L’OMELIA DEL PONTIFICALE/“CERCATORI DI DIO E TESTIMONI COME I SANTI PATRONI”
La Riflessione di Mons. Marcello Semeraro il giorno della Festa in Cattedrale.
IL PICCOLO SEME È DIVENTATO UN ALBERO
Permettete che vi comunichi subito la gioia di stare insieme con voi, qui a Lecce, attorno alla Mensa del Signore nel giorno in cui questa Chiesa onora i santi Patroni Oronzo, Giusto e Fortunato. Con tale sentimento dico la mia riconoscenza all’Arcivescovo Domenico D’Ambrosio, che con amicizia mi ha invitato e fraternamente mi concede di presiedere quest’assemblea liturgica dalla sua Cattedra. La gioia è accresciuta dall’opportunità che ne deriva di ritrovare qui tanti amici del presbiterio diocesano, dove ci sono ancora qualche mio educatore, molti compagni nel Seminario e pure tanti alunni, verso i quali conservo vivo il senso della fraternità e della paternità. L’emozione viene pure dai tanti ricordi che questa festa mi suscita nell’animo; di quand’ero adolescente nel Seminario; di quando, per la “passeggiata lunga” nelle giornate festive, di tanto in tanto ci si avviava verso la capu te Santu Ronzu: il santuario fuori città, ch’è la più antica testimonianza letteraria del culto verso questo Santo; la via que vadit ad S. Arontium, attestata da un diploma di Tancredi del 1181. Le tappe su quella strada, allora sterrata e praticamente di campagna, erano alcune sacre edicole, quasi stazioni di una locale via crucis percorsa da Giusto e Oronzo condotti al luogo del martirio. Giunti, poi, a Santu Ronzu te fore, fra un gioco e l’altro andavamo al pozzo e guardavamo nel fondo, quasi a scrutare le reliquie di una storia che più d’ogni altra ci faceva sentire “leccesi”.
Non è, tutto sommato, una storia molto lunga. I suoi elementi essenziali si trovano nel “supplice libello” prodotto dal Vescovo L. Pappacoda per ottenere dalla Congregazione dei Riti la conferma del culto. Cosa che avvenne il 13 luglio 1658. Sbattuto da una tempesta sulle sponde del mare leccese, da Corinto arriva Giusto, un discepolo di san Paolo, che lo ha inviato a Roma. Qui incontra Oronzo, che gli offre ospitalità nella sua casa. Giusto trova una via aperta per annunciargli il Vangelo. Si ripete così a Lecce quello che già era accaduto a Filippi, con una donna di nome Lidia: il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo e dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia chiese all’apostolo di rimanere ad abitare nella sua casa (cf At 16, 15). Giusto quindi si reca a Roma per adempiere il mandato ricevuto. Una volta rientrato a Lecce si rende conto che si è adempiuta ancora una volta la parola del Signore: il piccolo seme è cresciuto ed è diventato un albero (cf Mt 13, 32). Porta, allora, con sé a Corinto Oronzo e il nipote Fortunato. Lì i nuovi cristiani incontrano l’Apostolo, che li conferma nella fede, sceglie Oronzo quale vescovo della comunità locale e lo rinvia, insieme con Giusto, a Lecce, perché sull’albero cresciuto vadano gli uccelli del cielo e facciano il nido tra i suoi rami. Alla stagione della crescita rigogliosa, però, seguì la prova: Giusto e Oronzo furono imprigionati e dopo molti tormenti subirono il martirio nel contesto della persecuzione neroniana. Rimarrà Fortunato per sostenere come vescovo la crescita il cammino di quella comunità, che oggi è la Chiesa di Lecce. “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia” (Mt 7, 25).
