Pubblicato in: Sab, Mar 16th, 2013

Lettera al padre che non c’è più/Papà, l’orgoglio di averne avuto uno come te

19 MARZO/In occasione della Festa del Papà, Laura D’Arpe, poetessa e scrittrice, compone una lettera al suo insigne genitore (3 febbraio 1910 – 29 aprile 1996), uomo di profonda cultura umanistica, giuridica e teologica, preside del Magistrale di Nardò, autore di studi letterari e di un testo poetico (“Poi giunse l’alba”), pubblicato postumo.

Caro papà, carissimo papà mio, mi ri­volgo a te senza veli come ora tu dal cielo mi vedi e mi riconosci. Quanto ti ho amato e rispettato è ben poco rispetto a quello che mi hai dato, hai dato a me e in egual misura ai miei fratelli, an­che se ciascuno di noi lo ha inteso e recepito in misura e in maniera diversa. Ma è stato sempre grande e inequivocabile. Ti penso sempre, così come penso alla mia straordinaria “mammà”, tua compagna e sostegno.

Ma oggi mi punge acuto un bisogno di te che, sebbene affiori spesso, in questo momento mi fa sentire più orfana del solito, anche se sono una donna adulta e provata in misura inversamente proporzionale alla mia età e alla mia cosiddetta esperienza. Proprio questa esperienza mi mette in conflitto con la mia, con la nostra umana solitudine.

Papà, tu me ne parlavi spesso mettendomene in evidenza i risvolti positivi e negativi ed io ti ascoltavo poco convinta perché la nostra fami­glia, la nostra “tribù”, come ti piaceva dire per prenderci in giro, la nostra affollata e rumorosa confusione di ragazzi liberi ci sembrava quanto di meno paragonabile a qualunque forma di so­litudine. Ora so che cosa mi volevi dire.

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Da bambina eri il grande papà presente al mo­mento giusto, giocherellone al momento giusto, severo e vigile al momento giusto. Man mano che crescevo in età, forse non crescevo interiormente con lo stesso ritmo, forse ti deludevo quando ti sfuggivo perché mi sembravi pesante con la tua erudizione e la tua cultura, ma poi ricorrevo a te per aiuto quando capivo i miei limiti e i miei bisogni.

Ho un vivissimo ricordo dei tuoi sorrisetti non di sufficienza e rimprovero, ma di autentico divertimento che sottolineavano i miei errori come per esempio un accento sbagliato in qualche parola latina o greca o per qualche con­fusione storica o per la mia pretesa di confutare alcune teorie filosofiche per il semplice gusto di volerle adattare al mio modo di vedere.

Mai un vero rimprovero, mai una lezione diretta, pedante, professorale. Papà, mi manchi soprat­tutto perché non ho imparato da te come avrei voluto l’arte sublime della comprensione e della tolleranza umana e sì che tu me ne hai dato esempi e dimostrazioni a iosa. Spesso, quan­do penso a te e alla mammà, un pensiero mi esplode nel cuore prepotente e assurdo come la nostalgia, quella che i latini chiamano “desiderium”; sì, desiderio di poterti avere un giorno intero con me ora, ora che non è più possibile, ora che non saprei neppure cosa dirti, che cosa offrirti, che cosa confes­sarti che tu non sappia già di me.

Ma la capsula del corpo mortale entro cui vivo mi trae in inganno perché tu ora sai tutto di me, so che mi perdoni, come mi hai sempre perdonato qualunque torto o errore io abbia commesso. Mi addolcisce il dolore della tua mancanza solo la realtà che ho vissuto con te, la gioia di averti avuto come papà, l’orgoglio che sia capitato a me un padre come te.  

Laura D’Arpe

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