L’Indiano Salentino nel “ranch” di Porta a Porta
Esclusivo/Mauro Giliberti si racconta. La sua avventura in Rai, il suo pensiero circa l’informazione in Italia, la crisi e il Sud dietro un microfono.
Giovanissimo giornalista. Passione e curiosità. Forse istinto. Dopo la lunga esperienza a Telerama di cui era divenuto il Direttore del Tg da qualche mese va in giro per l’Italia a realizzare servizi e inchieste per il salotto televisivo più popolare della seconda serata di Rai Uno.
“Il giornalismo spero che vada nella direzione della meritocrazia; spero che lavorino solo quelli che ne hanno davvero voglia. In alcuni contesti mi sembra che ci sia molto teatro: più costruzione che analisi “.
“Della Tv locale mi sono portato tutto. E se a volte il lavoro sul campo non va come vorrei penso a quante volte con la tenacia alla fine la notizia è venuta fuori. Guai a cambiare quell’approccio”.
“VESPA NON CONFEZIONA MAI IL FINALE DI UNA PUNTATA . LO VIVE”
Dott. Giliberti che cos’è per lei fare il giornalista, una vocazione o una necessità? Perché ha deciso di fare proprio questo “mestiere”? Da bambino sognava Vespa? È stata per lei la consueta “ultima spiaggia”?
Quando ho iniziato avevo 17 anni; pura passione, curiosità. Forse persino istinto. Poi si è trasformato in un mestiere, in una carriera, in un percorso in cui credere e sul quale investire. Credo che nessuno possa fare il mestiere del giornalista come “ultima spiaggia”, perché non è un lavoro che consente cali d’entusiasmo. Quando ho iniziato facevo la rassegna stampa 7 giorni su 7, ci andavo col Campanini Carboni e con il Rocci dietro al sellino del motorino; poi la redazione e la trasmissione alle 21. Mio padre era molto preoccupato per questa mia passione, ma mi lasciò fare sotto il suo sguardo. Ho sempre detto a colleghi giovanissimi: “fai questo lavoro solo se sogni che a fine giornata ti telefoni la Rai per quanto sei stato bravo”. Figurarsi se non sognavo Vespa…
Dopo tanti anni di trintrincea a Telerama, nei mesi scorsi, ha fatto il grande salto in Rai, nella redazione di Porta a Porta, a contatto diretto con uno dei più grandi giornalisti italiani di oggi. Come l’ha scovata dal profondo Salento?
Quando alcuni colleghi della mia attuale redazione si trovavano in Puglia per lavoro spesso si rivolgevano ai giornalisti locali per raccogliere informazioni. Qualcuno mi ha apprezzato, ed ha iniziato a parlare di me a Roma, praticamente a mia insaputa. Vespa e gli autori hanno visionato l’Indiano e Open su YouTube. E mi hanno chiamato. Sembra un sogno, è andata proprio così. Dopo la gavetta e la crescita nella tv locale migliore d’Italia, sono stato notato.
Che salto è stato? Come si vive al fianco di un professionista della sua statura. Che cosa le ha insegnato che, lei già non avesse sperimentato nel Salento. Guai a non fare tanta gavetta nella vita, non saprai mai chi sei davvero.
È un salto che azzera tutto ciò che rappresenti; e ti fa ripartire da ciò che sei e da quello che realmente sai fare. È un mondo completamente diverso, è chiaro, ma il lavoro è assolutamente lo stesso. Al fianco di Vespa sto imparando tantissimo. Consigli preziosi i suoi e quelli degli autori e del regista. Vespa ha una velocità impressionante di pensiero e di approccio “televisivo” a qualsiasi argomento. Cosa mi ha insegnato? Ne dico giusto una tra tante: ad andare subito
al sodo. Chi viene dalla tv locale spesso è abituato a raccontare le cose in tv coi propri tempi, e non quelli del pubblico. E il pubblico vuole andare al sodo. Spiegare un concetto in 10 parole è molto più complesso che farlo in 30.
Che cosa le manca del suo lavoro nella tv locale? E soprattutto, che cosa si è portato a Roma dell’esperienza giornalistica salentina?
Mi sono portato tutto. Nella valigia c’erano due camicie, un paio di cravatte, ma soprattutto c’erano i miei colleghi, una famiglia. Ogni tanto mi capita di fermarmi a di pensare intensamente a tutti loro. E se a volte il lavoro sul campo non va come vorrei penso a quante volte con l’impegno e la tenacia, alla fine la notizia è venuta fuori. E allora rifletto: “io sono sempre lo stesso, guai a cambiare quell’approccio”.
