Pubblicato in: Gio, Mar 26th, 2015

Secondo le Scritture/Lo ‘scandalo di un Dio sofferente’… Profezia di Salvezza

L’Approfondimento Biblico/Antico e Nuovo Testamento si incontrano nella persona di Gesù Cristo morto e risorto.  

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I CANTI DEL SERVO DEL SIGNORE… DALLA MORTE ALLA GLORIA

Nella liturgia della Settimana Santa vengono proclamati quattro brani comune­mente denominati “canti del servo del Signore” (Is 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9a; 52,13-53,12). Sotto il titolo solenne di “servo del Signore”, attribuito anche a Ciro e ad Israele, si cela una figura misteriosa i cui lineamenti emergono dalla lettura dei singoli brani. Nel primo canto il servo è presentato con caratteristiche regali. Lo Spirito posto su di lui è quello effuso sul re nell’intronizzazione (cf. 1 Sam 16,13) e sul re-Messia (cf. Is 11,2), ma anche quello effuso sugli altri capi carismatici come i giudici (cf. Gdc 3,10; 6,34; 11,6) o i profeti (cf. 1 Re 18,12; Ez 3,12.14). La sua missione è quella di “portare, proclamare, stabilire il diritto”, cioè recare all’umanità intera una sentenza di grazia (“le isole attendono il suo insegnamento”). Il metodo per realizzare questa missione è la discrezione e la fermezza, malgrado le opposizioni. Applicando a Gesù questo carme, l’evangelista Matteo ha dato avvio all’identificazione cristiana del servo (cf. Mt 3,16-17 e 12,17-21). Nel secondo canto è il servo che parla in prima persona, presentando le credenziali che legittimano la sua missione. Il servo ha qui una fisionomia non più regale, ma profetica. Egli, come Geremia è stato chiamato fin dal seno materno (cf. Ger 1,5). La sua è una chiamata per la parola che è come spada affilata e freccia appuntita. Egli supera le dif­ficoltà della missione grazie alla fiducia nella protezione di Dio così da espletare il suo incarico non solo per le nazioni che “attendono”, ma anche nei confronti di Israele.

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Anche nel terzo canto è il servo che parla. Il servo qui appare meno come un profeta che come un saggio, discepolo fedele del Signore, incaricato di rivolgere una parola di conforto agli sfiduciati, cioè al popolo di Dio scoraggiato, ai cui occhi egli si presenta anche come un modello di costanza. Il servo, infatti, grazie al suo coraggio e all’aiuto di Dio, sopporterà le persecuzioni (percosse sulla schiena, strappo della barba, insulti e sputi), finché Dio gli accorderà un trionfo definitivo. Nel quarto e ultimo canto il servo è presentato come il giusto sofferente (“Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”), oggetto di scandalo per gli spettatori (“… molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo; “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere”), ma strumento di salvezza (“Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvez­za si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”; “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustifiche­rà molti, egli si addosserà le loro iniquità”). La sua sofferenza e la sua morte sono state un sacrificio espiatorio, il suo silenzio è stata preghiera esaudita, il suo dolore è stato giustificazione e riconciliazione con Dio. Questa trama di umiliazione “nella condizione di servo…fino alla morte e a una morte di croce (Fil 2,7-8) e di esaltazione “per attirare tutti a sé” (cf. Gv 12,32; Fil 2,9-11) per i cristiani ha un nome, Cristo. È, infatti, attraverso questa figura regale, profetica, sapiente che gli evangelisti hanno meditato, compreso ed interpretato il mistero di vita, morte e gloria che nella Pasqua di Gesù si era compiuto. 

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