I LUOGHI, LE PERSONE E LA LORO INQUIETUDINE
Consideriamo più da vicino questo racconto, perché c’è in esso qualcosa di profondo, che abbiamo il dovere di cogliere per rinnovare le antiche storie, inserirle nelle nostre e riottenerle più ricche di speranza. Vi troviamo anzitutto i luoghi: Lecce e Corinto. Siamo nel I secolo dell’era cristiana. Lecce, allora Lupiae, ha da poco cominciato a nascere come città romana e, a imitazione della capitale, va organizzando il suo assetto viario, la sua area forense, i suoi luoghi di spettacolo. Corinto era ben altra cosa: aveva già una lunga e gloriosa storia greca e con la dominazione romana era divenuta una città cosmopolita e turistica. Due città molto diverse, dunque: una celebre e antica, l’altra ancora oscura e recente. Qualcosa di nuovo, però, stava nascendo nell’una e nell’altra: la fede cristiana. La storia dei nostri Santi si gioca proprio sulle vie che misteriosamente le collegano. I percorsi da Corinto a Lecce, poi da Lecce a Corinto e, ancora, da qui di ritorno a Lecce sono la trama e l’ordito di una tela sulla quale il Signore ha scritto qualcosa, che a noi spetta decifrare. Dopo i luoghi, allora, consideriamo le persone. Chi c’era a Corinto? Uno che il Signore aveva scelto per essere apostolo (Paulus vocatus apostolus, 1 Cor 1,1); uno che era stato conquistato da Cristo, sì da potersi dire di lui ciò che Tommaso da Celano dirà poi di Francesco: “Gesù portava sempre nel cuore. Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra…” (1 Cel II, 9, 115: FF 115).
Paolo era come sigillato da Cristo: “io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6, 17). Di quest’ansia missionaria Giusto era come l’estensione. Paolo aveva trasfuso in lui la spinta interiore dell’amore per Cristo (cf 2 Cor 5, 14) ed è come evangelizzatore che egli giunse sulla terra leccese. Ma chi c’era a Lecce? Oronzo! Carlo Bozzi, lo storico locale che a fine settecento amplierà la storia dei protomartiri, lo descrive uomo d’indole modesta, costumi docili, mente pura, conversazione amabile, al punto “che fin da quella età par che gli preludesse non so qual splendor, prognostico del futuro nella fronte” (C. Bozzi, I primi martiri di Lecce…, Napoli 1835, 6 – 7). Oggi lo chiameremmo un cercatore di Dio. Chi sono i cercatori di Dio? Un documento dell’episcopato italiano li riconosce “in tanti uomini e donne del nostro tempo, guardando alla situazione di inquietudine diffusa, che non ci sembra possibile ignorare. È un’inquietudine che tutti abbiamo riconosciuta anche in noi stessi e che si esprime nella domanda, presente nel cuore di molti: Dio, chi sei per me? E io chi sono per te?” (Premessa della “Lettera ai cercatori di Dio” [2009]). Tutti, poi, conosciamo il manzoniano Innominato. È tra le figure letterarie più amate anche da Papa Francesco. Chi non ricorda il suo grido al Cardinal Federigo? “Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?” (I Promessi Sposi, cap. 23). Anche quest’Innominato, cui potremmo perfino dare il nostro nome, era cercatore di Dio.
LA FEDE NASCE DA UN INCONTRO CHE ACCADE NELLA STORIA
Ebbene, questi due: Giusto, l’araldo che porta il Vangelo, e Oronzo, il cercatore di Dio, s’incontrano! Da qui nasce la storia cristiana di Lecce. Così nasce, ancora oggi, una storia cristiana.
Benedetto XVI ce lo ha ricordato: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Deus caritas est, n. 1). Francesco riprende e prosegue: “Poiché la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo, essa si deve trasmettere lungo i secoli” (Lumen fidei, n. 38). È questa la storia cristiana di sempre!
“HO DETTO MARTIRE, HO DETTO TUTTO”
Nella storia di Oronzo, Giusto e Fortunato noi possiamo riconoscere tre momenti distinti, benché collegati fra loro. Il primo è l’incontro, di cui ho appena detto. Attraverso uomini che “si” incontrano, Dio “ci” incontra. “La verità si riceve nell’incontro”, ha detto papa Francesco (Omelia in Santa Marta, 8 maggio 2013). Oh, se noi avessimo l’ansia non solo della “verità”, ma pure dell’”incontro”! Perché ogni “altro”, con cui c’incontriamo in amore e verità…, ogni altro è via verso l’Altro, cioè verso Dio. Ambula per hominem, et pervenis ad Deum, “Passa attraverso l’uomo e giungi a Dio”, diremmo con Agostino (cf Sermo 141, 4, 4). Il secondo momento lo chiamerei del radicamento apostolico. Le Chiese non sono comunità che “si inventano” e si ricostituiscono ad ogni nuova generazione. Al contrario. Le Chiese hanno vita e identità perché conservano ininterrotto il legame costitutivo con il seme apostolico. La Chiesa di Lecce, narrando ogni anno l’incontro a Corinto di Paolo con Oronzo, riconosce proprio questo: essere un tralcio fissato nella “radice apostolica” (cf Tertulliano, De praescriptione 32). Il segno di questo radicamento, poi, è il Vescovo. Il vostro Vescovo, carissimi, non è propriamente successore di sant’Oronzo, ma è un “successore degli Apostoli”. Così ogni Vescovo. Non è, difatti, una cronotassi episcopale e neppure – come oggi si usa – una “genealogia episcopale” più o meno ricche di nomi nobili e noti, a dare dignità a una Chiesa e al suo Vescovo, bensì la “radice apostolica”, di cui il Vescovo è, in essa, sacramento, garante e custode.