È vero che la visuale romana delle cose politiche, economiche, sociali è completamente diversa da quella più localistica di una testata territoriale? Spesso, però, i suoi pezzi guardano al Paese dalla Puglia e dal Salento…
No, nei miei pezzi è il Paese che guarda al Sud e non viceversa. Vespa spesso ci chiede di analizzare la situazione al Nord e al Sud del Paese. Ed ha ragione. Tanti miei servizi sono stati girati, anche in poche ore, per metà in Sicilia, o in Puglia, o in Campania, e per metà in Lombardia o in Veneto. Fare un servizio così vuol dire aprire gli occhi su molti aspetti. E spesso nei miei pezzi, tendo per cultura e formazione a chiedere con umiltà al telespettatore di “guardare a Sud”, magari con uno sguardo più interessato e concentrato, in modo da azzerare i luoghi comuni.
Come si progetta una puntata di “Porta a porta”? Quanto lavoro c’è dietro? Chi le assegna i servizi? Ha la possibilità di proporre?
Porta a Porta è un programma quotidiano. Per cui si prepara grazie al lavoro incessante di Vespa e degli autori, che hanno un coefficiente ritmo/ qualità mai visto prima. I servizi mi vengono assegnati dagli autori, in particolare da un uomo che mi sta insegnando e guidando molto, Maurizio Ricci, o direttamente da Vespa. Ti danno una traccia, dei consigli, ma poi sul campo sei libero come nessuno immagina. Anche di proporre, certo. Quanto sento certe affermazioni strumentali oggi mi viene da sorridere, e capisco perché i grandi giornalisti difficilmente cedono alle provocazioni.
Dove va l’informazione in Italia? Quali sono i suoi punti di debolezza? Crede che il pluralismo sia il “lasciapassare” per ogni esasperazione? Che rapporto c’è oggi, secondo lei, fra etica e giornalismo?
L’informazione in Italia spero che vada nella direzione della meritocrazia; spero che lavorino solo quelli che ne hanno davvero voglia, tanta voglia; detto questo il pluralismo, l’etica, verranno da se’. In alcuni contesti mi sembra che ci sia più teatro che giornalismo. Più costruzione che analisi. Più ricerca di “confezionare” che di analizzare. Credo
che questa sia la principale differenza fra la nostra trasmissione e molte altre. Vespa non conosce il finale della sua puntata, lo vive. Altri costruiscono, minuto per minuto, come se fossero in una pièce teatrale. Spero che la direzione vada nel solco del distinguo fra teatro e informazione. Che mi sembra problema molto delicato, anche eticamente.
Come si avverte la crisi andando in giro con una telecamera e un microfono a far sfogare la gente?
Molto, moltissimo. In questo abbiamo tutti delle responsabilità, perché mi sembra che si stiano scaldando troppo gli animi. Gente che si toglie la vita, gente che minaccia altra gente, voglia di ribellione e rabbia covata ne inizia ad esplodere. Bisogna sempre dar voce alla gente, il più possibile, ma anche tenta di spiegare cosa accade,mettendo a confronto le varie posizioni. Se tutti iniziassimo a fare la tv “sfogatoio”, come una sorta di grande Blog in cui tutti si lamentano e nessuno propone più, arrecheremmo un danno all’Italia.
Si celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazione. Il tema di quest’anno è “Il silenzio e la parola”. Che cosa comunica il silenzio? E la parola è ancora capace di verità?
Il proprio silenzio credo sia fondamentale per ascoltare, quante più voci possibili, prima di usare la parola. Forse non capace di verità, ma con gli opportuni sforzi capace di analisi oneste e plurali.
Giornata delle comunicazioni 2012/PAROLA E SILENZIO IL TEMA DI QUEST’ANNO
Creare una sorta di “ecosistema” che “sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni”. É l’invito rivolto dal Papa nella 46a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebra domenica 20 maggio sul tema: “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione”.
LA GIORNATA DEL QUOTIDIANO DEI CATTOLICI/Tremila copie in tutte le Parrocchie dell’Arcidiocesi di Lecce.
Pagina speciale di Avvenire su Lecce, una fotografia a colori della Chiesa Locale
Ritorna a Lecce la giornata diocesana dell’Avvenire, voluta fortemente dall’Arcivescovo Domenico D’Ambrosio. Sarà celebrata domenica 20 maggio, nell’ambito delle iniziative per la Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali. Nell’occasione il quotidiano dei cattolici italiani ospiterà una pagina speciale che racconterà ai lettori di gran parte del territorio nazionale la vita pastorale, educativa e missionaria della comunità diocesana. Oltre 3mila, inoltre, le copie in distribuzione in tutte le parrocchie dell’Arcidiocesi di lecce, grazie all’impegno di tanti giovani ed adulti appassionati al progetto. Che è coordinato dall’Ufficio delle Comunicazioni Sociali – che ha curato anche la pagina speciale – e che ha già incassato il contributo dei parroci e dell’Azione Cattolica diocesana di Lecce. L’invito rivolto ai sacerdoti durante l’ultimo incontro del clero è stato quello di diffondere sempre più la stampa cattolica, insieme al settimanale diocesano “L’Ora del Salento”. E contribuire alla riflessione sui media, ripartendo dai temi stessi della quarantaseiesima giornata mondiale: “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione”. Che a prima vista appaiono quasi paradossali: come coniugare la comunicazione di massa attuale, che è soprattutto urlata, con il tema del “Silenzio” che fa posto alla “Parola”? “Nel pensiero di Papa Benedetto XVI – spiega in una nota il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali – il silenzio non è presentato semplicemente come una forma di contrapposizione a una società caratterizzata dal flusso costante e inarrestabile della comunicazione, bensì come un necessario elemento di integrazione”. “Il silenzio, infatti – continua la nota – proprio perché favorisce la dimensione del discernimento e dell’approfondimento, può esser visto come un primo grado di accoglienza della parola. Nessun dualismo, quindi, ma la complementarità di due funzioni che, nel loro giusto equilibrio, arricchiscono il valore della comunicazione e la rendono un elemento irrinunciabile al servizio della nuova evangelizzazione”.
