Lucio Magri, quale messaggio? Cozzoli: il ”non uccidere” vale sempre e per tutti. Anche per se stessi
No a forme distorte di compassione. Per Lucio Romano, copresidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita, il suicidio assistito di Magri “turba profondamente e vanno evitate strumentalizzazioni che nulla hanno a che fare con una morte che ci invita a una riflessione non demagogica”. “Ogni volta che un uomo si toglie la vita – prosegue Romano – è una sconfitta e una ferita per l’intera società che non ha saputo raccogliere il grido di sofferenza, dolore, solitudine che era stato lanciato, e che non è riuscita a prendersi cura di una persona nella massima fragilità”. Inoltre, per il copresidente di Scienza & Vita, “elogiare questo gesto estremo veicola un messaggio pericoloso e destabilizzante che vede l’eutanasia come unica soluzione alla depressione o ad altro. Giustificare e legalizzare l’eutanasia introdurrebbe nella società una cultura devastante, per cui la soluzione definitiva a problemi estremi sarebbe riposta nella morte volontaria assistita”. “E’ davvero questo – conclude – il messaggio che si vuole lanciare a chi si trova in difficoltà? O piuttosto incentivare al suicidio non è che una forma distorta di compassione, una deresponsabilizzazione collettiva spacciata per filantropia?”.
Inesistente diritto a morire. “Il suicidio è sempre un fallimento: della politica, della cultura, della società, dell’assistenza, forse anche – ed è la cosa più dura da ammettere – dell’amicizia e degli affetti. E come un fallimento va trattato. Non come una battaglia di civiltà”, si legge in una nota del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica diretto da Adriano Pessina. “Mascherati sotto gli appelli al silenzio, alla pietas, al rispetto di una decisione personale – prosegue la nota -, esponenti della cultura e della politica non hanno fatto mancare il loro giudizio avanzando una interpretazione politica di un gesto di disperazione umana che, per quanto possa essere compreso, non può essere né condiviso, né accettato”. Il fatto che la vita di Magri si sia consumata in una “clinica della morte” in Svizzera, afferma ancora il Centro della Cattolica, “pone in luce il radicale stravolgimento che subisce l’arte medica quando si presta ad avallare un inesistente diritto di morire: la morte non può mai essere considerata un bene da tutelare o da garantire”, né “un ‘farmaco’ somministrabile da un medico, il cui compito si dovrebbe riassumere nella cura del malato”. Dall’Ateneo anche una dura critica al fatto che “molti mass media abbiano collegato la scelta di Magri con la depressione, definita malattia inguaribile, dimenticando quanto in realtà si sta facendo per curare le persone che soffrono di questa grave condizione patologica che non merita certo di essere stigmatizzata come anticamera del suicidio”.