Il terzo momento della storia dei Santi Patroni è la testimonianza della vita. Furono martiri. Appellabo martyrem, praedicavi satis, disse Sant’Ambrogio parlando di Sant’Agnese: “Ho detto martire, ho detto tutto”. Solo ora, però, forse stiamo tornando a percepire l’enormità di questa parola. Per un certo tempo nella Chiesa se n’è perduto il valore, poiché l’epoca dei martiri era stata relegata e ritenuta conclusa nei suoi primi quattro secoli. Poi se ne smarrì addirittura il senso della parola. Ed è così che “martiri” divennero oramai gli asceti e i monaci, che fuggivano dal mondo. Finito il tempo del “martirio rosso”, si diceva, era subentrato quello del “martirio sine cruore”, del “martirio bianco”, quello che si raggiunge mediante la lotta continua contro il male che ci insidia dall’interno, nelle passioni. Oggi siamo in una nuova fase. “Io vi dico – ha affermato il Papa – che oggi ci sono più martiri che nei primi tempi della Chiesa. Tanti fratelli e sorelle nostre che offrono la loro testimonianza di Gesù e sono perseguitati. Sono condannati perché posseggono una Bibbia. Non possono portare il segno della croce. E questa è la strada di Gesù […] La vita cristiana non è un vantaggio commerciale, non è un fare carriera: è semplicemente seguire Gesù” (Omelia in Santa Marta del 4 marzo 2014). È la storia dei tanti cristiani perseguitati per i quali la Chiesa italiana ha coralmente pregato appena dieci giorni or sono, celebrando l’Assunta e per i quali ancora noi, adesso, possiamo e dobbiamo pregare.
LA VOGLIA DI ESSERE CORAGGIOSI
Facendo memoria di tutto questo il Papa ha aggiunto: “Pensiamo se noi abbiamo dentro di noi la voglia di essere coraggiosi nella testimonianza di Gesù…”. È una pro-vocazione, ossia un appello forte ad una presa di coscienza. Che cosa, allora, possiamo fare noi per essere veri eredi di Oronzo, Giusto e Fortunato? Una prima risposta a questa domanda la darei proprio richiamando i tre momenti che ho individuato nella storia dei nostri Santi. Si tratta, anzitutto, di condurre le nuove generazioni all’incontro con Cristo. Essere evangelizzatori. Non per nulla i nuovi Orientamenti Cei sull’annuncio e la catechesi in Italia sono stati intitolati: Incontriamo Gesù. Non lo faremo, però, senza essere fissati nella radice apostolica. “Beati voi perché siete uniti al Vescovo come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre”: così Sant’Ignazio d’Antiochia lodava i cristiani di Efeso (Agli Efesini 5, 1).
Dobbiamo, infine, conservare quella voglia di essere coraggiosi nella testimonianza di Gesù, di cui ha detto il Papa. È, la voglia, non solo un desiderio, ma pure un impulso interiore. Potrebbe essere quello che tutti noi, almeno una volta nella vita, in un momento di grazia, abbiamo avvertito: di volere bene a Gesù, di essergli fedeli; anche se poi, come Pietro, lo abbiamo rinnegato (cf Mt 26, 33s). Ebbene, chiediamogli di risentirla, di conservarla quella voglia. Con alcune altre parole di Francesco desidero concludere l’omelia, quasi formulando un augurio per questa Chiesa che amo, perché qui sono nato: “Il Signore ci dia a tutti luce e coraggio: luce per conoscere cosa succede dentro di noi e coraggio per convertirci, per avvicinarci al Signore. È bello essere vicini al Signore” (Omelia in Santa Marta del 18 marzo 2014).





