Salvatore Scolozzi
Collaboratore di Avvenire
Parola e silenzio/L’intelligenza del cuore
Nel silenzio nasce l’intelligenza del cuore e da questa nascita prendono respiro l’intelligenza delle parole e l’intelligenza delle immagini. Benedetto XVI consegna un pensiero di fiducia e di responsabilità con il messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2012. L’intelligenza del cuore, si nutre di silenzio per diventare comunicazione tra volti. Nel silenzio prende sostanza l’ascolto di se stessi, degli altri, dell’Altro. È la scuola dell’essenziale dove si apprende a “discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio”. È la passione educativa che ama anche le antiche e nuove strade del comunicare dove, nonostante i rumori, risuonano i passi della Parola attesa. Nella Rete che “sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte”, è importante e bello fare del silenzio il momento aurorale dell’ascolto. Non è un’impresa facile. “L’educazione – ricorda il teologo e mistico svizzero Maurice Zundel – passa da anima ad anima con l’aiuto del silenzio. Prosegue tutta la vita, attraverso le conversazioni di ogni giorno benché gli uomini che han qualcosa da dire siano pochi e quelli che sanno ascoltare ancor meno”. (Paolo Bustaffa)
Parola e silenzio/La bella rivincita
La riflessione di Benedetto XVI è magnifica. Nel caos delle voci che si sovrappongono, l’invito a comunicare con i silenzi ha una carica dirompente. Non quel silenzio ispirato dalla rinuncia o dall’omertà, ma la nuvola dei pensieri, che vuole cercare il suo senso, come nelle tags cloud virtuali, contro la banalità delle parole-comunque. Prima il bisogno di capire, con il tempo che serve, senza paura del vuoto, poi la scelta di comunicare. Certo, se si applicasse al sistema della multimedialità quanto il Papa suggerisce, sarebbe quasi il black out. Si svuoterebbero i social network, ci sarebbe il problema di riempire la pagina politica, i talk show sarebbero cancellati, i tabloid chiuderebbero, la radio continuerebbe a trasmettere musica classica. In tanti, perderebbero il posto di lavoro. Se non parli e come se non esisti; se non replichi, hai torto; se sei un affabulatore, vinci. Il fatto è che non se ne esce, che non c’è una via di mezzo, dovrebbe cambiare tutto. Eppure, quando scoppia la tragedia o prevalgono il dolore oppure la gioia, il silenzio si prende la rivincita. Anche la bellezza porta il silenzio. È lo stupore, in sostanza, che fa la differenza. Per l’immensità e per i sentimenti non si trovano le parole. (Carmen Lasorella)
Parola e silenzio/Pollicino e i media
La sete di sapere non deve mai estinguersi, al di là di atteggiamenti di rifiuto delle novità e dell’anzianità psicologica. Anche perché gli adulti non sempre riescono a competere con l’intuito e la destrezza dei più piccoli, nel nuovo ambiente digitale, e comunque sono miniere di esperienza e di discernimento, esercitato nell’uso dei media e su quanto la tecnologia produce ininterrottamente. L’incontro svoltosi l’8 maggio scorso, per quanti frequentano la formazione pastorale, si è incentrato sulla relazione di Vincenzo Varagona trattando proprio delle comunicazioni sociali come opportunità per vivere meglio. Mons. C. F. Ruppi, a un anno dalla scomparsa, e mons. Domenico D’Ambrosio, presule iscritto all’Ordine dei Giornalisti ed esperto in comunicazione, si è constatato, nonostante il progresso dei mass-media nel villaggio globale, l’attuale disagio nel creare un circuito virtuoso di comunicazione, che, maieuticamente, faccia sgorgare dall’uomo ciò che è bello e buono. Infatti è fondamentale mettere al centro la persona, perché tra emittente e ricevente si crei sintonia di testa, cuore e spirito. Senza tale equilibrio è difficile ogni rapporto empatico con gli altri. In sintesi, l’educazione tocca le corde della conoscenza e della comunicazione. E la comunicazione a distanza, prima solo cartacea, è ora immediata, ma ciò non deve tarpare le ali alla coerenza tra gesto e parola e alla cura dell’altro. (Sonia Marulli)















