di Lecce, e al Sedile, sede dell’amministrazione comunale fino al XIX secolo, la Colonna di Sant’Oronzo è uno dei monumenti più rappresentativi della città e della sua anima barocca. Affidata a Giuseppe Zimba­lo, lo scultore che più di ogni altro avrebbe legato il suo nome a Pappacoda e alla Lecce di quegli anni, la Colonna venne costruita utilizzando i re­sti di una delle colonne terminali della via Appia, a Brindisi. Zimbalo progettò e costruì la base e ritoccò il fusto e il capitello. Sulla sommità della Colonna venne in seguito posta la statua del Santo, alta più di 4 metri, di fattura veneziana. Assieme con la statua, la Colonna raggiunge l’altezza di quasi 29 metri. Oltre a dedicare la piazza al Santo, Pappacoda finanziò la spettacolare opera di rinnovamento urbanistico, nota come Piazza Duomo, autentico gioiello del Barocco. Ancora a Giuseppe Zim­balo, il suo artista prediletto, Pappacoda affidò la ricostruzione del Duomo, edificato preceden­temente nel 1144. I lavori, iniziati nel 1655, si protrassero sino al 1670, mentre il campanile, disegnato e progettato da Zimbalo, venne portato a termine solo nel 1682. Alto circa 70 metri, esso è composto da cinque piani rastremati, e sulla sommità presenta la banderuola di ferro con l’im­magine di Sant’Oronzo, il patrono tanto voluto dal Pappacoda per la sua città. Anche la facciata laterale del nuovo Duomo, divenuta in seguito la facciata principale a causa della chiusura della piazza, presenta in alto la figura del Santo Vesco­vo Oronzo che benedice e protegge la città. Pappacoda volle affidare non solo alla predica­zione, ma anche all’arte la diffusione del culto del Santo e così tanti altari iniziarono ad essere dedicati a S. Oronzo. Il culto si propagò per tutta la diocesi e, ben presto, divenne vanto ed orgo­glio della città capoluogo. Infine, non sfuggì a Pappacoda l’esemplarità della vita di S. Oronzo: questi fu esempio di accoglienza dello straniero, testimone di una fede indelebile e, soprattutto, pastore zelante e totalmente consacrato alla causa del Vangelo. Quest’ultimo punto dovette incidere molto nella vita del clero diocesano che, in conformità ai dettami del Concilio di Trento, era chiamato ad essere sempre più dedicato al bene delle anime, fino all’effusione del sangue. In conclusione, dunque, possiamo ritenere che certamente il culto di S. Oronzo fu precedente al Pappacoda, ma questi legò più di ogni Vescovo il suo nome al Santo, perché, con fede schietta e sincera, volle diffonderne il culto, sicuro che il celeste Patrono lo avrebbe condotto per mano nell’impegno ministeriale e ne avrebbe garantito un eccellente esito. Credo che fu proprio questo il miracolo più grande che S. Oronzo fece a Pappacoda e all’intera Chiesa di Lecce, destinato a perdurare nei secoli.

Mauro Carlino

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